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Biografia dell'autore
 

Alessandro D'Anza

 

 

 

IL DIO MUTO

 

 

E così sono rimasto solo, gli altri sono morti o scappati. Non c'è alternativa, un solo rumore, un solo fruscio, potrebbe destarLo e allora non basterebbe a niente restare immobili.

Ormai ho perso l'abilità di parlare da molto tempo così come ho perso l'abilità di camminare e di muovermi. Ogni mio residuo movimento è ponderato, studiato, testato per non provocare rumore, per non provocarLo e attirarlo verso di me.

Forse chiunque sappia leggermi nel pensiero può dirmi che sono pazzo, che mi sono fottuto il cervello in qualche bettola bevendo birra, o perchè sono un tossico, o un alcolista...no. Purtroppo no.

Quanto vorrei che ciò che ho visto fosse parto dell'immaginazione oppure frutto di un disturbo psichico. La mia integrità mentale....quella forse...adesso...è la mia malattia.

Sono fortunato. Chiuso, isolato in una stanza imbottita, sdraiato su un letto, immerso nel silenzio che è vitale come l'aria. Il silenzio, il mio nemico. Il silenzio, la mia salvezza.

 

 

Ricordo poco di quello che è successo. Il mio cervello fatica a ripercorrere il sentiero della memoria eppure ancora qualcosa diviene chiara. Ora vedo un viaggio, lontano, nel medio oriente...ora un'antica via carraia avvolta intorno ai monti a mo' di sciarpa, ora una struttura in legno pratica e squadrata, a cavallo sopra un baratro ventoso.

Mi vedo, sto leggendo l'entrata posta sul portale, dice: “Advenimus in silentio exemus silentissimum”, so cosa vul dire ma il senso mi sfugge al momento, entro all'interno, dei passi dietro di me.

Mi trovo in una grande sala, alla mia destra una rastrelliera rovesciata giace nella polvere, ricoperta di ragnatale, alla mia sinistra, sui resti di un pancaccio di legno, si notano manici di anfore e operculum, siamo attorniati da un tanfo oorribile.

Proseguiamo ancora accendendo delle torce allo zolfo, il pavimento riecheggia dei nostri passi, sopra di noi permangono ancora alcuni mosaici rappresentanti il pantheon greco, in un quadretto c'è Giove seduto sul trono con le mani sulla testa da cui fuoriesce Atena danzante, da un lato vediamo Giunone e il tormento di Eco, dall'altro Narciso che affoga.

Proseguiamo ancora fino a trovarci dinanzi a un ballatoio, la scala è marcita ma vi sono delle porte, probabilmente gli alloggi delle prostitute dal momento che sui muri vi sono scritte oscene e caloli di pagamaneti arretrati.

Notiamo che la pianta del fortilizio è a croce greca, abbiamo visitato tutte le sale senza trovare resti umani né oggetti di valore fino a quando non giungiamo nel secondo braccio della croce.

La porta di quercia si spalanca senza far rumore e dinanzi a noi sfila un pronao octastilo dai colori vivaci, le colonne sono di legno dipinto e non servono a sostenere la volta bensì anticipano al visitatore la vista dell'altare maggiore.

Al centro della stanza si trova infatti uno spiazzo circolare piastrellato di mosaici, il soffitto è marcito e alcuni travi sono crollate sul pavimento rovinando parte dei lavori ma si nota bene fra le traversine semi polverizzate l'altare squadrato di pietra rossa.

Sopra di esso c'è una lingua, grande quanto un pugno e nera come il carbone. Uno di noi la prende in mano e nota che è molto pesante. Solo allora notiamo che sopra tutto, oltre alla polvere, si è depositato il silenzio. Assoluto, domina su tutto ammutolendo gli scricchiolii e i gemiti del legno putrefatto, un silenzio inquietante adesso ci fa indietreggiare perchè c'è qualcosa fra le colonne rosse. Sembra sorrida.

Usciamo silenziosamente dal fortilizio oltrepassando con le corde il baratro ventoso, alle nostre spalle la struttura ci osserva piazzata sui quattro bastioni, nemmeno il vento, adesso, sibila più.

 

Il primo di noi che parlò dell'avventura precipitò in una gola rocciosa, chi tentò di soccorrerlo cadde anche lui, udimmo l'urlo straziante riecheggiare nel buio e rimanemmo ammutoliti...fu quello forse a salvarci per qualche tempo la vita.

Solo dopo capimmo che i romani avevano nascosto qualcosa in quel fortilizio, una reliquia, un frammento di un'entità proveniente da un altro continente forse nascosto nei recessi del lago di Umar.

Quella lingua nera era forse quella reliquia e con essa trasportammo con noi il demone che la abitava, giungemmo silenziosamente alla civiltà e dalla civiltà silenziosamente fuggimmo come diceva l'iscrizione perchè quella cosa aveva piantato i suoi artigli sulle nostre spalle.

I romani seppero troppo tardi che ciò che avevano trovato nell'Iran settentrionale, la reliquia sottratta ai Parti in qualche scorreria, li avrebbe condotti nella tomba, sepolti vivi dalle traversine del tetto improvvisamente crollato nella sala del tempio.Così ci siamo separati, avvolti nel nostro vuoto, siamo diventati suoi accoliti, abbiamo fatto ciò che voleva pur di sopravvivere...siamo rimasti muti.

Il dio muto adesso ci spia, vuole le nostre anime, aspetta che il minimo rumore laceri lo spazio per rubarci la vita.

Ecco perchè sono immobile, non devo far rumore, non devo muovermi perchè il Dio è muto ma ha grandi orecchie, è il silenzio che vuole e solo la morte può dare silenzio eterno.