IL GIORNO
DELL’ULTIMA NEBBIA
Giornata grigia, una
nebbia spettrale avvolge la strada che mi porta verso casa. Strada percorsa
decine, centinaia di volte. Ogni giorno della mia vita. In salita e in discesa.
I rami degli alberi attorno a me sembrano tutti piegati verso il terreno, come
se avessero il desiderio di tornare nel grembo di Madre Terra e dimenticare di
essere nati e cresciuti in questo mondo. Tutto questo grigiore mi avvolge
l’animo, la nebbia attorno a me sembra penetrarmi le carni. Ma…cosa fa quel
tizio sul lato della strada? Cammina con passo incerto verso di me. Barcolla. Si
sentirà poco bene. Beh, oggi non è una giornata in cui il buon samaritano che è
in me ha voglia di uscire. Passandogli accanto quell’uomo vestito con un
completo nero sgualcito colpisce con un pugno la mia auto. Dovrei arrabbiarmi.
Ma non ne ho la forza. Ciò che provo nella mia mente si ripercuote sul mio
fisico lasciandomi senza energie per la maggior parte della giornata. Nessuno
stimolo. Nessun sentimento. Apatia. Depressione. Mille nomi ha questo stato di
non vita. Pochi metri e sarò a casa, culla di dolore e solitudine. Posteggio
l’auto in garage e salgo i trentotto gradini che mi separano dalla porta
d’ingresso principale. Entro. Sulla destra la porta dell’appartamento del mio
inquilino. Ragazzo che non ho mai frequentato, non perché abbia qualcosa di
sbagliato in lui. È perché ora è nato qualcosa di sbagliato in me che mi
impedisce di trovare le energie per relazionarmi agli altri. Una spessa
pellicola che mi isola e mi rende impermeabile alle emozioni. Poco importa
questo ora…ma…cosa sono questi colpi provenienti dalla porta? “Ehi, che c’è?”
Nessuna risposta. Accosto l’orecchio. Leggeri gemiti provengono
dall’appartamento, coperti dai colpi dati con un’inquietante regolarità. Meglio
andare in casa a prendere le chiavi dell’inquilino e controllare. Poco più
avanti, accanto alla porta d’ingresso dell’appartamento dell’inquilino, si trova
la porta della mia casa. Amata casa. Odiata casa. Quattro mura che mi isolano
dal mondo, come un’ulteriore protezione oltre al muro che ho innalzato nella mia
mente. Dritto davanti a me, accanto alla porta di casa mia, la porta della
cantina. Luogo in cui mi rifugiavo quando volevo restare veramente solo,
isolato, in una stanza senza finestre, buia, come un grembo materno. Ma lugubre.
Un’anticamera a questo mondo di dolore. Varco la soglia che mi porta nella mia
triste dimora. Davanti a me altri scalini da salire. Sulla mia sinistra la porta
della sala hobby. Tolgo le scarpe. La porta della sala hobby si apre…lentamente.
“Ma…?!” Mio padre con la bocca sporca di sangue. “Papà, ma cosa…?!” Solo ora
noto le dita della mano destra strappate, dilaniate…sembrano prese a morsi. Mi
si avvicina emettendo un leggero gemito e aprendo leggermente la bocca. Gli
occhi color sangue, il lento incedere. “Papà, ma che è successo?!” Papà mi
assale ringhiando. Mette le sue mani attorno al mio collo…e con la sola sinistra
stringe…stringe sempre più forte, mentre l’altra mano parzialmente divorata mi
imbratta di sangue il collo. Lo guardo pietrificato mentre lui sputa sangue e
saliva emettendo un gemito che non ha nulla di umano. Riesco a respingerlo. Papà
cade sui gradini dietro di lui picchiando violentemente la testa. Una profonda
ferita di apre sul suo cranio. Incredibilmente è ancora vivo. Nonostante il
cranio sfondato. Un gemito…sangue ovunque…papà inizia a rialzarsi piano…dove
scappare? Esco nuovamente dalla porta di casa e la richiudo dietro di me. Mi
dirigo verso il portone principale…ma…dalla finestrella del portone intravedo,
nonostante la fitta nebbia, l’uomo incontrato in precedenza che aveva colpito la
mia auto. Con colpi lenti e costanti sta cercando di abbattere la porta mentre
il sangue che fuoriesce dalla sua bocca lascia macchie rossastre sul vetro.
Altri colpi incominciano a provenire anche dall’interno della mia casa. L’uomo
all’esterno colpisce con dei pugni il portone. Che fare? Dove andare? Colpi. Non
so per quanto le porte resisteranno. La cantina. Entro e chiudo la porta. Mi
siedo contro la parete. Ma che sta succedendo? Colpi. Li sento anche da qui,
nonostante la stanza sia bene isolata. Colpi. Cerco di isolarmi ancora di più da
quest’orrore mettendo le mani sulle mie orecchie. Tengo premuto fino a
provocarmi dolore. Colpi. Sento comunque tutto. Che fare? Uscire e affrontarli?
Rischiare di trovarmeli di fronte tutti e tre perché sono riusciti nel loro
intento di sfondare la porta? Combattere? Perché…ne vale la pena? Vale la pena
sopravvivere? Se ne fossero arrivati altri? Se tutti al mondo fossero diventati
così? Se fossi l’unico al mondo a non essere diventato così? Ma anche se non lo
fossi? Per chi sopravvivrei? Per me stesso no di certo. Nemmeno per l’amore di
altre persone. Non per il suo amore…l’unico amore della mia vita ha lasciato un
vuoto incolmabile in me. Un vuoto impossibile da riempire. Un amore che forse
potrà continuare nell’aldilà, quando raggiungerò la mia amata. Colpi. Sempre più
forti. Le porte cederanno. Quando arriveranno altri cederanno. E io sarò qui.
Isolato. Disarmato. Colpi. Ecco, una porta ha ceduto. Ho sentito chiaramente il
legno spezzarsi. Infatti. La porta che mi separa dall’esterno è ormai vittima
dei pugni di non so chi. Sento anche un suono. Distorto. Come un lamento di
dolore e rabbia. Colpi. Tra poco anche quest’ultima barriera cederà. Cosa fare?
Un cacciavite è riposto accanto a me. Nemmeno l’avevo notato. Parrebbe messo qui
accanto a me come per incoraggiarmi a fare ciò che ormai ritengo inevitabile.
Combattere? Per che motivo? Non avrei mai immaginato che questa nebbia sarebbe
stata uno dei miei ultimi ricordi. L’ultima nebbia. Un ricordo che andrà a fare
compagnia alla coltre che avvolge il mio cuore…addio.