IL BUIO E LA BAMBINA
Che non
ci fosse da star allegri era evidente. Il buio delle undici passate succhiava i
contorni delle case sprangate e inghiottiva le ombre. E non era il solito buio:
era più buio. Allungò il passo come se avesse potuto affrettare il tempo, ma a
niente sarebbe servito camminare più veloce: gli toccava far la ronda fino alla
fottuta mezzanotte, e alla fottuta mezzanotte mancavano cinquantatre minuti
esatti. Cinquantatre minuti che volevano dire quasi tre isolati al buio, fino
all’incrocio della nona, dove ci sarebbe stato ad aspettarlo il Grugno, con
quella faccia sghemba e la giacca che puzzava di tabacco e aglio. Pensava ancora
che ci si potesse difendere con l’aglio, l’idiota. Cinquantatre minuti che
significavano, se tutto andava liscio, una sudata da infradiciare le camicie,
una pisciata trattenuta e un caricatore di pallettoni risparmiato per
l’indomani. Se tutto andava liscio.
Che non
ci fosse da star allegri era davvero evidente. Non c’era niente di peggio che
camminare nel buio circondato dal silenzio. Il silenzio era indice di guai.
Grossi guai. E quella notte non c’era il solito silenzio: c’era più silenzio.
Dopo anni a far le ronde era ormai il veterano delle previsioni. Come quella
volta che vedendo una folata di corvi nella zona est aveva detto al Grolla di
stare in campana e lui s’era fatto una risata, povero Grolla, e la mattina
seguente per rimetterlo insieme quasi tutto erano servite quattro squadre.
Perché se i civili li dissanguavano e basta, a quelli della sicurezza cavavano
prima la pelle a vivo e poi passavano ad amputare l’amputabile. E dopo il Grolla
era arrivato il Grugno, che in compenso non gli stava altrettanto simpatico ma
che di sicuro i suoi consigli li seguiva senza ridere.
Infilò
il sottopassaggio estraendo il pezzo e quando fu fuori ringraziò il cielo che
anche quello era fatto, e se ne parlava l’indomani. Certo, dopo anni sapeva bene
cosa fare, ne aveva seccati parecchi, ma era proprio quello a preoccuparlo,
perché gli attacchi si facevano ogni volta più subdoli e repentini, ed era
evidente che lui fosse il primo della lista da eliminare tra i veterani della
sicurezza. Gettò un’occhiata al cavalcavia ma non si muoveva nulla. Solo le luci
basse dei lampioni tremolavano nella notte. Quarantasette minuti alla
fottutissima mezzanotte: l’orologio lampeggiante sopra la banca spaziava secondi
interminabili.
Che non
ci fosse da star allegri, gli parse più evidente del solito quando, girando
l’angolo del parco, gli sbatté contro la bambina, con un cappottino bianco
insozzato di sangue. Urlò con voce stridula, poi vide la S sulla giacca e gli
abbracciò le ginocchia. Tremava. Cani bastardi, avevano colpito di nuovo, per
giunta davanti agli occhi della creatura. Sua madre, riversa a terra, la bocca
storpiata in una smorfia muta, era livida e esangue. Morta. Cosa cazzo ci
facesse in giro con la bambina a quell’ora, quando il regolamento della città
era esplicito sul dover restare tappati in casa, finestre e porte lucchettate,
lo sapeva solo iddio. Gli venne da sputar sopra al cadavere: se non fosse
arrivato lui avrebbero ucciso pure la bimba di sicuro, povera bimba col
cappottino imbrattato, la faccia di sua madre, là, con la giugulare strappata,
la trachea morsa, il sangue ovunque, non se la sarebbe mai dimenticata. Ancora
gli stringeva le ginocchia e singhiozzava.
“Dove
sono andati?”
La
bambina non rispose.
“Da che
parte sono andati?”
La
bambina si staccò. Stropicciò gli occhi. Fece per prendere fiato.
“Dai,
coraggio, da che parte sono andati?”.
La
bambina sibilò qualcosa.
Johan
si abbassò su di lei. Sapeva di buono. Di sapone alla lavanda. Accostò
l’orecchio vicino alla sua bocca per sentire meglio.
Quando
gli conficcò i dentini nel collo neppure se ne accorse. Vide solo viola, viola
lavanda. E poi buio.