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DORA E IL VIOLINO
In
ginocchio, davanti al cadavere di corde e legno, cerco di
trattenere l’impeto omicida. Dora mi osserva con la solita
aria svampita.
– Non
sarà stato mica di valore? Un... come si chiama?
Stratovarius?
–
Stra-di-va-ri! No, era un violino qualunque. Ma ci avevo
messo tutto il mio amore dentro.
Che
voglia di strozzarla. Come se fosse mia moglie. E invece no,
non è moglie, sorella, madre o figlia. Solo una matta che mi
entra in casa tutti i giorni, convinta di essere la donna
delle pulizie.
Si
mette a piangere.
– E io
che ti avevo risistemato la casa...
Il
soggiorno è un disastro, ogni mobile sta esattamente dove
non dovrebbe stare. Lo scaffale in particolare, è
rovesciato, proprio sui resti del mio violino. Lo tiro
fuori. Me lo sistemo sul collo, provo a suonare.
L’Aria
di Bach si trasforma in un raglio d’asino.
– Be’,
suona ancora – interviene Dora.
Cerco
di ricordare il primo giorno in cui le diedi le chiavi di
casa, cinque anni fa. Aveva promesso di prepararmi la cena e
di farmi il bucato. L’unico giorno in cui non distrusse
qualcosa.
Forse
Stravinskij viene bene lo stesso.
Il
violino rigurgita una Sagra di primavera con scimmie,
pappagalli e ippopotami.
Ho le
orecchie frantumate, il cuore spezzato. Allungo il palmo
aperto verso Dora.
– Le
chiavi.
– No,
ti prego...
La
mano persiste, protesa. Lei abbassa la testa e si fa avanti.
Non la guardo neanche, sento solo un tintinnio metallico e
la porta che si chiude.
Rilascio un sospiro liberatorio. Avrei dovuto farlo prima.
Se non fossi stato così solo...
Ho uno
scatto di rabbia. Imbraccio il violino e ascendo verso il
climax dell’Inverno di Vivaldi.
Anatre, maiali, struzzi, corvi, capre, zanzare, chihuahua e
rutti umani.
Il mio
amato violino è morto.
Neanche tre secondi di funerale che bussano già alla porta.
Non mi va di vedere nessuno. Le pacche si fanno insistenti,
sembrano spaurite. Vado ad aprire.
Non
posso crederci. Dora!
Ansima
tutta; punta l’indice sul polpaccio, dove intravedo i segni
di un morso, poi butta il pollice dietro la schiena. Oltre
la sua spalla un esercito di animali razzola nel mio
giardino. E non è una visione bucolica: è pieno di denti
affilati. Le bestie si lanciano su di noi. Afferro Dora e la
scaravento dentro. Sbatto la porta sul muso di uno struzzo.
Mi
giro verso il violino. Non può essere…
Sbarro
porte e finestre. Gli animali tartassano i legni per qualche
tempo, poi si stancano e in breve lasciano spazio al
silenzio.
– È
tutta colpa tua! – sbraito – se non rompevi il violino tutto
questo non sarebbe successo.
– Ma
cosa c’entra il violino?
In
effetti, non ne sono ancora sicuro. Lo prendo in mano. Suono
un’insignificante nota acuta.
Apro
la porta. Il cortile è vuoto. Gli occhi si fissano su un
punto nero. Qualcosa nel cielo? Le pupille si strizzano. La
mosca!
Agito
le mani, schiaffeggio l’aria. L’insetto evita i colpi, mi si
infila in un orecchio.
Mi
fracassa i timpani, non riesco a toglierla. Inizia a
rosicchiare!
La
donna arriva con un secchio. Me lo svuota sulla faccia.
– Ho
sentito che in questi casi devi usare l’acqua.
– Sì –
le rispondo, fradicio – ma ne bastava una goccia
nell’orecchio. In ogni caso, grazie.
Si
avvicina e mi libera dal mostro. Ha gli occhi lucidi.
– È la
prima volta che mi dici grazie.
Una
scena sentimentale con Dora? No, dai, un attimo.
Per
fortuna spari e urla ci distraggono. Sfumano in poco tempo.
Oltre
la recinzione un’oca starnazza allegra. Appare oltre le
sbarre del cancello. Ha un braccio in bocca!
Rimaniamo pietrificati per qualche istante. Poi, per
istinto, corriamo in direzione dei rumori.
A
terra vedo il primo uomo, sbranato. Se ne aggiungono altri,
si spargono per le strade. Dora non regge alla visione, si
attacca a un muro e vomita di tutto. Le tengo la fronte.
Quando ha finito le faccio cenno di tornare a casa. Lei
barcolla, poi parte in quarta.
Io
continuo. Vedo il primo animale a terra. Un asino che sembra
avere una mutazione da tigre dai denti a sciabola. Poi l’oca
di prima. Le carcasse degli animali aumentano, quelle degli
uomini calano. In fondo alla via vedo degli uomini in piedi,
hanno dei fucili in mano. Sparano due colpi sulla bestia
sopravvissuta, forse la più temibile: il chihuahua.
Li
hanno uccisi tutti, eppure sento una sensazione di mancanza,
ma non riesco a focalizzarla.
Mi
nascondo dietro un angolo.
Il
violino, devo distruggerlo.
Corro
a casa, becco Dora con lo strumento in mano.
–
Ferma!
Glielo
scippo.
– Ma
come può essere colpa sua? Non è mai successo niente,
finora!
Ha
ragione, eppure ha materializzato le sensazioni che ho
avvertito mentre suonavo.
–
Forse ha acquistato potere da rotto. Comunque lo brucio.
Andiamo sul retro della casa. Accendo il barbecue, ci lancio
dentro il violino, senza guardarlo.
Dora
fissa il fuoco, è tutta sudata. Molto sudata, tanto che ha
del liquido sotto i piedi. Si riempie di gocce, sembra una
cascata.
– Oh
Gesù!
Recupero di fretta il tubo dell’irrigazione, apro il
rubinetto e innaffio il barbecue. Il fuoco si spegne.
Dora
sembra illesa, ma sta su una pozza di burro fuso; pare
dimagrita di cinque chili. Lei corruga la fronte.
– Che
c’è?
Si
lancia un’occhiata addosso, poi congiunge le mani.
–
Oddio! Meglio d’una liposuzione!
Questa
volta rido anch’io.
Corro
in casa e nascondo il violino nell’angolo più remoto, quindi
torno alla mia scena sentimentale. Sto per abbracciare Dora
quanto il suolo inizia a tremare. Filiamo dentro e ci
piazziamo dietro a una finestra.
La
terra si smuove e una serie di esseri macilenti ne viene
fuori.
– Z-zo...
zom... – prova a dire Dora, io le tappo la bocca.
Lo
sapevo che mancava qualcosa. L’ultima sensazione che ho
provato suonando l’Inverno di Vivaldi. Quei resti
umani sfondano la recinzione e se ne vanno per le strade.
Penso
al violino, al barbecue, a Dora. Lei mi osserva, i soliti
occhi da cerbiatto. Io le sorrido.
– Al
diavolo, qualcuno gli ficcherà una pallottola in testa,
prima o poi.
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