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Biografia dell'autore
 

Andrea Ceccarelli

 

 

 

IL POZZO

 

Ancora oggi ricordo quei sogni, quegli incubi così reali. Sono passati più di trent’anni e certe notti mi sveglio di soprassalto perché le stesse terribili immagini di un tempo ritornano e s’intrecciano in un continuo rincorrersi tra ciò che è onirico, ciò che è passato e ciò che è reale.

Avevo solo sette anni quando tutto iniziò. Vivevo in una casetta di campagna nella tranquilla periferia di Wroclaw con i miei genitori e mia sorella. Da quel nefasto 30 novembre 1977, giorno di Saint Andrew, la mia vita cambiò per sempre.

Mi svegliavo nel cuore della notte gridando terrorizzato, sudato freddo, vitreo in volto e lo sguardo perso nel vuoto. Oggi vivo solo e mi succede di rado, ma mia madre mi racconta ancora di come lei rimanesse terrorizzata nel sentire le mie grida e vedermi a quel modo. Fino quasi alla maggiore età almeno un paio di notti la settimana mi svegliavo all’improvviso, terrorizzato. L’incubo era in principio vago, non riuscivo a metterlo bene a fuoco. A scuola era un disastro. Non apprendevo per le mie capacità perché molto spesso ero stanco e svogliato: del resto molte notti non chiudevo occhio. I miei compagni di classe mi sfottevano ed io crescevo sempre più introverso e solitario. A volte parlavo con i miei genitori, ma bontà loro avevano il lavoro, il nonno che stava molto male e mia sorellina da accudire. Mio padre un giorno pensò di farmi fare due chiacchiere, prima col medico della mutua laureato in psicologia, poi con il parroco del paese. Non ero certo né pazzo né indemoniato, ma di quel passo avrei fatto impazzire i miei, forse.

Alcune notti urlavo così forte, come un disperato, fino a quando mio padre non mi scuoteva sul letto destandomi dal sonno dei miei incubi. Poi affannato e quasi in stato di shock sentivo mia sorellina piangere e mia madre disperarsi. Il dottore disse a mio padre che dovevo prendere delle pillole per dormire, una specie di tranquillanti, ed il prete mi consigliò di seguire messa due, tre volte la settimana. Le pasticche mi stordivano ancora di più ed a scuola le cose non miglioravano. Servire a messa mi divertiva, ma i miei incubi notturni erano ricorrenti.

Terminai le elementari e le scuole medie. Non mi piaceva studiare e decisi di non continuare. Avevamo della terra, perciò aiutai mio padre a coltivarla. Mi dava soddisfazione crescere piante e ortaggi e vederne maturare i frutti. Avevamo anche delle bestie e l’economia familiare ci dava da vivere sereni.

Pian piano imparai a controllare i miei incubi. Mi svegliavano sempre nel cuore della notte ma ero in grado, con le mie sole forze, di gestire il mio risveglio limitando al minimo le urla. I miei si erano abituati ormai e neppure si svegliavano più. I miei incubi? La cosa bella dei miei incubi era quando mi svegliavo! Certo raccontare un incubo non è come viverlo ma… In principio sognavo dei suoni, delle voci lievi e al tempo stesso afone. Col tempo queste voci si presentarono nei mie sogni con il volto di giovani bambini dolci e amorevoli, ma spesso tristi ed impauriti. Poi questi fanciulli si trasformavano in qualcosa di orribile, dei veri e propri mostri senza nulla di umano o di terreno.

All’inizio le visioni erano confuse, fuori da ogni logico contesto e prive di senso. Crescendo mi sforzai di interagire con i miei incubi cercando di viverli in prima persona, divenendo protagonista delle mie notti oniriche provando a respingere la paura e ritardare il mio risveglio. Sono sempre più convinto, oggi, che nella vita di un individuo nulla viene per caso. Sono fatalista e credo nel libero arbitrio fino a un certo punto, oltre il quale, Dio o chi per lui, ha tracciato un disegno diverso per ciascuno di noi, bello o brutto che sia. Perché non lo so, ma sento che è così. Qual’era dunque il disegno dei miei ricorrenti incubi notturni?!

Una notte riuscii finalmente a dominare la paura. Divenni il protagonista principale del mio incubo, non ne fui come sempre vittima, e mi svegliai, senza gridare, quando io decisi di svegliarmi. Avevo diciassette anni, stavo diventando un uomo. All’alba di quel 30 novembre 1987, giorno di Saint Andrew, dieci anni dall’inizio dei miei incubi, tutto mi fu chiaro.

Corsi come un matto al podere dei Gallup, ormai abbandonato da anni e in totale rovina, distante non più di un miglio da casa mia. Una volta arrivato, ripreso fiato, entrai dall’ingresso principale, privo della porta, in quella che un tempo doveva essere stata la cucina. Prosegui oltre, tra mattoni e calcinacci, arrivando sino ai ‘sotti’. Sapevo dove andare, tutto era come nei mie sogni! Arrivai infine ad una cisterna, un vecchio pozzo di butto, in una stanza dove filtrava appena la luce esterna. Mi affacciai. Non vedevo il fondo ma udii una flebile voce, o almeno così mi parve – “Aiutaci ti prego. Tiraci fuori di qui!”

Corsi ancora più veloce questa volta. Non andai a casa. Mi precipitai dai Pompieri – “Vi prego, presto! Venite con me! Presto!!”  Videro la mia faccia, capirono subito che non si trattava di uno scherzo. Li accompagnai al podere dei Gallup. In fondo a quel pozzo i Pompieri trovarono solo ossa. Resti umani, con vicino due paia di piccole scarpe da ginnastica, una catenina in argento e vesti ormai erose dal tempo divenute stracci.

In quella stessa cisterna, dieci anni prima, trovarono la morte due bimbi, miei coetanei, che lì erano caduti per un triste gioco. Una città intera li aveva invano cercati per anni, convinta che fossero stati rapiti. Invece erano morti! A due passi da casa mia, soli come cani, affamati e infreddoliti nel buio di un desolato pozzo. Nessuno li aveva trovati. Le loro anime popolavano i miei sogni per un disperato bisogno di aiuto!

Ora le spoglie mortali dei due bimbi hanno degna sepoltura in un luogo sacro ed il loro spirito è quieto. Nulla viene per caso.