Sto lottando con mio
fratello presso l’orlo del pozzo. Contrariamente al solito, sembra che io stia
avendo la meglio, e spingo il suo corpo sproporzionato, muscoloso e piuttosto
appesantito per farlo precipitare. Lui pare abbandonarsi, avverto minore
resistenza, e si allenta il contatto tra i nostri corpi. Lo butto giù come un
fuscello. Forse è stato fin troppo facile…lui non ha emesso nemmeno un urlo…è
strano, ha sempre gridato e strepitato, anche quando non era necessario…Mi sento
più leggero, ho finito di sottostare ai suoi voleri, di ubbidirgli, influenzato
da un pericoloso miscuglio di pietà, timore e ripugnanza.
Il pozzo scompare in
rapida dissolvenza, vedo una macchia scura, sento la testa pesante…
Apro gli occhi, prima
stavo sognando. Avverto un senso di nausea, che sale dalla bocca dello stomaco
fino alla gola. Tre ore prima, mentre eravamo a tavola e mio padre come al
solito fissava il vuoto, mio fratello ha inclinato la mano accanto al mio
bicchiere, e deve avermi somministrato un sonnifero. Adesso sono realmente
accanto al pozzo; due mani tozze e pesanti mi cingono i fianchi e mi sollevano.
La faccia ghignante di mio fratello non lascia adito a dubbi: ha intenzione di
sbarazzarsi di me, teme che io possa denunciarlo per l’omicidio di mia sorella,
spinta da lui nel pozzo circa un anno fa, mentre lei gli voltava le spalle. Io
stavo uscendo di casa ed ebbi il tempo di vedere la sagoma di mia sorella
sparire nell’imbocco. Gridai, e mio fratello mi mise una mano sulla carotide,
sussurrando nel mio orecchio con voce strascicata che si era trattato di uno
spiacevole incidente, di un gioco finito in maniera tragica. Sapevo che lui
l’odiava, anche se i motivi erano futili, come un dissidio non sanato o il
fraintendimento di un atto scherzoso. Mio fratello estremizzava tutto, e
continua a farlo ora…mi sta spingendo giù…biascica parole incomprensibili, con
le pupille che sembrano essersi abbassate nelle orbite, che da qualche tempo
erano divenute più incavate.
Sto cadendo, ma faccio in
tempo ad afferrarlo al collo e a trascinarlo giù con me. Sbarra gli occhi,
sbattiamo un paio di volte contro le bianchi pareti rocciose, con i nostri corpi
avvinti che attenuano gli effetti dei colpi, poi cadiamo in fondo, sempre
avvinghiati. Gemiamo entrambi, siamo ancora vivi. Mi stacco da lui e striscio
carponi; mio fratello rimane immobile. Dalla tasca del giubbotto estraggo un
accendino. Ha poco gas e faccio fatica ad azionarlo. La fiammella illumina una
scena sconvolgente. Spengo e riaccendo nuovamente: mia sorella, anzi quella che
un tempo era mia sorella, sta affondando le sue dita ormai scheletriche nel
collo di Avio, mio fratello, che ferito e intontito non è in grado di reagire.
Lei, Giulia, tiene la
bocca aperta…Le labbra sono pressoché inesistenti e della dentatura non è
rimasto che qualche frammento. I lunghi capelli biondi sono sfilacciati e
stopposi. Odo un leggero sibilo, come se volesse parlare. Mio fratello se ne sta
andando, e io non farò nulla per aiutarlo. Sto sudando tantissimo e non avverto
nemmeno i dolori che sentivo al costato e sulla schiena. Mio fratello è morto
dopo un breve rantolo. Gli occhi fissano il vuoto proprio come mio padre. Cerco
di dire qualcosa a Giulia, ma lei si affloscia come un sacco vuoto. Mi accosto a
lei e constato che la fiamma di quella vita che era tornata a battere dentro di
lei si è estinta.
L’accendino si spegne, ha
esaurito la sua carica. Urlo, invoco mio padre, che non è in grado di aiutarmi,
non può fare più niente per nessuno dal giorno in cui giulia precipitò nel
pozzo. Avrei dovuto denunciare mio fratello, rivolgermi alle autorità sanitarie
affinchè ricoverassero mio padre…sto pagando i miei errori!
Mi accascio accanto a
Giulia.