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DORMONO NEI NOSTRI LETTI
La ferita dietro l’orecchio è la prova che non mi sto
sbagliando. Nonostante di giorno cerchi di nasconderla, di
notte i capelli riversi sul cuscino la lasciano scoperta.
L’ho sorpresa in bagno, stamattina, che tentava di coprirla
con della cipria. Quando ha chiuso l’armadietto sopra il
lavandino e ha visto il mio riflesso nello specchio, il
portacipria le è scivolato dalle mani, e polvere bianca si
è sparsa sul pavimento. “Mi hai spaventata” mi ha detto col
suo sorriso da attrice consumata mentre si stringeva al
collo l’accappatoio.
Il suo respiro è regolare, sta fingendo di dormire. Le
basterebbe il minimo dubbio su di me per riservarmi lo
stesso trattamento che ha riservato agli altri.
Avrei dovuto capirlo subito. Così bella e intelligente,
uscire con uno come me. “Mi piaci perché sei una persona
vera” mi diceva. Al momento pensavo fosse solo un modo di
dire. Non mi ero ancora accorto della ferita.
Ne hanno sempre una, da qualche parte. Tra una trasfusione e
l’altra non passa abbastanza tempo perché possano
rimarginarsi. Generalmente le nascondono con i capelli.
Nessun uomo sano di mente metterebbe in dubbio la vanità
femminile. Io adesso sì.
I primi ad essere eliminati sono stati i malati terminali,
i malati gravi e i malati cronici. C’era pericolo che il
loro sangue cattivo avvelenasse qualcuno. Perché, nonostante
tutto, questi intelligentissimi esseri non sono ancora
riusciti a trovare un’alternativa per il loro sostentamento.
Certo, le tradizioni hanno ceduto il passo a nuove
abitudini, e i racconti che amavamo leggere sotto
l’ombrellone ora non sono altro che vecchia letteratura.
Niente più pallidi conti avvolti nei loro mantelli nelle
notti di luna piena. Ma soprattutto niente più fanciulle
indifese.
Le associazioni di donatori di sangue si sono quintuplicate
negli ultimi due anni, da quando un decreto legge obbliga
ogni cittadino maggiorenne a sottoporsi a prelievo di sangue
almeno sei volte l’anno. Dicono di voler salvaguardare la
popolazione, vogliono farci credere che con questi controlli
si possa giungere ad una prevenzione pressoché totale da
ogni tipo di patologia. In effetti sembra ci stiano
riuscendo, nessuno sembra più avere parenti da andare a
trovare in ospedale. Ma a cosa serve allora tutto quel
sangue, visto che di malati non ce ne sono più? A pensarci
bene, a memoria d’uomo non ce ne sono mai stati nella nostra
città. E’ come se ogni ricordo relativo alle persone
scomparse sia stato cancellato dalla memoria collettiva. Ho
letto qualcosa a riguardo, era una pratica molto in uso nel
secolo scorso. Si chiamava ipnosi.
Ecco perché subito dopo e’ toccato a noi. Perché con noi non
funzionava, perché noi malati psichiatrici ricordavamo.
Ricordo mia madre e ricordo mio padre. Lei non lo sa, e
questo mi dà un po’ di vantaggio. Non ho più molto tempo,
però. Anche i miei ricordi stanno svanendo, da quando sono
scappato dalla clinica, e non passerà molto tempo prima che
spariscano, come quelli di tutti gli altri.
Sta ancora respirando. Fingere di respirare è un’arte che
ormai hanno appreso alla perfezione, ma lo fanno solo per
passare inosservate. Non hanno bisogno di dormire, la loro
e’ un’imitazione meccanica degli atteggiamenti umani. Il
predatore che si finge preda, ma è tutt’altro che
vulnerabile. In un’epoca in cui l’emancipazione femminile
sembra essere il più legittimo e naturale evolversi della
società, nessuno si chiede più come mai le più alte cariche
civili siano attribuite a loro. Sono le nostre sorelle, le
nostre madri, le nostre mogli, le nostre amanti. Ci
generano, ci nutrono, ci proteggono, ma non possono disfarsi
di noi, perché la loro sopravvivenza dipende da noi. Per
questo dormono nei nostri letti, per questo ci fanno
innamorare, è il modo migliore per controllarci, per tenerci
schiavi.
Il fumo entra da sotto la porta, e pian piano dal pavimento
inizia a sollevarsi fino al letto dove dormo. Il mio
compagno di stanza sembra non essersi accorto di nulla,
salto in piedi e mi lancio verso la porta, in un disperato
tentativo di sfondarla. Ma è chiusa a chiave, non ci
permettono di girare la notte. Non appena la mia spalla
tocca il legno rovente, capisco che devo cercare un’altra
via di fuga. Con un balzo raggiungo il letto del mio
compagno artigliandogli una spalla. La sua testa si rovescia
verso di me, rivelando uno squarcio sotto il mento. Nessuna
traccia di sangue. Afferro una sedia e la scaglio contro la
finestra. Al quarto tentativo, il vetro va in frantumi e mi
lancio di sotto. Atterro con tutto il mio peso su una
caviglia, il dolore è lancinante, ma riesco a trascinarmi
attraverso il prato fino all’altro lato della strada. Alzo
gli occhi, per pentirmene subito dopo. Attraverso le
finestre illuminate dall’incendio, i pazienti avviluppati
dalle fiamme si contorcono nelle loro stanze fino a cadere
sul pavimento. Spettatori immobili, medici e assistenti
attendono di fronte all’ospedale l’estinguersi del rogo, il
riflesso dei loro occhiali ammiccante nel buio del giardino.
Il silenzio ben presto sostituisce le urla, ma la luce del
fuoco non sarebbe sparita che al sopraggiungere dell’alba.
Ha smesso di respirare, il mio sedativo ha fatto effetto.
Ora non mi resta che portarla in cantina e incatenarla alla
croce, per il suo ultimo film. Ho già preparato la
scenografia nei minimi dettagli: il paletto di frassino
appuntito, le corone d’aglio appese, l’acqua santa. Lo
faccio per la salvezza dell’umanità, per quel briciolo di
dignità che ancora sopravvive nel genere maschile, ma non
posso fare a meno di pensare che sia uno spreco. Così bella.
Mentre la osservo da vicino, penso che ha le stesse labbra
di mia madre. Chissà se l’ha notato anche lei, quando le ha
squarciato la gola. Potremmo convivere in perfetta armonia,
ma no, alcuni di loro ancora prediligono i vecchi metodi,
non si accontentano delle trasfusioni. Bene, se le piacciono
i vecchi metodi, quelli avrà. Non mi resta che aspettare che
si svegli. Intanto posso bermi un caffè. E iniziare ad
aggiornare il mio registro. Vediamo. Pagina 14. 22 novembre
2008. Vampiro n.73.
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