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Biografia dell'autore
 

Simone Corà
 

 

 

 

Il canto del vetro

 

Sono ventisei anni che il vetro è il mio unico compagno di viaggio, negli sconfinati eserciti di campi che danno volto e forma alla Pianura Padana. Ventisei anni in cui viaggio tra stradine dissestate e vecchie cascine a vendere acqua minerale, fonte remunerativa sempre necessaria. Acqua silenziosa, quasi intimorita. Il vetro, infatti, cantore di note tintinnanti, m’incanta l’orecchio, mentre il ruggito del furgone diviene semplice sfondo rumorista.

Anche adesso, quando sterzo e svolto nel vialetto della signora Paolini, le bottiglie intonano, con le loro voci acute, melodie di raffinata gioia. Spengo il motore, mentre la signora, figlia di una notte dove il sonno è risultato un termine sconosciuto nel suo vocabolario, si affaccia distrattamente alla terrazza.

«Solo una cassa» dice, protagonista di un finto sorriso di benvenuto che nasconde il riposo negato. «Di frizzante» aggiunge poi, come se i pensieri le pervenissero direttamente dalla Luna.

«Agli ordini» rispondo sbrigativamente. Una media di venti famiglie al giorno beve l’acqua minerale che io trasporto. Ritengo un onore commerciare questa fonte di vita e freschezza. Scendo, prendo dal retro del furgone una cassa di acqua frizzante e l’appoggio accanto alla scalinata. Lì, c’è quella con i vuoti. Fischietto, ma il suono presto mi muore in bocca, quando mi accorgo che il vetro, nel camioncino, ha smesso di cantare. È il silenzio, ora, che muove le bacchette della sua glaciale sinfonia.

Tra i vuoti restituiti dalla signora, infatti, manca una bottiglia. Glielo faccio notare, ma lei mi guarda ebete dal balcone, il sorriso artificiale incollato alla faccia. Forse il ghigno le toglie energie al cervello, impedendogli di funzionare come dovrebbe.

«C’è un vuoto in meno» ripeto, cercando di contenere l’allarme.

«Ha ragione» commenta lei, accentuando il risolino come se quello potesse rimettere a posto le cose. «Quella bottiglia mi è caduta a terra proprio stamattina. Colpa dell’insonnia».

Non sono giustificazioni valide. Perché adesso il vetro ha ricominciato a cantare. Ma si tratta di una litania, lugubre e mortifera.

«È un problema?» chiede, accennando un prologo di tentennamenti nel sorriso sintetico.

Mi limito a correre e a sistemare la cassa dei vuoti nel retro del furgone. Sono muto e pensieroso, il gorgheggio sinistro delle bottiglie mi sconquassa i timpani.

«Perché se è un problema posso pagare» continua lei, perplessa.

Poi succede. Di nuovo. 

Non ho nemmeno il tempo di salire in cabina e negarmi la visione, l’oscura realtà non me lo permette. Il tremolio del vetro diventa insostenibile, poi le bottiglie si appropriano della vita che solo il demonio potrebbe aver donato loro, mentre la casse di plastica si sfaldano, per poi offuscarsi dietro le quinte. Il frastuono della fusione mi pietrifica quanto ciò che mi offre lo spettacolo.

In un susseguirsi di stridii, è il corpo di un uomo quello che si forma, una fragile creatura di vetro che non conserva più posto per il canto, ma solo per il castigo.

L’acqua, che prima era imprigionata nelle bottiglie, è ora una slitta con cui egli può scendere dal furgone e salire le scale, insensibile alle urla di meraviglia orrorifica della donna.   

Zampilli di liquido frizzante cercano di rasserenarmi, refrigerando il mio stato d’animo impazzito. Ma evaporano sconfitti, quando vedo quello che accade.

L’uomo di vetro non ha bocca per esprimere reclami, ma le sue braccia, madri di fratture che nascono e svaniscono in continuazione, sanno farsi capire, lacerando gli occhi non più addormentati della signora. Il sangue si mischia all’acqua, la avvolge. Le mani di vetro, adesso mutate in ostili arpioni uncinati, colpiscono la donna e ne violentano le carni. 

Soggiogato dallo sguardo senza occhi del signore del vetro, sono costretto a salire le scale, pestare lo scempio, entrare in casa e rovistare tra la spazzatura. Ne esco con le mani tagliate dai cocci della bottiglia, che porgo con riverenza a chi ne è stato privato.

Poi corro, accendo il furgone e scappo, gridando. Sento l’occhiata del mio signore, ancora fermo sulla terrazza: è un’incudine di malignità. Vorrei fuggire da lui, ma egli mi seguirà e tornerà presto al suo posto, come ogni volta, come se una simile vendetta fosse lecita, nel nostro universo.

Provo a ricordare il canto del vetro, ma tutto quello che sento è il suo latrato di vittoria.