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Biografia dell'autore
 

Vincenzo Abate

 

 

 

IL MOSTRO DELLA BRUGHIERA

 

«Oh mio Dio! Che meraviglia.», la voce stridula di Susy risuonava forte nel vento. I suoi occhi esprimevano una gioia assoluta. Era finalmente riuscita a coronare il suo sogno: visitare, insieme al proprio ragazzo Christian, l’affascinante brughiera sui monti pennini, al centro dell’Inghilterra. Per lei, ragazza cresciuta nella Detroit tecnologica, quel contatto con la natura era fondamentale: troppo lo stress che aveva accumulato a lavoro; ci voleva una pausa.

Christian non condivideva certo lo stesso entusiasmo, ma anche lui si fece prendere dal fascino di quel posto.

«Avevi ragione amore. Questo posto è veramente bellissimo.», disse Christian con un’aria da cavaliere che riesce nell’impresa di abbattere il drago che tiene prigioniera la principessa.

«Te lo dicevo io, testone! Ora passeggiamo un po’ su queste meravigliose colline.».

Si erano fatti accompagnare da un vecchio zio di Christian, che abitava ormai da anni in Inghilterra. Sarebbe venuto a riprenderli la mattina dopo; allo zio Jack non piaceva l’idea che il nipote e la ragazza dovessero passare la notte nella brughiera, era un luogo bellissimo durante il giorno, ma al calar del sole diventava tetro, lugubre. Tante erano le leggende su quei posti, tante antiche storie che parlavano di fantasmi, vampiri, presenze malvagie…ma per dei giovani come Christian e Susy queste erano “…solo delle ridicole strorielle.” Aveva borbottato lo zio Jack quando li fece scendere dal suo fuoristrada.

I due innamorati passeggiarono per un bel po’, mangiarono un boccone mentre scattavano foto di quel luogo incantato, osservarono il sole calare dietro le colline: era uno spettacolo grandioso, che nessuna grande città fredda ed iper-tecnologica poteva dare.

Iniziarono a parlare del loro futuro: ora che avevano entrambi un lavoro, potevano coronare il sogno di vivere insieme, di poter essere indipendenti, di vivere la loro vita.

Presi dalle loro discussioni (ed effusioni) persero completamente la cognizione temporale.

Christian osservò l’orologio e vide che erano le 23.

«Sono le undici. Caspita, non pensavo fosse già così tardi. Certo che, amore, questo posto al buio è un po’…come posso dire…tetro. Aveva ragione zio Jack. Ma io non mi faccio certo spaventare da un po’ di buio.». Christian era un ragazzetto duro, cresciuto tra i duri quartieri di Detroit; non poteva certo spaventarsi per una collinetta che sotto la luna diventava lugubre, disegnando con le loro ombre delle figure esili, scheletriche, che sembrava danzassero.

Si abbracciarono forte, quando Susy percepì qualcosa di strano, ma non disse nulla a Christian. Credeva di aver sentito dei movimenti in lontananza, come un qualcosa che strusciasse nell’erba secca.

“Al diavolo.” pensò “è solo una stupida sensazione.”. E poi aveva vicino a sé il suo eroe…che aveva in sé lo spirito del combattente, che avrebbe fatto tutto per lei.

Così presa da questi pensieri, non si era accorta che Christian si era allontanato di una decina di metri: nella brughiera è difficile trovare una toilette.

Susy si mise seduta ed aspettò.

I minuti passavano. Sobbalzò per una vipera che le passò vicino alla gamba (lei odiava i rettili) “Dio santo, che schifo”.

«Christian, dove sei?» le sue urla non avevano nessuna risposta. Si incamminò nella direzione dove si era recato il suo innamorato, ma nulla…niente…sparito.

«Non fare lo scemo, dove sei? Dove sei finito?» il panico cominciava ad avvolgerla.

“Un ringhio, ho sentito un ringhio. Da dove viene? Oh Dio, oh Dio….” aveva sentito un verso come quello di un cane, che veniva da una cinquantina di metri alla sua sinistra. Corse verso la parte opposta, che saliva sulla collina.

Correva Susy, finchè non ebbe più fiato. Cadde a terra, terrorizzata ed esausta; Christian era sparito, e probabilmente c’era un grosso cane che la seguiva. Decise perciò di rimanere ferma a terra, senza far il minimo rumore, per aspettare la luce del giorno.

Rimase in quella posizione per una quarantina di minuti, quando sentì dei sospiri animaleschi provenire alle sue spalle.

“Oh Gesù, deve essere un cane...o un lupo.” il terrore era grande, ma crebbe enormemente quando vide due occhi (o almeno questo sembravano) che la scrutavano dal buio. Erano poco distanti, di un rosso porpora intenso e spaventoso. Quello sguardo aveva un’aria demoniaca, e la cosa ancor più inquietante era che dietro quegli occhi non si vedeva nulla, buio totale, come se dietro quello sguardo si aprisse un abisso senza fine.

Non sapeva cosa fare, Susy. Iniziò ad indietreggiare lentamente, quando inciampò su qualcosa…

«Oh no, no. Christian, cosa ti hanno fatto. O mio Dio…!» a terra c’era Christian, morto. Dissanguato. Qualcosa l’aveva morso alla gola, che era completamente squarciata sulla parte destra.

Aveva un’espressione fissa in viso, un’espressione di panico.

Susy era disperata, infreddolita, terrorizzata: il suo ragazzo era ai suoi piedi morto, assassinato da un “qualcosa”, era da sola (lo zio Jack sarebbe arrivato solo molte ore dopo), aveva visto due occhi che la scrutavano dal buio. “Dio mio, sembravano gli occhi del diavolo.”.

Prese il cellulare dalla tasca, ma non vi erano tacche di linea. Cercò lo stesso di inviare una chiamata verso lo zio di Christian, ma non c’era nulla da fare.

Di nuovo sentì il ringhio, ma stavolta era vicinissimo…era dietro di lei. Rimase ferma, impietrita dalla paura. Il sangue le si era gelato nelle vene. Si mise a piangere, cercando di far poco rumore ma ormai non aveva molto senso, visto che quello che le sembrava fosse una mostruosità era alle sue spalle.

Sapeva di non avere via di scampo, lentamente seguitò a voltarsi: voleva vedere questo orrore che stava per saltarle addosso. Ciò che vide era di una mostruosità atroce: un grosso cane, o un’enorme lupo, con una postura quasi da uomo (si reggeva su due zampe), peli lunghi e neri, denti aguzzi che gli spuntavano dall’enorme bocca che grondava sangue, gli occhi rossi che la fissavano.

“Vergine Maria, ti prego, salvami.” fu questo il suo ultimo pensiero.

La bestia le saltò addosso con un balzo di incredibile potenza,  con un morso le squarciò la gola, con i lunghi artigli le maciullò il corpo.