Sono sempre stata molto
attraente, e per questa ragione, la vita non mi ha riservato grosse sorprese.
Non ho mai sofferto.
D’altronde, di interiore non possiedo nulla. Assecondo una società che premia
solo le apparenze, e come tutte le persone che capitalizzano sull’aspetto
esteriore, penso in superficie, ma nascondo un’insicurezza profonda. Sapevo che
prima o poi gli anni avrebbero reclamato il mio valore aggiunto, facendomi
pagare tutte le scorciatoie prese. Per preservare il mio capitale, ho dovuto
lottare giorno per giorno contro il tempo, strappandogli quello che mi spetta di
diritto.
Qualche mese fa, ho preso
appuntamento con un chirurgo plastico. Un martedì, raggiungo il suo studio
medico, portando con me le mie angosce. Chiedo di farmi tornare la pelle dei
trent’anni, mantenendo le palle dei quaranta. Il chirurgo annota attentamente le
zampe di gallina, anche se non sorrido mai, le fastidiose linee di espressione,
quando io non ho mai voluto esprimermi. Si fa di tutto per non andare troppo
avanti. Mi sarei anche fatta asportare il primo strato della cute, quello che ha
visto tutti i successi che derivano da una pelle tesa come un tamburo. Il medico
sostiene che è prematuro sottopormi ad un vero e proprio lifting facciale. Mi fa
sentire inadeguata, e non vecchia abbastanza. Mi consiglia una di quelle
procedurine light, per migliorare il tono cellulare. Mi tenta con un
retouching al botulino, acido ialuronico e fillers riempitivi. In fondo, le
nuove tecnologie di estetica non invasiva possono darmi dei risultati poco al di
sotto del bisturi, fin che sono poco al di sotto dei quaranta. Fisso
immediatamente un’altra seduta con il professionista, e dopo una breve
chiacchierata, decido di scartare il peeling all’acido glicolico, un’entrée
troppo soft, e di inaugurare una faccia nuova con il laser a luce pulsata.
Porterò in superficie l’identità perduta. L’assistente della clinica mi accomoda
su un lettino, vicino al braccio del macchinario laser. Mi raccoglie
delicatamente i capelli, e mi stende in volto un gel che farà da vettore al
trattamento. Aziona la macchina miracolosa. Sento il calore che pervade il mio
viso, e penetra nell’epidermide. Dopo la seduta, la pelle appare leggermente
arrossata, ma più luminosa e compatta, come quando studiavo all’università, o
alle elementari.
Nei mesi a venire, divento
la miglior cliente del centro estetico, e la perfezione arriva lentamente.
L’équipe medica oramai mi scoraggia energicamente dal continuare con le
frequenti rinascite, e mi mette in guardia: potrei scottarmi. Ma io di
scottature non ne ho mai prese! Decido quindi di seguire la via della luce da
sola. Faccio carte false, e mi avvalgo di prestanome del settore, per
l’acquisto di un macchinario professionale, che potrò utilizzare a domicilio,
come la casalinga usa il suo robot. Vengo accontentata in poco tempo. Il mio
nuovo braccio laser è perfetto, giusto l’arto che mi mancava per essere una
donna. Dopo l’ennesimo appuntamento con me stessa, accade qualcosa di strano e
inaspettato. Come sempre mi specchio, abbracciata all’idea di perfezione. Vedo
il mio profilo, liscio e cesellato. La pelle è quella di una bambola di
porcellana mai toccata. Mi sento un’altra. Non sono più io. E’ il riflesso di
uno spettro che ha assunto il mio volto. Ha la mia età, tanto tempo fa.
L’illusione dei miei trent’anni appare e scompare. Mi promette che nel mio
futuro ci saranno solo giorni di sole, e raggi di luce pulsata, con cui
sgambetterò la caducità della vita. Niente rughe o linee che rompano la
superficie delle cose, perché non saprei come affrontarle. Continuo a guardare
il mio futuro allo specchio. Il fantasma mi guida verso il rinnovamento
cellulare ed interiore. Ma la mia perfezione quando è troppa, può farmi male. La
luce pulsata, che ha illuminato il mio cammino, ora mi sta accecando. Mi
impedisce di vedere come sono veramente. Sotto l’immagine altera e ultraterrena
ritornata dallo specchio, il laser sta lentamente consumando l’epidermide. In
realtà sono coperta di pieghe e solchi infiniti. Non so chi sono. Se il fantasma
dalla pelle liscia, o me stessa, in lento disfacimento. A volte è il mio
riflesso, brancola nel buio, a volte è lo spettro, fresco e tiranno. Altre volte
sono io che non voglio crescere, e lascio tutto in superficie.
E così accade tutti i
giorni. Ogni volta che tento di ringiovanire, lo spirito si prende gioco di me.
Lui appare sublime, lasciandomi invece vecchia e nodosa.
Una notte non riesco a
dormire. Mi sveglio improvvisamente. Ci sono delle macchie di sangue sul
cuscino. Non ci faccio caso. Non dicono forse che il tempo rimargina tutte le
ferite? Mi osservo attentamente. Sono ancora trentenne, ma voglio esserlo di
più. Torno alla lampada dei desideri. Accendo il macchinario sul mio viso, e
rimango a lungo sotto la luce calda e avvolgente. Riemergo sicura di me e mi
specchio. Sono inondata dalla gioia, come appaiono i miei trent’anni,
opalescenti. Ma ancora una volta, la sagoma del fantasma incantevole mi
impedisce di scorgere la pelle scottata dalla prolungata esposizione al bagno di
luce artificiale. Sfuma i contorni di profonde bruciature sulle guance.
Sanguinano copiosamente, e lasciano intravedere ciò che c’è sotto. Ecco il
derma, quella parte di me che non è mai venuta a galla, l’età interiore. Ecco la
mia essenza sanguinolenta, rinnovata e stravolta. O è solo il mio spettro che
confonde le identità. Quando guardo meglio, sono un coagulo di nervi
bruciacchiati da un eccesso di zelo. La cute si apre qua e là. Fluidi e vapori
fuoriescono dappertutto, come se mi stessi sciogliendo lentamente, dall’interno.
Io, che sono di ghiaccio. I tessuti muoiono. Eppure, vedo ancora a tratti, il
fantasma della perfezione. E’ la fine del mio sogno di giovinezza, e l’inizio
della vecchiaia. Non ho ragione di essere, se non sono bella per sempre. Decido
di morire così come ero rinata. Accendo il laser sul viso squartato. La luce
inghiotte il derma. Rimango lì mezz’ora, un’ora, forse trent’anni.
C’è una vecchia canzone
dei Police che dice: “I will turn your face into alabaster.
When you find
your servant, he’s your master”.