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Biografia dell'autore
 

Vincenzo Comito
 

 

 

 

DORA E IL VIOLINO

 

In ginocchio, davanti al cadavere di corde e legno, cerco di trattenere l’impeto omicida. Dora mi osserva con la solita aria svampita.

– Non sarà stato mica di valore? Un... come si chiama? Stratovarius?

– Stra-di-va-ri! No, era un violino qualunque. Ma ci avevo messo tutto il mio amore dentro.

Che voglia di strozzarla. Come se fosse mia moglie. E invece no, non è moglie, sorella, madre o figlia. Solo una matta che mi entra in casa tutti i giorni, convinta di essere la donna delle pulizie.

Si mette a piangere.

– E io che ti avevo risistemato la casa...

Il soggiorno è un disastro, ogni mobile sta esattamente dove non dovrebbe stare. Lo scaffale in particolare, è rovesciato, proprio sui resti del mio violino. Lo tiro fuori. Me lo sistemo sul collo, provo a suonare.

L’Aria di Bach si trasforma in un raglio d’asino.

– Be’, suona ancora – interviene Dora.

Cerco di ricordare il primo giorno in cui le diedi le chiavi di casa, cinque anni fa. Aveva promesso di prepararmi la cena e di farmi il bucato. L’unico giorno in cui non distrusse qualcosa.

Forse Stravinskij viene bene lo stesso.

Il violino rigurgita una Sagra di primavera con scimmie, pappagalli e ippopotami.

Ho le orecchie frantumate, il cuore spezzato. Allungo il palmo aperto verso Dora.

– Le chiavi.

– No, ti prego...

La mano persiste, protesa. Lei abbassa la testa e si fa avanti. Non la guardo neanche, sento solo un tintinnio metallico e la porta che si chiude.

Rilascio un sospiro liberatorio. Avrei dovuto farlo prima. Se non fossi stato così solo...

Ho uno scatto di rabbia. Imbraccio il violino e ascendo verso il climax dell’Inverno di Vivaldi.

Anatre, maiali, struzzi, corvi, capre, zanzare, chihuahua e rutti umani.

Il mio amato violino è morto.

Neanche tre secondi di funerale che bussano già alla porta. Non mi va di vedere nessuno. Le pacche si fanno insistenti, sembrano spaurite. Vado ad aprire.

Non posso crederci. Dora!

Ansima tutta; punta l’indice sul polpaccio, dove intravedo i segni di un morso, poi butta il pollice dietro la schiena. Oltre la sua spalla un esercito di animali razzola nel mio giardino. E non è una visione bucolica: è pieno di denti affilati. Le bestie si lanciano su di noi. Afferro Dora e la scaravento dentro. Sbatto la porta sul muso di uno struzzo.

Mi giro verso il violino. Non può essere…

Sbarro porte e finestre. Gli animali tartassano i legni per qualche tempo, poi si stancano e in breve lasciano spazio al silenzio.

– È tutta colpa tua! – sbraito – se non rompevi il violino tutto questo non sarebbe successo.

– Ma cosa c’entra il violino?

In effetti, non ne sono ancora sicuro. Lo prendo in mano. Suono un’insignificante nota acuta.

Apro la porta. Il cortile è vuoto. Gli occhi si fissano su un punto nero. Qualcosa nel cielo? Le pupille si strizzano. La mosca!

Agito le mani, schiaffeggio l’aria. L’insetto evita i colpi, mi si infila in un orecchio.

Mi fracassa i timpani, non riesco a toglierla. Inizia a rosicchiare!

La donna arriva con un secchio. Me lo svuota sulla faccia.

– Ho sentito che in questi casi devi usare l’acqua.

– Sì – le rispondo, fradicio – ma ne bastava una goccia nell’orecchio. In ogni caso, grazie.

Si avvicina e mi libera dal mostro. Ha gli occhi lucidi.

– È la prima volta che mi dici grazie.

Una scena sentimentale con Dora? No, dai, un attimo.

Per fortuna spari e urla ci distraggono. Sfumano in poco tempo.

Oltre la recinzione un’oca starnazza allegra. Appare oltre le sbarre del cancello. Ha un braccio in bocca!

Rimaniamo pietrificati per qualche istante. Poi, per istinto, corriamo in direzione dei rumori.

A terra vedo il primo uomo, sbranato. Se ne aggiungono altri, si spargono per le strade. Dora non regge alla visione, si attacca a un muro e vomita di tutto. Le tengo la fronte. Quando ha finito le faccio cenno di tornare a casa. Lei barcolla, poi parte in quarta.

Io continuo. Vedo il primo animale a terra. Un asino che sembra avere una mutazione da tigre dai denti a sciabola. Poi l’oca di prima. Le carcasse degli animali aumentano, quelle degli uomini calano. In fondo alla via vedo degli uomini in piedi, hanno dei fucili in mano. Sparano due colpi sulla bestia sopravvissuta, forse la più temibile: il chihuahua.

Li hanno uccisi tutti, eppure sento una sensazione di mancanza, ma non riesco a focalizzarla.

Mi nascondo dietro un angolo.

Il violino, devo distruggerlo.

Corro a casa, becco Dora con lo strumento in mano.

– Ferma!

Glielo scippo.

– Ma come può essere colpa sua? Non è mai successo niente, finora!

Ha ragione, eppure ha materializzato le sensazioni che ho avvertito mentre suonavo.

– Forse ha acquistato potere da rotto. Comunque lo brucio.

Andiamo sul retro della casa. Accendo il barbecue, ci lancio dentro il violino, senza guardarlo.

Dora fissa il fuoco, è tutta sudata. Molto sudata, tanto che ha del liquido sotto i piedi. Si riempie di gocce, sembra una cascata.

– Oh Gesù!

Recupero di fretta il tubo dell’irrigazione, apro il rubinetto e innaffio il barbecue. Il fuoco si spegne.

Dora sembra illesa, ma sta su una pozza di burro fuso; pare dimagrita di cinque chili. Lei corruga la fronte.

– Che c’è?

Si lancia un’occhiata addosso, poi congiunge le mani.

– Oddio! Meglio d’una liposuzione!

Questa volta rido anch’io.

Corro in casa e nascondo il violino nell’angolo più remoto, quindi torno alla mia scena sentimentale. Sto per abbracciare Dora quanto il suolo inizia a tremare. Filiamo dentro e ci piazziamo dietro a una finestra.

La terra si smuove e una serie di esseri macilenti ne viene fuori.

– Z-zo... zom... – prova a dire Dora, io le tappo la bocca.

Lo sapevo che mancava qualcosa. L’ultima sensazione che ho provato suonando l’Inverno di Vivaldi. Quei resti umani sfondano la recinzione e se ne vanno per le strade.

Penso al violino, al barbecue, a Dora. Lei mi osserva, i soliti occhi da cerbiatto. Io le sorrido.

– Al diavolo, qualcuno gli ficcherà una pallottola in testa, prima o poi.