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Biografia dell'autore
 

Mario Beretta

 

 

 

IL VECCHIO CIECO

 

-Vedrai che ti troverai bene. Il vecchio Tobia sarà cieco e un po’ matto, ma è sempre gentile con i giovani volontari.-

Michela abbozzò un sorriso. Era il suo primo giorno nel programma di volontariato e la responsabile del progetto la stava accompagnando dall’anziano a cui avrebbe tenuto compagnia alcuni pomeriggi della settimana.

Parcheggiarono di fronte a una vecchia casa di legno e bussarono alla porta malandata.

Dall’interno provenne un rumore di passi strascicati, seguito da un curioso mugolio, poi la porta si aprì e, dietro di essa, apparve un volto pallido, esangue, circondato da sottili capelli bianchi come la neve e in cui le palpebre chiuse, segnate da profondi versamenti di sangue coagulato, spiccavano come tremende cicatrici.

Michela fece un brusco respiro di sorpresa, ma la responsabile le sorrise e disse:

-Buongiorno Tobia. Questa è Michela, ti farà compagnia nelle prossime settimane.-

L’uomo fece un sorriso smarrito nella loro direzione, mugolò qualcosa e, aprendo di più la porta, fece loro cenno di entrare.

Approfittando del momento, Michela chiese con un sussurro cosa fosse capitato al vecchio.

-Nessuno lo sa.- replicò l’altra, -Pare che si sia tolto gli occhi da solo. Da allora non c’è più con la testa.-

La donna presentò la giovane volontaria all’uomo anziano, le spiegò come questo comunicasse con il linguaggio delle mani e se ne andò augurando loro buon pomeriggio e garantendo che sarebbe passata a riprendere la ragazza prima del tramonto.

Poche ore dopo Michela si dette della stupida per il timore che aveva provato nel vedere il vecchio cieco.

Tobia non parlava, limitandosi ad emettere quegli strani mugolii, ma era sempre sorridente e cortese e, una volta superato il primo impatto con il volto dagli occhi sfigurati, stare in sua compagnia era relativamente piacevole.

Poco prima del tramonto la ragazza ricevette una chiamata dalla responsabile, che la informava di aver avuto un piccolo contrattempo e di non poter passare a prenderla che di lì a qualche ora.

Michela non aveva avuto obiezioni, ma a quella notizia Tobia era parso rannuvolarsi.

Con il passare delle ore il vecchio cieco divenne via via più ansioso e scorbutico.

A Michela parve che sempre più spesso si mettesse in ascolto di qualcosa, mentre evitava di rispondere alle sue richieste su cosa non andasse e si limitasse ogni volta a chiederle l’orario.

Lei cercò di assecondarlo senza fare troppe domande fino a che, due ore dopo il tramonto, il vecchio le chiese esplicitamente di andarsene.

La giovane, un po’ stupita da quel repentino cambiamento, cercò di spiegare che probabilmente era questione di minuti, ma l’altro era irremovibile.

Scrollando le spalle, fece per assecondarlo nuovamente quando, dall’interno della casa, le parve di sentire il suono di una voce.

-Cosa…?- esclamò stupita, -Tobia, hai sentito anche tu? Ci deve essere qualcuno in casa!-

Tobia divenne ancora più pallido di com’era e, freneticamente, iniziò a sospingerla verso l’uscita.

Michela però non poteva lasciare da solo il vecchio se in casa era entrato qualcuno, perciò si oppose con decisione dicendogli che avrebbe chiamato la polizia attendendone l’arrivo qui con lui.

Lui fece un verso sconsolato e le indicò perentoriamente la porta.

In quel momento il suono si ripeté più vicino: era una specie di urlo lamentoso con un sottofondo di tonfi attutiti.

Michela, con un brivido gelido che le correva lungo la schiena, fissò paralizzata la porta sul fondo dell’accogliente salotto in cui aveva trascorso l’intero pomeriggio: da essa pareva diffondersi un’aria gelata e umida, mentre gli strani tonfi si facevano sempre più vicini e il suono lamentoso si ripeteva.

Guardò l’uomo e notò che anche lui pareva aver percepito l’improvviso cambiamento nell’aria, in quanto emise un gemito disperato e cercò nuovamente di condurla fuori.

Lei però non riusciva a muoversi, affascinata da quei suoni misteriosi e sempre più vicini, fino a che, con suo sommo terrore, Tobia cacciò un forte grido e prese a urlarle con voce stridula:

-Vattene! Se ti trova per te sarà finita! Non hai capito perché ti hanno condotto qui? Tu sei un sacrificio per la loro divinità, come lo sono stato io sette anni fa!-

La ragazza cercò qualcosa di sensato da dire, ma all’improvviso il corpo del vecchio fu scosso da un violento tremito, tramutandosi poi in polvere grigia sotto i suoi occhi increduli.

Stava ancora fissando il misero mucchio di polvere quando la porta si aprì con un sinistro cigolio.

Michela gettò un rapido sguardo a ciò che si trovava oltre la soglia e subito rimpianse di averlo fatto: dietro alla porta era ora visibile un orrendo ammasso gelatinoso, completamente ricoperto di occhi e di fauci sbavanti e urlanti, che si spostava su decine di piedi e le cui forme continuavano a cambiare e ad assumere le fattezze di centinaia di persone diverse, tutte con il volto deformato dall’agonia.

Quando lo sguardo della giovane incontrò quello degli occhi gialli e senza pupilla, Michela sentì che l’anima le veniva strappata via mentre la disperazione veniva a colmare il vuoto creatosi.

All’improvviso si accorse che una delle forme urlanti era quella di Tobia e una nuova, improvvisa certezza la travolse.

Era condannata: senza anima sarebbe rimasta imprigionata in quella casa maledetta per fornire a quell’abominio la forza vitale di cui si nutriva.

Osservandosi le mani, ora pallide e diafane come i capelli che vedeva ricadere sul petto del maglione che indossava, capì che non sarebbe stata in grado di sopportare ciò che stava per accadere.

Perciò levò due dita al livello degli occhi e fece in modo di non poter più vedere del tutto.

 

- Vedrai che ti troverai bene.- disse la responsabile del progetto al giovane volontario che le sedeva a fianco, -La vecchia Michela sarà cieca e un po’ suonata, ma è sempre gentile con i giovani volontari. E non preoccuparti, verrò a riprenderti alle cinque. Non c’ è bisogno che tu stia con lei dopo il tramonto. Non ancora almeno…-