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Biografia dell'autore
 

Stefania Longo

 

 

 

 

DERMA

 

Sono sempre stata molto attraente, e per questa ragione, la vita non mi ha riservato grosse sorprese.

Non ho mai sofferto. D’altronde, di interiore non possiedo nulla. Assecondo una società che premia solo le apparenze, e come tutte le persone che capitalizzano sull’aspetto esteriore, penso in superficie, ma nascondo un’insicurezza profonda. Sapevo che prima o poi gli anni avrebbero reclamato il mio valore aggiunto, facendomi pagare tutte le scorciatoie prese. Per preservare il mio capitale, ho dovuto lottare giorno per giorno contro il tempo, strappandogli quello che mi spetta di diritto.

Qualche mese fa, ho preso appuntamento con un chirurgo plastico. Un martedì, raggiungo il suo studio medico, portando con me le mie angosce. Chiedo di farmi tornare la pelle dei trent’anni, mantenendo le palle dei quaranta. Il chirurgo annota attentamente le zampe di gallina, anche se non sorrido mai, le fastidiose linee di espressione, quando io non ho mai voluto esprimermi. Si fa di tutto per non andare troppo avanti. Mi sarei anche fatta asportare il primo strato della cute, quello che ha visto tutti i successi che derivano da una pelle tesa come un tamburo. Il medico sostiene che è prematuro sottopormi ad un vero e proprio lifting facciale. Mi fa sentire inadeguata, e non vecchia abbastanza. Mi consiglia una di quelle procedurine light, per migliorare il tono cellulare. Mi tenta con un retouching al botulino, acido ialuronico e fillers riempitivi. In fondo, le nuove tecnologie di estetica non invasiva possono darmi dei risultati poco al di sotto del bisturi, fin che sono poco al di sotto dei quaranta. Fisso immediatamente un’altra seduta con il professionista, e dopo una breve chiacchierata, decido di scartare il peeling all’acido glicolico, un’entrée troppo soft, e di inaugurare una faccia nuova con il laser a luce pulsata. Porterò in superficie l’identità perduta. L’assistente della clinica mi accomoda su un lettino, vicino al braccio del macchinario laser. Mi raccoglie delicatamente i capelli, e mi stende in volto un gel che farà da vettore al trattamento. Aziona la macchina miracolosa. Sento il calore che pervade il mio viso, e penetra nell’epidermide. Dopo la seduta, la pelle appare leggermente arrossata, ma più luminosa e compatta, come quando studiavo all’università, o alle elementari.

Nei mesi a venire, divento la miglior cliente del centro estetico, e la perfezione arriva lentamente. L’équipe medica oramai mi scoraggia energicamente dal continuare con le frequenti rinascite, e mi mette in guardia: potrei scottarmi. Ma io di scottature non ne ho mai prese! Decido quindi di seguire la via della luce da sola. Faccio carte false, e mi avvalgo di prestanome del settore, per l’acquisto di un macchinario professionale, che potrò utilizzare a domicilio, come la casalinga usa il suo robot. Vengo accontentata in poco tempo. Il mio nuovo braccio laser è perfetto, giusto l’arto che mi mancava per essere una donna. Dopo l’ennesimo appuntamento con me stessa, accade qualcosa di strano e inaspettato. Come sempre mi specchio, abbracciata all’idea di perfezione. Vedo il mio profilo, liscio e cesellato. La pelle è quella di una bambola di porcellana mai toccata. Mi sento un’altra. Non sono più io. E’ il riflesso di uno spettro che ha assunto il mio volto. Ha la mia età, tanto tempo fa. L’illusione dei miei trent’anni appare e scompare. Mi promette che nel mio futuro ci saranno solo giorni di sole, e raggi di luce pulsata, con cui sgambetterò la caducità della vita. Niente rughe o linee che rompano la superficie delle cose, perché non saprei come affrontarle. Continuo a guardare il mio futuro allo specchio. Il fantasma mi guida verso il rinnovamento cellulare ed interiore. Ma la mia perfezione quando è troppa, può farmi male. La luce pulsata, che ha illuminato il mio cammino, ora mi sta accecando. Mi impedisce di vedere come sono veramente. Sotto l’immagine altera e ultraterrena ritornata dallo specchio, il laser sta lentamente consumando l’epidermide. In realtà sono coperta di pieghe e solchi infiniti. Non so chi sono. Se il fantasma dalla pelle liscia, o me stessa, in lento disfacimento. A volte è il mio riflesso, brancola nel buio, a volte è lo spettro, fresco e tiranno. Altre volte sono io che non voglio crescere, e lascio tutto in superficie.

E così accade tutti i giorni. Ogni volta che tento di ringiovanire, lo spirito si prende gioco di me. Lui appare sublime, lasciandomi invece vecchia e nodosa.

Una notte non riesco a dormire. Mi sveglio improvvisamente. Ci sono delle macchie di sangue sul cuscino. Non ci faccio caso. Non dicono forse che il tempo rimargina tutte le ferite? Mi osservo attentamente. Sono ancora trentenne, ma voglio esserlo di più. Torno alla lampada dei desideri. Accendo il macchinario sul mio viso, e rimango a lungo sotto la luce calda e avvolgente. Riemergo sicura di me e mi specchio. Sono inondata dalla gioia, come appaiono i miei trent’anni, opalescenti. Ma ancora una volta, la sagoma del fantasma incantevole mi impedisce di scorgere la pelle scottata dalla prolungata esposizione al bagno di luce artificiale. Sfuma i contorni di profonde bruciature sulle guance. Sanguinano copiosamente, e lasciano intravedere ciò che c’è sotto. Ecco il derma, quella parte di me che non è mai venuta a galla, l’età interiore. Ecco la mia essenza sanguinolenta, rinnovata e stravolta. O è solo il mio spettro che confonde le identità. Quando guardo meglio, sono un coagulo di nervi bruciacchiati da un eccesso di zelo. La cute si apre qua e là. Fluidi e vapori fuoriescono dappertutto, come se mi stessi sciogliendo lentamente, dall’interno. Io, che sono di ghiaccio. I tessuti muoiono. Eppure, vedo ancora a tratti, il fantasma della perfezione. E’ la fine del mio sogno di giovinezza, e l’inizio della vecchiaia. Non ho ragione di essere, se non sono bella per sempre. Decido di morire così come ero rinata. Accendo il laser sul viso squartato. La luce inghiotte il derma. Rimango lì mezz’ora, un’ora, forse trent’anni.

 

C’è una vecchia canzone dei Police che dice: “I will turn your face into alabaster. When you find your servant, he’s your master”.