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Il canto del vetro
Sono
ventisei anni che il vetro è il mio unico compagno di
viaggio, negli sconfinati eserciti di campi che danno volto
e forma alla Pianura Padana. Ventisei anni in cui viaggio
tra stradine dissestate e vecchie cascine a vendere acqua
minerale, fonte remunerativa sempre necessaria. Acqua
silenziosa, quasi intimorita. Il vetro, infatti, cantore di
note tintinnanti, m’incanta l’orecchio, mentre il ruggito
del furgone diviene semplice sfondo rumorista.
Anche
adesso, quando sterzo e svolto nel vialetto della signora
Paolini, le bottiglie intonano, con le loro voci acute,
melodie di raffinata gioia. Spengo il motore, mentre la
signora, figlia di una notte dove il sonno è risultato un
termine sconosciuto nel suo vocabolario, si affaccia
distrattamente alla terrazza.
«Solo
una cassa» dice, protagonista di un finto sorriso di
benvenuto che nasconde il riposo negato. «Di frizzante»
aggiunge poi, come se i pensieri le pervenissero
direttamente dalla Luna.
«Agli
ordini» rispondo sbrigativamente. Una media di venti
famiglie al giorno beve l’acqua minerale che io trasporto.
Ritengo un onore commerciare questa fonte di vita e
freschezza. Scendo, prendo dal retro del furgone una cassa
di acqua frizzante e l’appoggio accanto alla scalinata. Lì,
c’è quella con i vuoti. Fischietto, ma il suono presto mi
muore in bocca, quando mi accorgo che il vetro, nel
camioncino, ha smesso di cantare. È il silenzio, ora, che
muove le bacchette della sua glaciale sinfonia.
Tra i
vuoti restituiti dalla signora, infatti, manca una
bottiglia. Glielo faccio notare, ma lei mi guarda ebete dal
balcone, il sorriso artificiale incollato alla faccia. Forse
il ghigno le toglie energie al cervello, impedendogli di
funzionare come dovrebbe.
«C’è
un vuoto in meno» ripeto, cercando di contenere l’allarme.
«Ha
ragione» commenta lei, accentuando il risolino come se
quello potesse rimettere a posto le cose. «Quella bottiglia
mi è caduta a terra proprio stamattina. Colpa
dell’insonnia».
Non
sono giustificazioni valide. Perché adesso il vetro ha
ricominciato a cantare. Ma si tratta di una litania, lugubre
e mortifera.
«È un
problema?» chiede, accennando un prologo di tentennamenti
nel sorriso sintetico.
Mi
limito a correre e a sistemare la cassa dei vuoti nel retro
del furgone. Sono muto e pensieroso, il gorgheggio sinistro
delle bottiglie mi sconquassa i timpani.
«Perché se è un problema posso pagare» continua lei,
perplessa.
Poi
succede. Di nuovo.
Non ho
nemmeno il tempo di salire in cabina e negarmi la visione,
l’oscura realtà non me lo permette. Il tremolio del vetro
diventa insostenibile, poi le bottiglie si appropriano della
vita che solo il demonio potrebbe aver donato loro, mentre
la casse di plastica si sfaldano, per poi offuscarsi dietro
le quinte. Il frastuono della fusione mi pietrifica quanto
ciò che mi offre lo spettacolo.
In un
susseguirsi di stridii, è il corpo di un uomo quello che si
forma, una fragile creatura di vetro che non conserva più
posto per il canto, ma solo per il castigo.
L’acqua, che prima era imprigionata nelle bottiglie, è ora
una slitta con cui egli può scendere dal furgone e salire le
scale, insensibile alle urla di meraviglia orrorifica della
donna.
Zampilli di liquido frizzante cercano di rasserenarmi,
refrigerando il mio stato d’animo impazzito. Ma evaporano
sconfitti, quando vedo quello che accade.
L’uomo
di vetro non ha bocca per esprimere reclami, ma le sue
braccia, madri di fratture che nascono e svaniscono in
continuazione, sanno farsi capire, lacerando gli occhi non
più addormentati della signora. Il sangue si mischia
all’acqua, la avvolge. Le mani di vetro, adesso mutate in
ostili arpioni uncinati, colpiscono la donna e ne violentano
le carni.
Soggiogato dallo sguardo senza occhi del signore del vetro,
sono costretto a salire le scale, pestare lo scempio,
entrare in casa e rovistare tra la spazzatura. Ne esco con
le mani tagliate dai cocci della bottiglia, che porgo con
riverenza a chi ne è stato privato.
Poi
corro, accendo il furgone e scappo, gridando. Sento
l’occhiata del mio signore, ancora fermo sulla terrazza: è
un’incudine di malignità. Vorrei fuggire da lui, ma egli mi
seguirà e tornerà presto al suo posto, come ogni volta, come
se una simile vendetta fosse lecita, nel nostro universo.
Provo
a ricordare il canto del vetro, ma tutto quello che sento è
il suo latrato di vittoria.
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