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Biografia dell'autore
 

Fabio Fogli

 

 

 

 

DIARIO DI UN NON MORTO

 

Vago senza meta. Vago senza meta. Nel buio delle tenebre ho il mio bel da fare. Senza mangiare non sopravvivo, anche se non capisco ciò che mi succede intorno. Non ho un nome, non so dove sono né tanto meno che ore sono, in che anno siamo e che tempo fa;sono cose che non mi interessano da tempo. Sento che una volta lo sapevo. Sento che una volta mi interessava.

Nel posto dove mi trovo ci sono molti altri come me. Molto spesso cacciamo in gruppo. La nostra forza consiste nel non lasciare via di fuga alla preda,accerchiandola completamente in una morsa letale dalla quale non si esce vivi.

 

Ecco finalmente un rumore…sento la sua presenza. E’ qua vicino. Ce n’è uno! Mi nascondo in un armadio. Non devo far altro che aspettare il momento giusto… sento che si muove. Starà cercando qualcosa. I passi si fanno sempre più vicini, non vedo l’ora di piombargli addosso, ma devo aspettare,altrimenti lo perderò. Siamo creature lente, l’elemento sorpresa è una delle nostre poche armi, specialmente essendo da solo,preferisco aspettare. Il segreto di sapere quando attaccare la nostra vittima consiste nel sentire, oltre ai passi sempre più vicini, il suo respiro. Non appena sentirò il suo fiato non ci sarà più molto da fare per lui.

Il momento si avvicina. Eccolo! Il suo soffio è qua da me. Intravedo dalla fessura che è girato di schiena. Non poteva capitarmi di meglio. In men che non si dica gli sono addosso. Ho distrutto le porte dell’armadio e gli sono saltato sopra. Lo afferro più forte che posso mettendogli le mie “zampe” attorno alla vita. Dallo slancio siamo caduti entrambi a terra. I miei denti affondano nel suo braccio destro. Gli strappo pezzetti di carne sempre con più foga e rabbia. Lui urla fortissimo straziato dal dolore mentre cerca disperatamente di liberarsi, ma non gli servirà a niente, non c’è nessuno nel raggio di chilometri e io non ho nessuna intenzione di mollare la presa. Continuo nella mia opera dilaniatrice. Con un movimento rapido e deciso gli apro il ventre con un morso e affondo la mia testa e soprattutto la mia fame dentro il suo corpo, che ormai oppone ben poca resistenza rispetto a prima. E’ un tripudio di sangue, le sue budella sono dappertutto. C’è un odore di carne che mi fa impazzire. Il mio “muso” è cosparso interamente di un rosso vivo. Adoro questa sensazione di potere, di vittoria,di fame appagata. Lui non è più niente. Quel che era vivo è morto ormai. E’ finita.

Ho di nuovo fame.

  

Devo spezzare più vite possibili per poter sopravvivere. E’ una volontà molto più forte di me. La vita è una cosa che non ha più valore per me.

So di certo che non sono sempre stato così, non riesco proprio a ricordare di cosa si tratti.

Ma non è un problema. La fame non mi fa pensare a niente. So solo che ho fame e non smetterò mai di averla. Devo conviverci.

I miei simili ed io non pensiamo molto ad altro. Anzi molto spesso credo che gli altri non pensino affatto e che seguano solamente l’impulso naturale. In effetti non siamo altro che animali che seguono l’istinto di sopravvivenza. Una cosa che ci differenzia però dagli animali è l’altro istinto, quello della riproduzione. Noi non abbiamo bisogno di riprodurci. Finché riusciamo a mangiare sopravviviamo. Non dobbiamo sostentare e alimentare la nostra specie con la prole, perché l’unico modo per farlo è quello di nutrirci. Però capita che quando una preda riesce a scapparci, ma noi riusciamo a morderla, essa da un lato si salva perché non diventa il nostro banchetto quotidiano, ma dall’altro è destinata a diventare una di noi. Quindi come razza non possiamo far altro che espanderci sempre più. Siamo come il cancro. E’ molto diverso che procreare.

Quando ci troviamo insieme, e ciò avviene in maniera del tutto casuale, c’è una strana atmosfera.

Sguardi persi che non si incroceranno mai. Nessun rumore di voci o risate, nessun rumore a parte quello del movimento dei corpi che vagano senza un preciso ordine. Sul corpo di tutti c’è, insieme,il sangue già secco di vecchi pasti e quello ancora caldo di pranzi e cene appena consumate. Il fatto di cacciare in branco avviene senza programmazione e organizzazione alcuna. Siamo come le pecore. Se entro un certo raggio d’azione c’è da mangiare noi lo sappiamo. Sentiamo la loro presenza. E allora ci muoviamo. Altrimenti potremmo restare in una fase di stallo per molto, molto tempo.

 

Ora sono con “altri” in una casa. Non mi era mai capitato di perlustrare una casa non devastata in ogni angolo. Questa casa è stata abbandonata senza mai essere invasa da noi. Oppure,ipotesi meno probabile, ci vive ancora qualcuno qua dentro. Nella camera da letto trovo una strana porta. Non ho mai visto niente di simile. E’ lucida. Non capisco. Pare esserci un prolungamento della stanza dall’altra parte di questa strana porta. Si vedono un altro letto, un altro comodino, un’altra bajour. La cosa strana è che questi oggetti sembrano esattamente identici a quelli presenti dal mio lato della stanza. Cosa ancora più strana è che c’è anche un mio simile dall’altra parte. Mi avvicino. Si avvicina anche lui. I nostri sguardi si incrociano. Non ho mai incrociato uno sguardo con un mio simile. E’ la prima volta per me.

Non è uno sguardo perso nel vuoto…sta guardando proprio me!

Sono confuso.

Ho una sensazione di malessere. Non mi sento per niente a mio agio davanti a questo strano individuo. Egli compie esattamente gli stessi gesti che faccio io. Provo ad andargli addosso ma mi ritrovo per terra. E’ come se ci fosse qualcosa che ci separa.

 

 

Penso di aver capito.

Sono io!

Io sono lì dentro.

Allora è così che appaio. Sono un mostro. Ho forma umana anche io come gli altri…

Dei rumori!?gli altri hanno trovato una preda. Devo andare. Non saprò mai chi o cosa sono, ma ho fame.

Vago senza meta. Vago senza meta.