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Biografia dell'autore
 

Chiara Flumian

 

 

 

INCUBO

 

Nuvole che danzano nel cielo. Il sapore della pioggia sulle labbra. L'odore del muschio bagnato, dell'asfalto scivoloso, delle foglie cadute sui marciapiedi. Il cuore che palpita, assorbendo ossigeno, e rilasciando una quantità di sangue rigenerato nelle vene. Non ho un ombrello per ripararmi, i miei capelli sono incollati alla faccia, i miei abiti sono zuppi, le mie scarpe rigurgitano acqua. Devo correre a casa, prima di prendermi un brutto raffreddore. Non è inverno, ma gli acquazzoni estivi sono anche peggio. Improvvisi e repentini, carichi di temporale, umidi. La città e deserta. Solo io, fuori. I semafori lampeggiano di colori, le vetrine dei negozi sono vuote, oggi è giorno di chiusura. Le insegne ondeggiano, emettendo un cigolio sinistro. Supero a testa bassa quella strada, e svolto in un vicolo stretto e lungo, a sinistra. Ho le ciglia imperlate di gocce, riesco a malapena a tenere gli occhi aperti. La mia canotta viola melanzana ha assunto tinte più scure, aderendo ai seni e al ventre piatto. I pantaloni me li sento pesanti, e posso anche immaginare lo stato dei cinque dollari che avevo messo in tasca. Fradici, carta da buttare. Cammino, guardandomi intorno. Un gruppo di bidoni rigati e scoperchiati mi costringono a fermarmi. C'è della roba disgustosa a terra. Avanzi di cibo, bicchieri sporchi, vestiti stracciati, poltiglie marroni. Nell'aria si diffonde un tanfo nauseabondo. Mi tappo il naso, facendo una smorfia. Che schifo. Perché non passa nessuno qui a togliere di mezzo questo lerciume? Forse, ho la possibilità di cambiare il mio percorso. Indietreggio di qualche passo e sto per voltarmi, quando qualcosa attira la mia attenzione. Una porta socchiusa, che non avevo notato. Proprio alla mia sinistra. Il mio sguardo si posa sul legno scorticato, passa in rassegna il pomello di metallo arrugginito. Mi avvicino. Sono come mossa da una forza involontaria. L'anta si apre un altro po', grazie a un soffio di vento. Socchiudo gli occhi e cerco di vedere oltre quel piccolo spiraglio. Il buio. L'oscurità più totale. Decido di entrare. Meglio che stare qui fuori a prendere acqua. Faccio un passo avanti e tiro un calcio alla superficie rugosa. Non voglio toccare niente con mano. Strana sensazione. La porta si spalanca troppo velocemente, urta contro la parete e per poco non si smonta. "Accidenti," sussurro. Inizio a sentire freddo. Gocciolo da ogni parte del mio corpo.

Respiro…

 

Ed entro.

 

Il silenzio non è per niente rassicurante. Mi sembra di essere la protagonista di uno di quei film del terrore. Non mi lascio spaventare tanto facilmente. Ma quella situazione, mi inquieta. Il rumore dei miei tacchi sul pavimento sdrucciolevole rimbomba sui muri, amplificandosi. Non riesco a distinguere cose o persone. C’è davvero poca luce. Solo quella che mi sono lasciata alle spalle, e che presto, mi abbandonerà.

 

Procedo, cauta.

 

Il cuore mi batte forte. Adrenalina mista a paura.

All’improvviso, un lampo rossastro mi colpisce in viso. Accecante. Mi porto le mani sugli occhi, paralizzata. Faccio trascorrere un paio di secondi, poi, ritorno a vedere. Davanti a me, una scritta, a caratteri cubitali, di un rosso fosforescente. Alcune lettere sono sbilenche, altre perfettamente dritte. Riesco a leggere comunque.

“Benvenuti nella tana dei sinistri”

Un invito allettante. L’ultima parola mi agita, innesca meccanismi di difesa. Avevo svoltato a sinistra, la porta era a sinistra. Troppo ricorrente. Comincia a darmi fastidio. Avverto un senso di nausea, che reprimo.

 

Qualcuno ride.

 

Sussulto. Strozzo un urlo in gola, e deglutisco. L’ho sentito. Io ho sentito…

 

Ancora, una risata. Questa volta, più vicina. E’ impossibile stabilire da dove provenga. E’ intorno a me. Mi circonda. Arretro e perdo l’equilibrio. Crollo a terra, la mia coscia incontra qualcosa di ruvido e spigoloso che penetra nella mia carne. Il dolore è atroce, lancio un urlo. “O mio Dio, o mio Dio…,” sono nervosa e ferita. Non sopporto più il buio, voglio estrarmi l’affare che mi squarcia i tendini. Piango. Piango come non facevo da tempo. Sono una stupida. Non avrei dovuto entrare qui dentro…

 

Due occhi.

 

Mi stanno fissando. Sono scarlatti, innaturali. Si aprono e si chiudono, come se stessero catturando un’immagine. La mia, suppongo. Con la bocca piena di saliva, cerco di dire qualcosa, ma non esce suono. Gli occhi si allargano, fino a fermarsi in un’espressione sorpresa. Poi si alzano e mi sovrastano. La paura aumenta. I capelli bagnati mi fanno sentire sporca. Voglio andare a casa a farmi una doccia. Il taglio sulla coscia è lancinante e l’oggetto che me lo ha provocato è ancora incastrato. Solo a pensarci mi sento male.

 

Gli occhi si muovono verso di me.

Appare una figura.

 

Sono disarmata. Questa è la mia fine. Singhiozzo. Supplico il mio nemico di risparmiarmi. “Ti p-prego…non…non farmi del m-male”. Subentra la disperazione. Perché la figura si è inginocchiata, ed è un uomo. Un uomo che non ha nulla…

…di umano.

 

Non smetto di urlare. Urlo, urlo, urlo. Tremo tutta. La coscia è un continuo pulsare. L’uomo dagli occhi scarlatti, è un mostro. Una creatura degli inferi. Ha lunghi capelli ramati, che si separano sulle spalle ossute in due ciocche uguali. Il suo viso è ripugnante. Grigio, freddo come marmo, la sua pelle è viscida. Sembra quella di un serpente, ma non ha squame. La sua bocca è larga, oltre misura. E’ piegata in un sorriso raccapricciante. Mi sfiora la guancia con un dito e sento le sue unghie bianche raschiarmi la pelle. Strizzo gli occhi, e altre lacrime sgorgano. Sono immobile. Immersa nel mio incubo…

 

 

Mi sveglio. Sono sudata e con il fiato corto. Nella mia stanza filtrano i primi raggi mattutini. Il mio cuscino è macchiato di aloni umidicci. Mi sfrego la guancia, intenta a cancellare il tocco di quegli artigli. Il battito del mio cuore è incontrollato. Muovo una gamba, poi l’altra. I miei arti sono addormentati. Mi accarezzo le cosce e i polpastrelli scivolano su di una sostanza calda. Scosto le coperte e grido.

Sangue. Una ferita aperta. Un pezzo di legno seghettato nella pelle.

“Perché????”

Mi mancano le forze. Due mani mi afferrano la testa e…