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Biografia dell'autore
 

Elisabetta Gianoli
 

 

 

 

DORMONO NEI NOSTRI LETTI


 

La ferita dietro l’orecchio è la prova che non mi sto sbagliando. Nonostante di giorno cerchi di nasconderla, di notte i capelli riversi sul cuscino la lasciano scoperta. L’ho sorpresa in bagno, stamattina, che tentava di coprirla con della cipria. Quando ha chiuso l’armadietto sopra il lavandino e ha visto il mio riflesso nello specchio, il portacipria le è scivolato dalle mani, e  polvere bianca si è sparsa sul pavimento. “Mi hai spaventata” mi ha detto col suo sorriso da attrice consumata mentre si stringeva al collo l’accappatoio.

Il suo respiro è regolare, sta fingendo di dormire. Le basterebbe il minimo dubbio su di me per riservarmi lo stesso trattamento che ha riservato agli altri.

Avrei dovuto capirlo subito. Così bella e intelligente, uscire con uno come me. “Mi piaci perché sei una persona vera” mi diceva. Al momento pensavo fosse solo un modo di dire. Non mi ero ancora accorto della ferita.

Ne hanno sempre una, da qualche parte. Tra una trasfusione e l’altra non passa abbastanza tempo perché possano rimarginarsi. Generalmente le nascondono con i capelli. Nessun uomo sano di mente metterebbe in dubbio la vanità femminile. Io adesso sì.

I primi ad essere eliminati sono stati i malati terminali,  i malati gravi e i malati cronici. C’era pericolo che il loro sangue cattivo avvelenasse qualcuno. Perché, nonostante tutto, questi intelligentissimi esseri non sono ancora riusciti a trovare un’alternativa per il loro sostentamento.

Certo, le tradizioni hanno ceduto il passo a nuove abitudini, e i racconti che amavamo leggere sotto l’ombrellone ora non sono altro che vecchia letteratura. Niente più pallidi conti avvolti nei loro mantelli nelle notti di luna piena. Ma soprattutto niente più fanciulle indifese.

Le associazioni di donatori di sangue si sono quintuplicate negli ultimi due anni, da quando un decreto legge obbliga ogni cittadino maggiorenne a sottoporsi a prelievo di sangue almeno sei volte l’anno. Dicono di voler salvaguardare la popolazione, vogliono farci credere che con questi controlli si possa giungere ad una prevenzione pressoché totale da ogni tipo di patologia. In effetti sembra ci stiano riuscendo, nessuno sembra più avere parenti da andare a trovare in ospedale. Ma a cosa serve allora tutto quel sangue, visto che di malati non ce ne sono più? A pensarci bene, a memoria d’uomo non ce ne sono mai stati nella nostra città. E’ come se ogni ricordo relativo alle persone scomparse sia stato cancellato dalla memoria collettiva. Ho letto qualcosa a  riguardo, era una pratica molto in uso nel secolo scorso. Si chiamava ipnosi.

Ecco perché subito dopo e’ toccato a noi. Perché con noi non funzionava, perché noi malati psichiatrici ricordavamo.

Ricordo mia madre e ricordo mio padre. Lei non lo sa, e questo mi dà un po’ di vantaggio. Non ho più molto tempo, però. Anche i miei ricordi stanno svanendo, da quando sono scappato dalla clinica, e non passerà molto tempo prima che spariscano, come quelli di tutti gli altri.

Sta ancora respirando. Fingere di respirare è un’arte che ormai hanno appreso alla perfezione, ma lo fanno solo per passare inosservate. Non hanno bisogno di dormire, la loro e’ un’imitazione meccanica degli atteggiamenti umani. Il predatore che si finge preda, ma è tutt’altro che vulnerabile. In un’epoca in cui l’emancipazione femminile sembra essere il più legittimo e naturale evolversi della società, nessuno si chiede più come mai le più alte cariche civili siano attribuite a loro. Sono le nostre sorelle, le nostre madri, le nostre mogli, le nostre amanti. Ci generano, ci nutrono, ci proteggono, ma non possono disfarsi di noi, perché la loro sopravvivenza dipende da noi. Per questo dormono nei nostri letti, per questo ci fanno innamorare, è il modo migliore per controllarci, per tenerci schiavi.

Il fumo entra da sotto la porta, e pian piano dal pavimento inizia a sollevarsi fino al letto dove dormo. Il mio compagno di stanza sembra non essersi accorto di nulla, salto in piedi e mi lancio verso la porta, in un disperato tentativo di sfondarla. Ma è chiusa a chiave, non ci permettono di girare la notte. Non appena la mia spalla tocca il legno rovente, capisco che devo cercare un’altra via di fuga. Con un balzo raggiungo il letto del mio compagno artigliandogli una spalla. La sua testa si rovescia verso di me, rivelando uno squarcio sotto il mento. Nessuna traccia di sangue. Afferro una sedia e la scaglio contro la finestra. Al quarto tentativo, il vetro va in frantumi e mi lancio di sotto. Atterro con tutto il mio peso su una caviglia, il dolore è lancinante, ma riesco a trascinarmi attraverso il prato fino all’altro lato della strada. Alzo gli occhi, per pentirmene subito dopo. Attraverso le finestre illuminate dall’incendio, i pazienti avviluppati dalle fiamme si contorcono nelle loro stanze fino a cadere sul pavimento. Spettatori immobili, medici e assistenti attendono di fronte all’ospedale l’estinguersi del rogo, il riflesso dei loro occhiali ammiccante nel buio del giardino. Il silenzio ben presto sostituisce le urla, ma la luce del fuoco non sarebbe sparita che al sopraggiungere dell’alba.

Ha smesso di respirare, il mio sedativo ha fatto effetto. Ora non mi resta che portarla in cantina e incatenarla alla croce, per il suo ultimo film. Ho già preparato la scenografia nei minimi dettagli: il paletto di frassino appuntito, le corone d’aglio appese, l’acqua santa. Lo faccio per la salvezza dell’umanità, per quel briciolo di dignità che ancora sopravvive nel genere maschile, ma non posso fare a meno di pensare che sia uno spreco. Così bella. Mentre la osservo da vicino, penso che ha le stesse labbra di mia madre. Chissà se l’ha notato anche lei, quando le ha squarciato la gola. Potremmo convivere in perfetta armonia, ma no, alcuni di loro ancora prediligono i vecchi metodi, non si accontentano delle trasfusioni. Bene, se le piacciono i vecchi metodi, quelli avrà. Non mi resta che aspettare che si svegli. Intanto posso bermi un caffè. E iniziare ad aggiornare il mio registro. Vediamo. Pagina 14. 22 novembre 2008. Vampiro n.73.