INCUBO
Nuvole che danzano nel
cielo. Il sapore della pioggia sulle labbra. L'odore del muschio bagnato,
dell'asfalto scivoloso, delle foglie cadute sui marciapiedi. Il cuore che
palpita, assorbendo ossigeno, e rilasciando una quantità di sangue rigenerato
nelle vene. Non ho un ombrello per ripararmi, i miei capelli sono incollati alla
faccia, i miei abiti sono zuppi, le mie scarpe rigurgitano acqua. Devo correre a
casa, prima di prendermi un brutto raffreddore. Non è inverno, ma gli acquazzoni
estivi sono anche peggio. Improvvisi e repentini, carichi di temporale, umidi.
La città e deserta. Solo io, fuori. I semafori lampeggiano di colori, le vetrine
dei negozi sono vuote, oggi è giorno di chiusura. Le insegne ondeggiano,
emettendo un cigolio sinistro. Supero a testa bassa quella strada, e svolto in
un vicolo stretto e lungo, a sinistra. Ho le ciglia imperlate di gocce, riesco a
malapena a tenere gli occhi aperti. La mia canotta viola melanzana ha assunto
tinte più scure, aderendo ai seni e al ventre piatto. I pantaloni me li sento
pesanti, e posso anche immaginare lo stato dei cinque dollari che avevo messo in
tasca. Fradici, carta da buttare. Cammino, guardandomi intorno. Un gruppo di
bidoni rigati e scoperchiati mi costringono a fermarmi. C'è della roba
disgustosa a terra. Avanzi di cibo, bicchieri sporchi, vestiti stracciati,
poltiglie marroni. Nell'aria si diffonde un tanfo nauseabondo. Mi tappo il naso,
facendo una smorfia. Che schifo. Perché non passa nessuno qui a togliere di
mezzo questo lerciume? Forse, ho la possibilità di cambiare il mio percorso.
Indietreggio di qualche passo e sto per voltarmi, quando qualcosa attira la mia
attenzione. Una porta socchiusa, che non avevo notato. Proprio alla mia
sinistra. Il mio sguardo si posa sul legno scorticato, passa in rassegna il
pomello di metallo arrugginito. Mi avvicino. Sono come mossa da una forza
involontaria. L'anta si apre un altro po', grazie a un soffio di vento.
Socchiudo gli occhi e cerco di vedere oltre quel piccolo spiraglio. Il buio.
L'oscurità più totale. Decido di entrare. Meglio che stare qui fuori a prendere
acqua. Faccio un passo avanti e tiro un calcio alla superficie rugosa. Non
voglio toccare niente con mano. Strana sensazione. La porta si spalanca troppo
velocemente, urta contro la parete e per poco non si smonta. "Accidenti,"
sussurro. Inizio a sentire freddo. Gocciolo da ogni parte del mio corpo.
Respiro…
Ed entro.
Il silenzio non è per
niente rassicurante. Mi sembra di essere la protagonista di uno di quei film del
terrore. Non mi lascio spaventare tanto facilmente. Ma quella situazione, mi
inquieta. Il rumore dei miei tacchi sul pavimento sdrucciolevole rimbomba sui
muri, amplificandosi. Non riesco a distinguere cose o persone. C’è davvero poca
luce. Solo quella che mi sono lasciata alle spalle, e che presto, mi
abbandonerà.
Procedo, cauta.
Il cuore mi batte forte.
Adrenalina mista a paura.
All’improvviso, un lampo
rossastro mi colpisce in viso. Accecante. Mi porto le mani sugli occhi,
paralizzata. Faccio trascorrere un paio di secondi, poi, ritorno a vedere.
Davanti a me, una scritta, a caratteri cubitali, di un rosso fosforescente.
Alcune lettere sono sbilenche, altre perfettamente dritte. Riesco a leggere
comunque.
“Benvenuti nella tana
dei sinistri”
Un invito allettante.
L’ultima parola mi agita, innesca meccanismi di difesa. Avevo svoltato a
sinistra, la porta era a sinistra. Troppo ricorrente. Comincia a darmi fastidio.
Avverto un senso di nausea, che reprimo.
Qualcuno ride.
Sussulto. Strozzo un urlo
in gola, e deglutisco. L’ho sentito. Io ho sentito…
Ancora, una risata. Questa
volta, più vicina. E’ impossibile stabilire da dove provenga. E’ intorno a me.
Mi circonda. Arretro e perdo l’equilibrio. Crollo a terra, la mia coscia
incontra qualcosa di ruvido e spigoloso che penetra nella mia carne. Il dolore è
atroce, lancio un urlo. “O mio Dio, o mio Dio…,” sono nervosa e ferita. Non
sopporto più il buio, voglio estrarmi l’affare che mi squarcia i tendini.
Piango. Piango come non facevo da tempo. Sono una stupida. Non avrei dovuto
entrare qui dentro…
Due occhi.
Mi stanno fissando. Sono
scarlatti, innaturali. Si aprono e si chiudono, come se stessero catturando
un’immagine. La mia, suppongo. Con la bocca piena di saliva, cerco di dire
qualcosa, ma non esce suono. Gli occhi si allargano, fino a fermarsi in
un’espressione sorpresa. Poi si alzano e mi sovrastano. La paura aumenta. I
capelli bagnati mi fanno sentire sporca. Voglio andare a casa a farmi una
doccia. Il taglio sulla coscia è lancinante e l’oggetto che me lo ha provocato è
ancora incastrato. Solo a pensarci mi sento male.
Gli occhi si muovono verso
di me.
Appare una figura.
Sono disarmata. Questa è
la mia fine. Singhiozzo. Supplico il mio nemico di risparmiarmi. “Ti
p-prego…non…non farmi del m-male”. Subentra la disperazione. Perché la figura si
è inginocchiata, ed è un uomo. Un uomo che non ha nulla…
…di umano.
Non smetto di urlare.
Urlo, urlo, urlo. Tremo tutta. La coscia è un continuo pulsare. L’uomo dagli
occhi scarlatti, è un mostro. Una creatura degli inferi. Ha lunghi capelli
ramati, che si separano sulle spalle ossute in due ciocche uguali. Il suo viso è
ripugnante. Grigio, freddo come marmo, la sua pelle è viscida. Sembra quella di
un serpente, ma non ha squame. La sua bocca è larga, oltre misura. E’ piegata in
un sorriso raccapricciante. Mi sfiora la guancia con un dito e sento le sue
unghie bianche raschiarmi la pelle. Strizzo gli occhi, e altre lacrime sgorgano.
Sono immobile. Immersa nel mio incubo…
Mi sveglio. Sono sudata e
con il fiato corto. Nella mia stanza filtrano i primi raggi mattutini. Il mio
cuscino è macchiato di aloni umidicci. Mi sfrego la guancia, intenta a
cancellare il tocco di quegli artigli. Il battito del mio cuore è incontrollato.
Muovo una gamba, poi l’altra. I miei arti sono addormentati. Mi accarezzo le
cosce e i polpastrelli scivolano su di una sostanza calda. Scosto le coperte e
grido.
Sangue. Una ferita aperta.
Un pezzo di legno seghettato nella pelle.
“Perché????”
Mi mancano le forze. Due
mani mi afferrano la testa e…