[Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Interviste]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]  
  [Vampiri]|[Segnalazioni]|[e-Book]|[Chi siamo]|[Cortometraggi]|[Link]  

 
Biografia dell'autore
 

Arturo Caissut

 

 

 

IL CUCULO

 

Eva sfiorò ancora una volta il dolce declivio del proprio grembo. Era raggiante, bella e raggiante, e aveva i seni gonfi e tutti i valori in regola. Trentesima settimana di gestazione, due minuscoli cuori, oltre al suo, le si agitavano dentro. Gemelli, quasi non le sembrava vero: due nuove vite. Era stata una sorpresa quando il medico le aveva annunciato che sarebbe stata madre di due gemelli. All'inizio un pochino l'aveva spaventata l'idea: doppi vestitini, doppia culla, doppio ruttino... già un bambino era impegnativo, figurarsi due! Aveva pianto, ma poco: in breve l'idea era stata accettata, e adesso da doppio figlio scaturiva ogni giorno doppia felicità. Dove ce n'è per uno ce n'è anche per due: Eva pensò per l'ennesima volta che sarebbe bastato tirare un po' di più la cinghia... lo pensò, si sorprese a pensarlo ancora. Cos'era quella vaga sensazione in fondo allo stomaco? Apprensione repressa, un “Andrà tutto bene” mai del tutto convincente? A volte la notte si svegliava sudata, assieme ai due bambini un'ansia sottile le cresceva dentro in quelle ore di pensieri. Subito riusciva ad abortirla e a ricacciarla nel suo pozzo nero. Giù.

Scacciò il pensiero e il dubbio pigolante guardandosi attorno.

La sala d'attesa era quasi deserta: un omino anziano asceticamente assopito sedeva in completo marrone dall'altro lato della stanza, bastone stretto tra le dita come un trespolo, naso adunco e aquilino che altri tempi e altri luoghi avrebbero chiamato ebraico, occhi serrati da palpebre minime, uno sguardo addormentato proiettato verso chissà quale rimasuglio del passato. Lo scrutò con distratta curiosità, quasi fosse un'antica colonna in rovina o un labirinto diroccato. Percorreva con gli occhi le rughe insondabili, saliva e scendeva con curiosità lungo i pendii scavati dal tempo sul viso da prugna rinsecchita. Due grossi occhiali ne incorniciavano il sonno da sotto le sopracciglia cespugliose, e una piccola testa lucida, calva come quella di un avvoltoio, sosteneva la montatura.

Quanti anni avrà? Quanti gliene rimarranno?

Stava immersa in questa pensosa magia quando il vecchio di colpo spalancò gli occhi, e sgranò serio le pupille ingigantite dal vetro in quelle di lei. Affondo.

...un battito irregolare?

Trasalì, il cuore impazzì per un paio di secondi e fu un tutt'uno accorgersi di aver portato le mani a protezione del pancione. Fu vagamente orgogliosa di quel gesto ancestrale, poi piano ritrasse le dita. Le venne in mente chissà perché quella notte in auto, la notte in cui con tutta probabilità era stato piantato il seme delle sue due creature. Non le tornò alla mente l'amplesso sudato, bensì ripenso al dopo, a quando si erano rivestiti in fretta perché era stato come se qualcuno -qualcosa- li scrutasse dall'oscurità. Brividi lungo le braccia, forse perché si erano stupidamente spaventati a vicenda, forse perché davvero ingranare la marcia era stata la soluzione più saggia. Non erano mai più tornati ad appartarsi laggiù.

Brividi lungo le braccia, ora come allora.

Il vecchio la puntellava con occhi gelati, occhi ipnotici da falco.

“Mamma... una giovane mamma...”

La voce del vecchio, stridendo lenta e arrugginita su quella parola infantile, la avvolse piano a volume minimo. I colpetti di tosse di lui la inchiodarono lentamente allo schienale. Perché il suo lo sguardo le dava quella sensazione? Sudore di battiti freddi.

Perché non si apre la porta e non spunta il volto sorridente del dottore?

“Come lo chiamerà?”

Lo stomaco si strinse (come quella notte).

Perché ora, perché qui?

“Due.”

“Due?”

“Sono due, aspetto due gemelli...”

Una risata rantolante  accompagnò l'annuncio.

“Anch'io lo ero... un... un gemello voglio dire. Per un breve periodo, una trentina di settimane direi. Poi ho smesso quel vizio.”

Esplosioni di sangue le pulsarono nelle vene, la testa iniziò a dolerle mentre saliva dolciastra le si accumulava sotto la lingua.

Cosa?

Il vecchio si alzò lentamente spingendo sul bastone dalla testa ottonata.

“La generosità vede, è un pessimo vizio. Più che altro non è naturale...”.

Tossì, barcollò attraverso la stanza con la lentezza di un albatro senza ali.

“Prenda il cuculo: deposita i suoi piccoli nei nidi di altri uccelli, e poi vola via. I suoi piccoli sono più grandi, più forti dei propri... coinquilini...”

E' pazzo, solo un povero vecchio pazzo...

Ridacchiò tossendo più forte, torreggiava striminzito a un solo passo di distanza: “Non sono pazzo.”

Come ha fatto a sentirmi pensare?

La mano gelida del vecchio mostro le serrò un polso: il cuore prese a battere impazzito, lo stomaco tremò con una scossa di terremoto.

“Sono solo un cuculo...”

ansimò,

”...un vecchio cuculo...”

ansimò ancora,

“...stanco.”

La voce di lui si era fatta un sussurro, il cuore di lei un tamburo impazzito. Lui sorrise stancamente, sentendo  il terrore di Eva confessarsi al suo palmo implacabile.

“Più forte degli altri pulcini, appena può li spinge giù dal ramo verso la morte... sopravvive... si lascia nutrire finché serve, poi vola via verso il mondo. Come... come me.”

Voglio..?

La carezzò, debolissimo.

“Il cuculo fa qu.. qu... questo...” - le gambe gli cedettero,  un sibilo si librò abbandonando quel vecchio corpo stanco.

Eva si sentì penetrare il cuore: seppe, all'improvviso seppe. Qualcosa di appiccicoso prese a colarle tra le cosce, qualcos'altro iniziò a scivolarle caldo dagli occhi. No no no... lanciò un grido, un richiamo disperato alla piccola anima che silenziosamente prendeva il volo dal suo ventre, la piccola anima che veniva spinta di prepotenza giù dal nido, la piccola anima che andava veloce a schiantarsi al suolo in un silenzio assordante.

Gridò ancora, gridò mentre la porta si spalancava come a rallentatore e il medico impallidiva chiamando a gran voce “Infermiera!”, e mentre il mondo si faceva fosco e la stanza buia Eva si abbandonò a un oblio singhiozzante.

Il cuculo strinse i minuscoli pugni e si raggomitolò nel suo nido di liquido amniotico.

Oltre il fragile guscio di carne piangente che l'avrebbe racchiuso fino al momento propizio, l'avvizzito involucro che era appena stato abbandonato dalla vita si faceva via via più freddo.

Il cuculo esultò? Una nuova vita: dove ce n'è per due ce n'è anche per uno.