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Biografia dell'autore
 

Andrea Di Salvo

 

 

 

IL GIORNO DALLA LUNGA NOTTE

 

Il villaggio si arrampicava su un pendio di roccia. Un terreno che non aveva niente da offrire tranne qualche albero sparuto e un vento sferzante.

La famiglia si era stabilita lì da diverso tempo ormai, anche se la bambina non ne aveva memoria. Le sembrava di abitare lì da sempre. La casa dove vivevano era simile a tutte le altre: pietre murate a secco, sostegni e infissi di legno massiccio; pesanti lastre di pietra coprivano la robusta costruzione.  Oltre alle abitazioni, non vi era assolutamente nulla fin dove lo sguardo riusciva a spingersi.

La gente del posto aveva sviluppato quel senso di aggregazione tipico delle comunità chiuse. In particolare erano uniti in alcune notti, quando le tenebre avanzavano tra le case strozzando gli ultimi bagliori di giorno, ma non sfiorando i raggi lunari. Da parecchio tempo avevano capito con terrore come, nei pressi del villaggio, si fosse insediata un’entità maligna. La creatura faceva la sua comparsa per l’appunto durante la luna piena e non ci volle molto perché intuissero di che cosa si trattasse. Un terribile uomo-lupo si aggirava tra di loro nelle oscurità del plenilunio. Nessuno sapeva come fosse giunto e tantomeno si conosceva il modo di liberarsene. Non rimaneva altro da fare per loro che nascondersi in casa, aspettando il lento e interminabile trascorrere della notte.

Così faceva anche la famiglia e poiché i genitori avevano una sola bambina, sembravano ancora più in apprensione degli altri. Era ormai consuetudine per loro ritirare la piccola in cantina, all’interno di una stanzetta che avevano ricavato apposta per proteggerla da quel male. Da una durissima roccia del luogo avevano ricavato le quattro pareti entro le quali custodirla. Niente e nessuno sarebbe mai riuscito nemmeno a scalfire quelle mura. Vi era solo una minuscola finestrella con delle spesse sbarre di ferro e una solida grata. La porta poi, molto piccola, era stata rinforzata con sbarre di ferro e veniva chiusa da una doppia serratura. Nonostante questo era loro intenzione cambiarla per renderla ancora più sicura.

Il tempo nel villaggio scorreva come altrove e ben presto venne un altro Giorno dalla lunga notte come dicevano tra loro. Già mentre il sole li abbandonava nessuno si fece cogliere impreparato. La strada maestra era deserta. Qualcuno dalle viuzze si affrettava a tornare a casa. I genitori, dal canto loro, presero la piccola e la portarono sotto, nella stanzina. La mamma aveva preparato una minestra bollente, la mise in una scodella e pose questa per terra, nella stanza. Non vi era mobilio infatti in quel rifugio e d’altronde come avrebbe potuto?

Con un’orribile lentezza la campana del villaggio segnò la mezzanotte e diversi abitanti fecero lo stesso più e più volte rivolgendo preghiere nell’aria pungente. In ogni casa i bambini si tenevano stretti, chi era solo si rintanava sotto il letto, mentre gli adulti impugnavano forconi, vanghe, picconi e qualsiasi altro oggetto abbastanza pericoloso, pronti a battersi fino all’ultimo contro il mostro. I genitori della bambina si strinsero, la moglie scoppiò in lacrime mentre l’uomo teneva in mano una spranga di ferro. Sapevano che a breve avrebbe fatto la suo comparsa. La trama del silenzio di quella notte senza nuvole venne strappato da un ululato profondo e terribile. Dei colpi sordi risuonarono per le vie, gelando il sangue e le membra. La moglie nascose il volto tra le mani, sconvolta. La spranga venne stretta nella mano con maggiore forza. Ad un tratto si udì uno schianto. Tutto il villaggio lo udì. Un urlo raccapricciante di vittoria stravolse anche gli animi più coraggiosi. Aveva sfondato la porta. L’uomo rimase per un attimo atterrito, il ferro venne meno.

«Oh no, la nostra piccola!»

Raccolse tutto il coraggio. Spalancò la porta della stanza dove si trovavano e raggiunse quella della cantina. Esitò un attimo. Poi con un movimento secco la aprì precipitandosi dentro. Vide l’orrida creatura e dietro la porticina scardinata. La bestia si stava leccando una ferita, ma quando vide l’uomo fece un balzo di una tale potenza da scaraventarlo al suolo. L’ unica sua arma scivolò sul pavimento. Gli occhi del mostro lo fissarono. Le sue zanne si chiusero sulla gola dell’uomo, maciullandogliela. Intanto la moglie lo raggiunse ansimando. Vide la stanza sporca di sangue. L’uomo-lupo era ancora sul corpo dilaniato. Non fiutò la donna. Questa scivolò nell’ombra, raccolse la sbarra e sferrò un colpo alla nuca del licantropo. Cadde con un rumore sordo. Non era morto.

 

Il funerale si svolse l’indomani pomeriggio. I resti del padre erano stati posti in una bara portata a spalla da diversi uomini del villaggio. Il cimitero si trovava poco lontano. La madre pianse come non mai, tenendo stretta per mano la sua bambina. Lei non disse nulla.

Alla celebrazione parteciparono tutti e ognuno espresse il proprio cordoglio alla madre e alla figlia. Dissero che non le avrebbero mai lasciate sole.

«Non so quanto sia un bene rimanere qui.»

«La prego, non dica così! Noi le saremo vicini, la aiuteremo e se dio vorrà prenderemo quel mostro e che giustizia sia così fatta!» rispose una signora anziana.

La madre strinse forte la manina della figlia.

«La ringrazio.»

Furono le sue ultime parole.

Sulla strada del ritorno la bambina non smise di premersi il braccio destro. La madre lo notò.

«Fammi vedere.»

Un brutto taglio le attraversava il braccio.

«Mamma, non ricordo come me lo sono fatto.»

«Sei caduta amore. Quando il mostro è entrato ti ha fatta cadere e sei svenuta.»

«E perché non mi ha mangiata?»

«Perché tuo padre è entrato per salvarti.»

«Quindi è morto così. È stato ucciso dall’uomo-lupo.»

La madre guardò dritto negli occhi la figlia. Rivoli di lacrime nere scorrevano lungo il suo viso contratto dal dolore. La strinse forte a sé, accarezzandole i capelli color del grano.

«Sì amore, è stato l’uomo-lupo….l’uomo-lupo.»

La bimba rimase in silenzio. Quindi aggiunse:

«Tu sai dove si trova l’uomo-lupo adesso?»

La madre non rispose. Strinse ancora. Tenendola per mano si avviarono verso casa. Qualche giorno dopo abbandonarono il villaggio e da allora non si udirono più ululati.