IL CANTO
–
Muoveteviii! – berciò la testa di Fiona, dal comodino.
Il
resto di lei, privo di vestiti e ritegno, sbatteva sui mobili e sui muri della
camera, spargendo dispettosamente feci e orina sul pavimento.
L’avevano decapitata mentre dormiva, zeppa di Guinness e salmone
affumicato. Era stato Liam a volerci provare, istintivo come sempre. Nonna
Abigail glielo aveva detto, che era tutto inutile, ma lui, testardo come suo
padre, era stato irremovibile. Quando aveva calato l’ascia sul suo collo
pallido, Fiona aveva ruttato così fragorosamente, che le tende avevano
rabbrividito. Poi, mentre la testa rotolava e i lunghi capelli rossi si
torcevano intorno al naso e alle orecchie, si era messa a ridere. Era una risata
gracchiante e stridula a tempo stesso, un latrato asincrono che pareva una
cornamusa suonata a pieni polmoni da un asino. Si erano portati tutti le mani
alle orecchie, abbassandole e sospirando di sollievo quando quella gola recisa
aveva interrotto quello strazio. Dopo un brevissimo silenzio, però, seppur
biascicando e mangiandosi le parole, e con un timbro e un’intonazione profondi,
quasi maschili, aveva cominciato a cantare.
Ripeteva una litania irritante, anche se non insopportabile, che riuscivano a
decifrare solo a sprazzi. Distinsero la parola automobile, e poi
triangolo, viscere, quercia, caramella, ma nessuno, in
quelle vocali distorte fino a far marcire i significati, riuscì a scorgere un
nesso logico. Credettero fosse un ultimo delirio prima di tirare definitivamente
le cuoia. Solo nonna Abigail sbiancò e li obbligò a uscire subito da quella
camera, chiudendo la porta a chiave.
Gli
altri la ubbidirono immediatamente, spaventati da quel canto innaturale e dal
corpo che cercava goffamente di scendere dal letto, ma una volta fuori dalla
stanza cominciarono a ridacchiare e a complimentarsi con Liam. Prima o poi
avrebbe smesso di agitarsi e loro si potevano considerare liberi da quell’insana
e assurda presenza. Solo nonna Abigail, benché Fiona avesse smesso di cantare,
non sembrava sollevata. Si era chiusa in un mutismo che oscillava tra
l’inquietudine e la rassegnazione.
Inizialmente quasi la derisero, indicandola come la solita inguaribile
pessimista, ma dovettero ricredersi un paio d’ore più tardi, quando un agente
della Garda suonò alla porta per notificare l’incidente d’auto occorso al
vecchio zio Seamus.
La
pioggia… l’asfalto viscido… una disattenzione…
In quel silenzio irreale le frasi dell’agente tintinnavano come cubetti di
ghiaccio in un bicchiere vuoto, ma loro non l’ascoltavano già più.
Tutto
questo accadeva poco meno di un mese prima.
Da
allora, dopo essere stata ripescata dall’acquario, dove Liam l’aveva gettata per
soffocarla, o per lo meno zittirla, quella testa era diventata sempre più
esigente. Dal comodino dove l’avevano sistemata, aveva dovuto cantare soltanto
un’altra volta, per convincere tutti che la morte di zio Seamus non era una
coincidenza. Era morta Eileen, sua cugina, ma fortunatamente i suoi novant’anni
e quel continuo imperterrito masticare e sputare tabacco, avevano reso il suo
ruzzolone mortale un avvenimento quasi gradito.
A
nessuno però era sfuggito il canto di Fiona, che pochi minuti prima, contrariata
per il blood pudding che non le avevano portato, aveva intonato la sua
nenia, descrivendo con i suoi angoscianti gorgheggi il lutto a venire. Il
telefono della vecchiarda suonava già inutilmente, quando capirono cosa stava
accadendo. Da quel momento, per l’intera famiglia, fu il delirio.
– Eehh!
Eeeh! Eeeehh! – strillava ancora Fiona, di nuovo ubriaca – quando arriva il mio
Powers!
Nonna
Abigail, che di whiskey non se ne intendeva, armeggiava col cellulare cercando
di telefonare a uno dei figli, o a sua nuora, o uno qualsiasi dei nipoti.
Sapeva
che Doreen era al supermercato a cercare delle patatine al pepe, Sinead a
comprare il gelato alla Guinness, Roan nei boschi con Neil, a caccia di
tartufi. Brenda e Cormac persi chissà dove, cercando di soddisfare l’ennesimo
capriccio. Altri della famiglia erano a dormire, stremati da quella continua
tensione a cui non avevano ancora trovato rimedio, se non quello di ubbidire.
Zoppicando sul suo bastone si avvicinò al catino che conteneva la testa
fantasma, con l’idea di spiegargli che avrebbe dovuto portare pazienza, e magari
di versargli in gola un’altra birra, sperando che la volesse. Troppo tardi.
Fiona, con mezza faccia sommersa da quello che aveva già bevuto in precedenza,
aveva le gote paonazze. Fissò la poveretta con i suoi occhi verdi, che non
mostravano alcun segno della saggezza che doveva aver accumulato durante i
secoli della sua esistenza, ma solo smania e dissennatezza. Si schiarì la gola
con un colpo di tosse, e cominciò a cantare.
Abigail, affranta, si sedette sul letto, incurante del corpo decapitato che ogni
tanto la urtava. La disperazione l’avvolse a tal punto che quasi sperò di essere
lei, la protagonista della canzone. Essere una famiglia numerosa è un’angoscia
che si aggiunge alla schiavitù, se impazzisce la tua banshee.
Si alzò
e uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle e sedendosi vicino alla
porta d’ingresso, con il telefono sulle ginocchia. Cominciò a piangere, senza
sapere per chi.