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Biografia dell'autore
 

Raffaele Serafini

 

 

 

IL CANTO

 

– Muoveteviii! – berciò la testa di Fiona, dal comodino.

Il resto di lei, privo di vestiti e ritegno, sbatteva sui mobili e sui muri della camera, spargendo dispettosamente feci e orina sul pavimento.

 

L’avevano decapitata mentre dormiva, zeppa di Guinness e salmone affumicato. Era stato Liam a volerci provare, istintivo come sempre. Nonna Abigail glielo aveva detto, che era tutto inutile, ma lui, testardo come suo padre, era stato irremovibile. Quando aveva calato l’ascia sul suo collo pallido, Fiona aveva ruttato così fragorosamente, che le tende avevano rabbrividito. Poi, mentre la testa rotolava e i lunghi capelli rossi si torcevano intorno al naso e alle orecchie, si era messa a ridere. Era una risata gracchiante e stridula a tempo stesso, un latrato asincrono che pareva una cornamusa suonata a pieni polmoni da un asino. Si erano portati tutti le mani alle orecchie, abbassandole e sospirando di sollievo quando quella gola recisa aveva interrotto quello strazio. Dopo un brevissimo silenzio, però, seppur biascicando e mangiandosi le parole, e con un timbro e un’intonazione profondi, quasi maschili, aveva cominciato a cantare.

Ripeteva una litania irritante, anche se non insopportabile, che riuscivano a decifrare solo a sprazzi. Distinsero la parola automobile, e poi triangolo, viscere, quercia, caramella, ma nessuno, in quelle vocali distorte fino a far marcire i significati, riuscì a scorgere un nesso logico. Credettero fosse un ultimo delirio prima di tirare definitivamente le cuoia. Solo nonna Abigail sbiancò e li obbligò a uscire subito da quella camera, chiudendo la porta a chiave.

Gli altri la ubbidirono immediatamente, spaventati da quel canto innaturale e dal corpo che cercava goffamente di scendere dal letto, ma una volta fuori dalla stanza cominciarono a ridacchiare e a complimentarsi con Liam. Prima o poi avrebbe smesso di agitarsi e loro si potevano considerare liberi da quell’insana e assurda presenza. Solo nonna Abigail, benché Fiona avesse smesso di cantare, non sembrava sollevata. Si era chiusa in un mutismo che oscillava tra l’inquietudine e la rassegnazione.

Inizialmente quasi la derisero, indicandola come la solita inguaribile pessimista, ma dovettero ricredersi un paio d’ore più tardi, quando un agente della Garda suonò alla porta per notificare l’incidente d’auto occorso al vecchio zio Seamus.

La pioggia… l’asfalto viscido… una disattenzione… In quel silenzio irreale le frasi dell’agente tintinnavano come cubetti di ghiaccio in un bicchiere vuoto, ma loro non l’ascoltavano già più.

Tutto questo accadeva poco meno di un mese prima.

Da allora, dopo essere stata ripescata dall’acquario, dove Liam l’aveva gettata per soffocarla, o per lo meno zittirla, quella testa era diventata sempre più esigente. Dal comodino dove l’avevano sistemata, aveva dovuto cantare soltanto un’altra volta, per convincere tutti che la morte di zio Seamus non era una coincidenza. Era morta Eileen, sua cugina, ma fortunatamente i suoi novant’anni e quel continuo imperterrito masticare e sputare tabacco, avevano reso il suo ruzzolone mortale un avvenimento quasi gradito.

A nessuno però era sfuggito il canto di Fiona, che pochi minuti prima, contrariata per il blood pudding che non le avevano portato, aveva intonato la sua nenia, descrivendo con i suoi angoscianti gorgheggi il lutto a venire. Il telefono della vecchiarda suonava già inutilmente, quando capirono cosa stava accadendo. Da quel momento, per l’intera famiglia, fu il delirio.

 

– Eehh! Eeeh! Eeeehh! – strillava ancora Fiona, di nuovo ubriaca – quando arriva il mio Powers!

Nonna Abigail, che di whiskey non se ne intendeva, armeggiava col cellulare cercando di telefonare a uno dei figli, o a sua nuora, o uno qualsiasi dei nipoti.

Sapeva che Doreen era al supermercato a cercare delle patatine al pepe, Sinead a comprare il gelato alla Guinness, Roan nei boschi con Neil, a caccia di tartufi. Brenda e Cormac persi chissà dove, cercando di soddisfare l’ennesimo capriccio. Altri della famiglia erano a dormire, stremati da quella continua tensione a cui non avevano ancora trovato rimedio, se non quello di ubbidire.

Zoppicando sul suo bastone si avvicinò al catino che conteneva la testa fantasma, con l’idea di spiegargli che avrebbe dovuto portare pazienza, e magari di versargli in gola un’altra birra, sperando che la volesse. Troppo tardi. Fiona, con mezza faccia sommersa da quello che aveva già bevuto in precedenza, aveva le gote paonazze. Fissò la poveretta con i suoi occhi verdi, che non mostravano alcun segno della saggezza che doveva aver accumulato durante i secoli della sua esistenza, ma solo smania e dissennatezza. Si schiarì la gola con un colpo di tosse, e cominciò a cantare.

Abigail, affranta, si sedette sul letto, incurante del corpo decapitato che ogni tanto la urtava. La disperazione l’avvolse a tal punto che quasi sperò di essere lei, la protagonista della canzone. Essere una famiglia numerosa è un’angoscia che si aggiunge alla schiavitù, se impazzisce la tua banshee.

Si alzò e uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle e sedendosi vicino alla porta d’ingresso, con il telefono sulle ginocchia. Cominciò a piangere, senza sapere per chi.