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Biografia dell'autore
 

Alessandro Naccarato
 

 

 

 

FEBBRE

 

sapeva che non sarebbe andato da nessuna parte per i prossimi giorni, tanto valeva inventarsi qualcosa per far passare il tempo. peccato non sapesse dipingere, avrebbe fatto un bel quadro; peccato non sapesse suonare, avrebbe composto una melodia. avrebbe potuto scrivere è vero: ma il mal di testa gli impediva anche di stare davanti alla tv, figuriamoci al computer. niente. l’unica cosa da fare era starsene a letto a guardare il soffitto. la febbre doveva fare il suo corso.

erano ormai tre giorni che se ne stava in pigiama, a girare per casa, a sdraiarsi da un letto all’altro, senza combinare nulla. mangiava poco. dormiva tanto. per fortuna la nausea e il vomito erano passati subito. almeno quello.

il primo giorno il termometro segnò febbre a 40°. chiamò il medico che gli assicurò che era un virus passeggero, che nel giro di qualche giorno sarebbe stato meglio.

in realtà, si sentiva ancora male.

un conato di vomito salì su per la gola e non fece in tempo a trattenerlo. sporcò il tappeto vicino al letto.

si alzò di scatto e corse in bagno. per un attimo gli sembrò di perdere i sensi e svenire, poi la mente e gli occhi tornarono a funzionare. davanti al lavandino aspettava di rigettare, di nuovo. gli avevano detto di farlo nel water, per non otturare le tubature del lavandino, ma non riusciva a muoversi. dopo tre giorni le nausee erano tornate.

le gambe cominciarono a tremare e guardandosi allo specchio vide che stava sudando. sentiva freddo; la testa sembrava scoppiargli da un momento all’altro. il viso pallido, le occhiaie ancora più evidenti e i capelli appiccicati alla fronte, gli fecero capire quanto in realtà stava male. altro che dipingere: avrebbe dovuto richiamare il medico, o andare in ospedale. ma come? non riusciva nemmeno a fare un passo.

gli occhi divennero rossi per via dei capillari rotti. cadde anche un dente, un incisivo, ma non se ne accorse subito.

si sdraiò sul tappetino del bagno, dove tante volte si era seduto da piccolo dopo aver fatto la doccia. con una mano teneva il phon asciugandosi i capelli; con l’altra sfogliava pagine dei fumetti. ma erano altri tempi.

adesso non solo le gambe, tremava tutto il corpo. non riusciva a stare sdraiato per via di un dolore lancinante alla schiena. si mise seduto poggiandosi con la spalla sinistra al muro.

il vomito salì così velocemente questa volta che non riuscì nemmeno ad aprire la bocca. sembrava un fiume colorato che stava straripando. colava dal mento, passava sul collo e sporcava il pigiama. dovette tirarsi in avanti per non rimanere soffocato da tutto quel liquido che il suo corpo stava producendo.

con un grido di dolore cercò di tirarsi in piedi. cadde di nuovo, scivolando sul pavimento bagnato e andando a sbattere con la testa contro la porta. cadendo si aggrappò ad un accappatoio appeso ad un gancio, strappandolo.

stava piangendo e gridava di dolore. si mise carponi e cominciò a tossire. non vomitava più, ora tossiva, di continuo.

un canino cadde sul pavimento e questa volta se ne accorse. strabuzzò gli occhi, quando vide il suo dente rimbalzare sulla mattonella e poi finire vicino al cestino dei panni sporchi. subito portò una mano alla bocca; con l’altra cercò di tirarsi su per andare davanti allo specchio. non ci riuscì; così si affidò al tatto e intuì che qualcosa non andava. mancavano dei denti, non capiva bene quali. la mano si sporcò di sangue, ma era l’ultimo dei suoi problemi.

piangeva disperato, stava male, sentiva dolore in tutto il corpo.

si sdraiò su di un fianco tirando le gambe a sé. in questa posizione fetale, quasi d’istinto, inarcò la schiena tirando indietro il sedere; con le mani si tolse la maglietta del pigiama lasciando scoperta la schiena.

con un urlo fuori dal comune, per un dolore che non aveva mai provato, simile solo in parte, a quando si era rotto il braccio, lasciò definitivamente contatto con la realtà.

la sua mente era ormai partita verso mondi lontani.

la schiena si era spezzata, o almeno così gli era sembrato.

con la forza della disperazione cercò di alzarsi, ma riuscì solo a mettersi sulle ginocchia.

vide il sangue sul pavimento; poi fu distratto da un rumore e da uno spostamento d’aria. oggetti che si trovavano sulla mensola vicino al lavandino ora giacevano in terra. vicino alla mensola, sospesa in aria, una parete di piume giganti pulsava viva. non capiva più niente; non voleva capire più niente.

seguì con gli occhi la curvatura di quello che poteva sembrargli un osso da cui partivano barbe parallele rivolte verso il basso.

non voleva crederci, ma era un enorme ala d’uccello quella che stava vedendo.

girando la testa si accorse che usciva dalla sua schiena. immediatamente guardò dall’altra parte: ce n’era un’altra uguale; era solo piegata, per via del muro che le impediva di aprirsi.

sentì che le forze stavano tornando. sentì il cuore battere più velocemente.

davanti allo specchio non vide più la sua persona, o per lo meno non proprio. gli occhi completamente rossi sarebbero bastati per fargli dire che quello che stava guardando non era più lui. le ali dietro la schiena si muovevano lentamente al ritmo del suo respiro.

era ancora impregnato di vomito, sangue e sudore.

guardando il suo petto nudo capì che stava cambiando colore. un colore scuro, simile alle ali.

i capelli stavano sbiancando. le sue mani, ma forse era solo sensazione, gli sembrarono più grandi.

sorridendo si accorse di aver perso tutti i denti.

si avvicinò allo specchio con la bocca ancora aperta e si accorse che dalla gengiva superiore qualcosa stava uscendo.

sembrava un dente. un dente a punta.

si girò verso il rumore insistente alla sua destra. si accorse che stava piovendo.

ripiegò le ali e si abbassò con il corpo. trattenne il fiato. spense quello che era rimasto del suo cervello.

chiudendo gli occhi, con un balzo, si lanciò verso la finestra.