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Biografia dell'autore
 

Alessia Canelli
 

 

 

 

IL GIORNO DELLA RESURREZIONE

 

 

L’ultima volta che Nathaniel aveva lavorato la sua terra, era la vigilia della prima domenica di Quaresima. Il giorno seguente, tutto il paese si sarebbe raccolto intorno alla cappella sulla cima boscosa della collina, da dove sarebbe partita la processione più lunga dell’anno. I vecchi in prima fila avrebbero guidato il popolo, costeggiando la terra pregiata che da deserto avevano tramutato in campi e, scendendo a valle, avrebbero osservato con apprensione il terreno ancora scuro, auspicando in cuor loro che il mistero della natura si rivelasse ancora.

Nulla di tutto ciò sarebbe cambiato, se non ché, quella domenica, Nathaniel non si fece vedere. Non se ne stava inginocchiato fra i banchi tarlati, con le gambe che facevano tutt’uno con il legno malconcio, e non vi era più lui alla testa della processione; l’uomo con il quale erano nati il paese e le sue tradizioni, li aveva ripudiati.

Bisognò attendere il mattino seguente perché si raggruppasse un buon numero di contadini, con i capi chini a osservare qualcosa che giaceva al suolo, nei pressi delle coltivazioni. A vederlo da vicino, aveva l’aspetto di un uomo: era Nathaniel. Se ne stava con le gambe incrociate e le braccia conserte a fissare i suoi possedimenti, e i suoi indumenti parevano umidi, come se avesse passato lì la notte.

<<Cosa guardi?>> domandò uno, calcandosi il cappello sugli occhi per proteggersi dal fulgore del sole che s’apprestava a sorgere.

<<La terra.>> rispose secco. Non aggiunse altro e gli uomini se n’andarono, stringendosi nelle spalle senza aver capito.

Il giorno, intanto, stava iniziando e, solo in quel campo, la terra aspettava che qualcuno si prendesse la briga di ararla. Alcuni supposero che non si fosse allontanato nemmeno per dormire, ma era impensabile per un uomo consumato a tal punto dall’età; loro, d’altra parte, non lo potevano sapere: la notte il fulcro del paese, al quale convogliavano fiumi rossi del peggior vino, brulicava di satiri irriverenti accompagnati a sboccate ninfe dei lupanari.

<<Crescerà vi dico!>> sibilava il vecchio con fare isterico a chi osava contraddirlo, e solo Iddio sapeva cosa sarebbe uscito da quella terra. Era l’unico a rimanere lì, in vista di chissà quale prodigio, ripetendo che qualcosa doveva pur nascere. Ma cosa, poi, non lo sapeva dire.

Per più di un mese, Nathaniel stette seduto, attento a ogni smuovere d’aria sopra il suo campo, come se con quegli occhi ridotti a fessure potesse scandagliarne il fondo.

<<Se non ti curi più della tua terra, almeno alzati e vieni a darmi una mano.>> gli offrì il proprietario di un appezzamento confinante con il suo, nel tentativo di trarlo fuori da quell’assurda apatia.

<<Non posso.>> ribatté l’uomo con lo sguardo fisso al suolo che gli apparteneva. <<Non servirebbe a niente>> aggiunse desolato in un mormorio quasi impercettibile <<loro troveranno il modo di uscire>>.

<<Ma loro chi, dannazione?>>. Non sapeva. Nathaniel era matto. E gli altri non lo potevano capire.

 

Giunse la Pasqua e, nella cappella sulla collina cinta di boschi, si celebrò la messa; dopodiché, uno scarno gruppo di contadini si allontanò per andare a constatare lo stato della terra, ma in due ritornarono sui propri passi, richiamati dal clamore della folla. Ne rimase soltanto uno: lo stesso che aveva cercato di aiutare Nathaniel, e ora si augurava di riuscire a riportarlo in paese insieme a lui.

I campi si stendevano poco lontano dalle case. In passato, il terreno adiacente il villaggio era stato adibito a cimitero e, forse per quello, si rivelava ogni anno così fertile. Notò con sollievo che iniziavano a spuntare i primi teneri germogli, segno che, ancora una volta, il miracolo si stava compiendo. Ristorato dal pensiero di tutto quel futuro ben di Dio, sollevò gli occhi al punto in cui aveva sempre incontrato quelli fissi dell’anziano, ma lui non c’era più: la pazzia doveva aver preso il sopravvento. L’ultima volta che si erano incontrati l’aveva messo in guardia:

<<Non avvicinarti per alcun motivo alla terra!>> Aveva gracchiato sconvolto. Ma gli aveva risposto come avrebbe fatto chiunque altro, dicendogli che bisognava pur lavorare per vivere. 

Ciondolando la testa, si appressò al terreno glabro e avanzò cauto: era soffice, e avrebbe dovuto essere eccezionalmente fecondo in virtù di quell’inusitata malleabilità. Incuriosito, appoggiò un ginocchio al suolo cedevole e vi affondò una mano: era davvero morbido, tiepido e… nutrito. Colto di sorpresa, ritirò le dita al primo formicolio. Doveva essere percorso da una marea di viscide bestiole per offrirsi in quella maniera. All’improvviso, il ginocchio avvertì il medesimo brulichio. L’uomo scattò in piedi, scrollandosi i pantaloni, e piegò gli angoli della bocca vinto dal disgusto constatando che il brulicame interessava l’intero appezzamento.

Tornando indietro, non poté fare a meno di stupirsi per quanto le sue scarpe sprofondassero ad ogni passo, al punto che un piede penetrò fin quasi alla caviglia e dovette aiutarsi con le mani per liberarlo. Prese a spostare la terra con impazienza, maledicendola a denti stretti, prima di bloccarsi. Nello stesso istante cessò di respirare. Sgranò gli occhi, spalancando oltremodo la bocca da cui non trapelava più un filo d’aria. Le mani strette alla caviglia. Altre dita, più fredde, più forti, lo traevano avidamente a sé.

Si volse disperato, soffocato dall’angoscia e dalle urla che non uscivano dalla sua bocca muta d’orrore. Cos’era? Si domandò agghiacciato. Avvertiva la terra smuoversi: qualcosa stava accadendo. Lanciò intorno uno sguardo febbrile, ma era il giorno di Pasqua e le campagne erano deserte.

Che fine aveva fatto Nathaniel? Era stato lì, ma non doveva essere rimasto nulla di lui.

L’uomo si divincolò, stremato, finché ne ebbe la forza; infine cadde. L’ultima cosa che intravide prima di perdere ogni ricordo furono centinaia di lunghe protuberanze irregolari che costellavano il campo crescendo a velocità inaudita. Non erano germogli di grano: sembravano piuttosto dita. Capi. Toraci. Corpi. Cadaveri umani che uscivano a frotte dalla terra.

Era il giorno di Pasqua, e il paese festeggiava la sconfitta della morte in vista di una vita nuova.