IL POZZO
Ancora
oggi ricordo quei sogni, quegli incubi così reali. Sono passati più di
trent’anni e certe notti mi sveglio di soprassalto perché le stesse terribili
immagini di un tempo ritornano e s’intrecciano in un continuo rincorrersi tra
ciò che è onirico, ciò che è passato e ciò che è reale.
Avevo solo sette anni
quando tutto iniziò. Vivevo in una casetta di campagna nella tranquilla
periferia di Wroclaw con i miei genitori e mia sorella. Da quel nefasto 30
novembre 1977, giorno di Saint Andrew, la mia vita cambiò per sempre.
Mi svegliavo nel cuore
della notte gridando terrorizzato, sudato freddo, vitreo in volto e lo sguardo
perso nel vuoto. Oggi vivo solo e mi succede di rado, ma mia madre mi racconta
ancora di come lei rimanesse terrorizzata nel sentire le mie grida e vedermi a
quel modo. Fino quasi alla maggiore età almeno un paio di notti la settimana mi
svegliavo all’improvviso, terrorizzato. L’incubo era in principio vago, non
riuscivo a metterlo bene a fuoco. A scuola era un disastro. Non apprendevo per
le mie capacità perché molto spesso ero stanco e svogliato: del resto molte
notti non chiudevo occhio. I miei compagni di classe mi sfottevano ed io
crescevo sempre più introverso e solitario. A volte parlavo con i miei genitori,
ma bontà loro avevano il lavoro, il nonno che stava molto male e mia sorellina
da accudire. Mio padre un giorno pensò di farmi fare due chiacchiere, prima col
medico della mutua laureato in psicologia, poi con il parroco del paese. Non ero
certo né pazzo né indemoniato, ma di quel passo avrei fatto impazzire i miei,
forse.
Alcune notti urlavo così
forte, come un disperato, fino a quando mio padre non mi scuoteva sul letto
destandomi dal sonno dei miei incubi. Poi affannato e quasi in stato di shock
sentivo mia sorellina piangere e mia madre disperarsi. Il dottore disse a mio
padre che dovevo prendere delle pillole per dormire, una specie di
tranquillanti, ed il prete mi consigliò di seguire messa due, tre volte la
settimana. Le pasticche mi stordivano ancora di più ed a scuola le cose non
miglioravano. Servire a messa mi divertiva, ma i miei incubi notturni erano
ricorrenti.
Terminai le elementari e
le scuole medie. Non mi piaceva studiare e decisi di non continuare. Avevamo
della terra, perciò aiutai mio padre a coltivarla. Mi dava soddisfazione
crescere piante e ortaggi e vederne maturare i frutti. Avevamo anche delle
bestie e l’economia familiare ci dava da vivere sereni.
Pian piano imparai a
controllare i miei incubi. Mi svegliavano sempre nel cuore della notte ma ero in
grado, con le mie sole forze, di gestire il mio risveglio limitando al minimo le
urla. I miei si erano abituati ormai e neppure si svegliavano più. I miei
incubi? La cosa bella dei miei incubi era quando mi svegliavo! Certo raccontare
un incubo non è come viverlo ma… In principio sognavo dei suoni, delle voci
lievi e al tempo stesso afone. Col tempo queste voci si presentarono nei mie
sogni con il volto di giovani bambini dolci e amorevoli, ma spesso tristi ed
impauriti. Poi questi fanciulli si trasformavano in qualcosa di orribile, dei
veri e propri mostri senza nulla di umano o di terreno.
All’inizio le visioni
erano confuse, fuori da ogni logico contesto e prive di senso. Crescendo mi
sforzai di interagire con i miei incubi cercando di viverli in prima persona,
divenendo protagonista delle mie notti oniriche provando a respingere la paura e
ritardare il mio risveglio. Sono sempre più convinto, oggi, che nella vita di un
individuo nulla viene per caso. Sono fatalista e credo nel libero arbitrio fino
a un certo punto, oltre il quale, Dio o chi per lui, ha tracciato un disegno
diverso per ciascuno di noi, bello o brutto che sia. Perché non lo so, ma sento
che è così. Qual’era dunque il disegno dei miei ricorrenti incubi notturni?!
Una notte riuscii
finalmente a dominare la paura. Divenni il protagonista principale del mio
incubo, non ne fui come sempre vittima, e mi svegliai, senza gridare, quando io
decisi di svegliarmi. Avevo diciassette anni, stavo diventando un uomo. All’alba
di quel 30 novembre 1987, giorno di Saint Andrew, dieci anni dall’inizio dei
miei incubi, tutto mi fu chiaro.
Corsi come un matto al
podere dei Gallup, ormai abbandonato da anni e in totale rovina, distante non
più di un miglio da casa mia. Una volta arrivato, ripreso fiato, entrai
dall’ingresso principale, privo della porta, in quella che un tempo doveva
essere stata la cucina. Prosegui oltre, tra mattoni e calcinacci, arrivando sino
ai ‘sotti’. Sapevo dove andare, tutto era come nei mie sogni! Arrivai infine ad
una cisterna, un vecchio pozzo di butto, in una stanza dove filtrava appena la
luce esterna. Mi affacciai. Non vedevo il fondo ma udii una flebile voce, o
almeno così mi parve – “Aiutaci ti prego. Tiraci fuori di qui!”
Corsi ancora più veloce
questa volta. Non andai a casa. Mi precipitai dai Pompieri – “Vi prego,
presto! Venite con me! Presto!!” Videro la mia faccia, capirono subito che
non si trattava di uno scherzo. Li accompagnai al podere dei Gallup. In fondo a
quel pozzo i Pompieri trovarono solo ossa. Resti umani, con vicino due paia di
piccole scarpe da ginnastica, una catenina in argento e vesti ormai erose dal
tempo divenute stracci.
In quella stessa cisterna,
dieci anni prima, trovarono la morte due bimbi, miei coetanei, che lì erano
caduti per un triste gioco. Una città intera li aveva invano cercati per anni,
convinta che fossero stati rapiti. Invece erano morti! A due passi da casa mia,
soli come cani, affamati e infreddoliti nel buio di un desolato pozzo. Nessuno
li aveva trovati. Le loro anime popolavano i miei sogni per un disperato bisogno
di aiuto!
Ora le spoglie mortali dei
due bimbi hanno degna sepoltura in un luogo sacro ed il loro spirito è quieto.
Nulla viene per caso.