IL DIO MUTO
E così sono rimasto solo,
gli altri sono morti o scappati. Non c'è alternativa, un solo rumore, un solo
fruscio, potrebbe destarLo e allora non basterebbe a niente restare immobili.
Ormai ho perso l'abilità
di parlare da molto tempo così come ho perso l'abilità di camminare e di
muovermi. Ogni mio residuo movimento è ponderato, studiato, testato per non
provocare rumore, per non provocarLo e attirarlo verso di me.
Forse chiunque sappia
leggermi nel pensiero può dirmi che sono pazzo, che mi sono fottuto il cervello
in qualche bettola bevendo birra, o perchè sono un tossico, o un alcolista...no.
Purtroppo no.
Quanto vorrei che ciò che
ho visto fosse parto dell'immaginazione oppure frutto di un disturbo psichico.
La mia integrità mentale....quella forse...adesso...è la mia malattia.
Sono fortunato. Chiuso,
isolato in una stanza imbottita, sdraiato su un letto, immerso nel silenzio che
è vitale come l'aria. Il silenzio, il mio nemico. Il silenzio, la mia salvezza.
Ricordo poco di quello che
è successo. Il mio cervello fatica a ripercorrere il sentiero della memoria
eppure ancora qualcosa diviene chiara. Ora vedo un viaggio, lontano, nel medio
oriente...ora un'antica via carraia avvolta intorno ai monti a mo' di sciarpa,
ora una struttura in legno pratica e squadrata, a cavallo sopra un baratro
ventoso.
Mi vedo, sto leggendo
l'entrata posta sul portale, dice: “Advenimus in silentio exemus silentissimum”,
so cosa vul dire ma il senso mi sfugge al momento, entro all'interno, dei passi
dietro di me.
Mi trovo in una grande
sala, alla mia destra una rastrelliera rovesciata giace nella polvere, ricoperta
di ragnatale, alla mia sinistra, sui resti di un pancaccio di legno, si notano
manici di anfore e operculum, siamo attorniati da un tanfo oorribile.
Proseguiamo ancora
accendendo delle torce allo zolfo, il pavimento riecheggia dei nostri passi,
sopra di noi permangono ancora alcuni mosaici rappresentanti il pantheon greco,
in un quadretto c'è Giove seduto sul trono con le mani sulla testa da cui
fuoriesce Atena danzante, da un lato vediamo Giunone e il tormento di Eco,
dall'altro Narciso che affoga.
Proseguiamo ancora fino a
trovarci dinanzi a un ballatoio, la scala è marcita ma vi sono delle porte,
probabilmente gli alloggi delle prostitute dal momento che sui muri vi sono
scritte oscene e caloli di pagamaneti arretrati.
Notiamo che la pianta del
fortilizio è a croce greca, abbiamo visitato tutte le sale senza trovare resti
umani né oggetti di valore fino a quando non giungiamo nel secondo braccio della
croce.
La porta di quercia si
spalanca senza far rumore e dinanzi a noi sfila un pronao octastilo dai colori
vivaci, le colonne sono di legno dipinto e non servono a sostenere la volta
bensì anticipano al visitatore la vista dell'altare maggiore.
Al centro della stanza si
trova infatti uno spiazzo circolare piastrellato di mosaici, il soffitto è
marcito e alcuni travi sono crollate sul pavimento rovinando parte dei lavori ma
si nota bene fra le traversine semi polverizzate l'altare squadrato di pietra
rossa.
Sopra di esso c'è una
lingua, grande quanto un pugno e nera come il carbone. Uno di noi la prende in
mano e nota che è molto pesante. Solo allora notiamo che sopra tutto, oltre alla
polvere, si è depositato il silenzio. Assoluto, domina su tutto ammutolendo gli
scricchiolii e i gemiti del legno putrefatto, un silenzio inquietante adesso ci
fa indietreggiare perchè c'è qualcosa fra le colonne rosse. Sembra sorrida.
Usciamo silenziosamente
dal fortilizio oltrepassando con le corde il baratro ventoso, alle nostre spalle
la struttura ci osserva piazzata sui quattro bastioni, nemmeno il vento, adesso,
sibila più.
Il primo di noi che parlò
dell'avventura precipitò in una gola rocciosa, chi tentò di soccorrerlo cadde
anche lui, udimmo l'urlo straziante riecheggiare nel buio e rimanemmo
ammutoliti...fu quello forse a salvarci per qualche tempo la vita.
Solo dopo capimmo che i
romani avevano nascosto qualcosa in quel fortilizio, una reliquia, un frammento
di un'entità proveniente da un altro continente forse nascosto nei recessi del
lago di Umar.
Quella lingua nera era
forse quella reliquia e con essa trasportammo con noi il demone che la abitava,
giungemmo silenziosamente alla civiltà e dalla civiltà silenziosamente fuggimmo
come diceva l'iscrizione perchè quella cosa aveva piantato i suoi artigli sulle
nostre spalle.
I romani seppero troppo
tardi che ciò che avevano trovato nell'Iran settentrionale, la reliquia
sottratta ai Parti in qualche scorreria, li avrebbe condotti nella tomba,
sepolti vivi dalle traversine del tetto improvvisamente crollato nella sala del
tempio.Così ci siamo separati, avvolti nel nostro vuoto, siamo diventati suoi
accoliti, abbiamo fatto ciò che voleva pur di sopravvivere...siamo rimasti muti.
Il dio muto adesso ci
spia, vuole le nostre anime, aspetta che il minimo rumore laceri lo spazio per
rubarci la vita.
Ecco perchè sono immobile,
non devo far rumore, non devo muovermi perchè il Dio è muto ma ha grandi
orecchie, è il silenzio che vuole e solo la morte può dare silenzio eterno.