IL GIORNO DALLA
LUNGA NOTTE
Il villaggio si
arrampicava su un pendio di roccia. Un terreno che non aveva niente da offrire
tranne qualche albero sparuto e un vento sferzante.
La famiglia si era
stabilita lì da diverso tempo ormai, anche se la bambina non ne aveva memoria.
Le sembrava di abitare lì da sempre. La casa dove vivevano era simile a tutte le
altre: pietre murate a secco, sostegni e infissi di legno massiccio; pesanti
lastre di pietra coprivano la robusta costruzione. Oltre alle abitazioni, non
vi era assolutamente nulla fin dove lo sguardo riusciva a spingersi.
La gente del posto aveva
sviluppato quel senso di aggregazione tipico delle comunità chiuse. In
particolare erano uniti in alcune notti, quando le tenebre avanzavano tra le
case strozzando gli ultimi bagliori di giorno, ma non sfiorando i raggi lunari.
Da parecchio tempo avevano capito con terrore come, nei pressi del villaggio, si
fosse insediata un’entità maligna. La creatura faceva la sua comparsa per
l’appunto durante la luna piena e non ci volle molto perché intuissero di che
cosa si trattasse. Un terribile uomo-lupo si aggirava tra di loro nelle oscurità
del plenilunio. Nessuno sapeva come fosse giunto e tantomeno si conosceva il
modo di liberarsene. Non rimaneva altro da fare per loro che nascondersi in
casa, aspettando il lento e interminabile trascorrere della notte.
Così faceva anche la
famiglia e poiché i genitori avevano una sola bambina, sembravano ancora più in
apprensione degli altri. Era ormai consuetudine per loro ritirare la piccola in
cantina, all’interno di una stanzetta che avevano ricavato apposta per
proteggerla da quel male. Da una durissima roccia del luogo avevano ricavato le
quattro pareti entro le quali custodirla. Niente e nessuno sarebbe mai riuscito
nemmeno a scalfire quelle mura. Vi era solo una minuscola finestrella con delle
spesse sbarre di ferro e una solida grata. La porta poi, molto piccola, era
stata rinforzata con sbarre di ferro e veniva chiusa da una doppia serratura.
Nonostante questo era loro intenzione cambiarla per renderla ancora più sicura.
Il tempo nel villaggio
scorreva come altrove e ben presto venne un altro Giorno dalla lunga notte
come dicevano tra loro. Già mentre il sole li abbandonava nessuno si fece
cogliere impreparato. La strada maestra era deserta. Qualcuno dalle viuzze si
affrettava a tornare a casa. I genitori, dal canto loro, presero la piccola e la
portarono sotto, nella stanzina. La mamma aveva preparato una minestra bollente,
la mise in una scodella e pose questa per terra, nella stanza. Non vi era
mobilio infatti in quel rifugio e d’altronde come avrebbe potuto?
Con un’orribile lentezza
la campana del villaggio segnò la mezzanotte e diversi abitanti fecero lo stesso
più e più volte rivolgendo preghiere nell’aria pungente. In ogni casa i bambini
si tenevano stretti, chi era solo si rintanava sotto il letto, mentre gli adulti
impugnavano forconi, vanghe, picconi e qualsiasi altro oggetto abbastanza
pericoloso, pronti a battersi fino all’ultimo contro il mostro. I genitori della
bambina si strinsero, la moglie scoppiò in lacrime mentre l’uomo teneva in mano
una spranga di ferro. Sapevano che a breve avrebbe fatto la suo comparsa. La
trama del silenzio di quella notte senza nuvole venne strappato da un ululato
profondo e terribile. Dei colpi sordi risuonarono per le vie, gelando il sangue
e le membra. La moglie nascose il volto tra le mani, sconvolta. La spranga venne
stretta nella mano con maggiore forza. Ad un tratto si udì uno schianto. Tutto
il villaggio lo udì. Un urlo raccapricciante di vittoria stravolse anche gli
animi più coraggiosi. Aveva sfondato la porta. L’uomo rimase per un attimo
atterrito, il ferro venne meno.
«Oh no, la nostra
piccola!»
Raccolse tutto il
coraggio. Spalancò la porta della stanza dove si trovavano e raggiunse quella
della cantina. Esitò un attimo. Poi con un movimento secco la aprì
precipitandosi dentro. Vide l’orrida creatura e dietro la porticina scardinata.
La bestia si stava leccando una ferita, ma quando vide l’uomo fece un balzo di
una tale potenza da scaraventarlo al suolo. L’ unica sua arma scivolò sul
pavimento. Gli occhi del mostro lo fissarono. Le sue zanne si chiusero sulla
gola dell’uomo, maciullandogliela. Intanto la moglie lo raggiunse ansimando.
Vide la stanza sporca di sangue. L’uomo-lupo era ancora sul corpo dilaniato. Non
fiutò la donna. Questa scivolò nell’ombra, raccolse la sbarra e sferrò un colpo
alla nuca del licantropo. Cadde con un rumore sordo. Non era morto.
Il funerale si svolse
l’indomani pomeriggio. I resti del padre erano stati posti in una bara portata a
spalla da diversi uomini del villaggio. Il cimitero si trovava poco lontano. La
madre pianse come non mai, tenendo stretta per mano la sua bambina. Lei non
disse nulla.
Alla celebrazione
parteciparono tutti e ognuno espresse il proprio cordoglio alla madre e alla
figlia. Dissero che non le avrebbero mai lasciate sole.
«Non so quanto sia un bene
rimanere qui.»
«La prego, non dica così!
Noi le saremo vicini, la aiuteremo e se dio vorrà prenderemo quel mostro e che
giustizia sia così fatta!» rispose una signora anziana.
La madre strinse forte la
manina della figlia.
«La ringrazio.»
Furono le sue ultime
parole.
Sulla strada del ritorno
la bambina non smise di premersi il braccio destro. La madre lo notò.
«Fammi vedere.»
Un brutto taglio le
attraversava il braccio.
«Mamma, non ricordo come
me lo sono fatto.»
«Sei caduta amore. Quando
il mostro è entrato ti ha fatta cadere e sei svenuta.»
«E perché non mi ha
mangiata?»
«Perché tuo padre è
entrato per salvarti.»
«Quindi è morto così. È
stato ucciso dall’uomo-lupo.»
La madre guardò dritto
negli occhi la figlia. Rivoli di lacrime nere scorrevano lungo il suo viso
contratto dal dolore. La strinse forte a sé, accarezzandole i capelli color del
grano.
«Sì amore, è stato
l’uomo-lupo….l’uomo-lupo.»
La bimba rimase in
silenzio. Quindi aggiunse:
«Tu sai dove si trova
l’uomo-lupo adesso?»
La madre non rispose.
Strinse ancora. Tenendola per mano si avviarono verso casa. Qualche giorno dopo
abbandonarono il villaggio e da allora non si udirono più ululati.