INDIFFERENZA
Era tardi, ma non
tardissimo, forse i suoi amici lo stavano ancora aspettando. Franco iniziò a
correre a perdifiato, attraversando la strada come un fulmine. Scansò per poco
un’auto che lo stava per investire, e travolse un paio di persone scendendo giù
per la scala che lo avrebbe portato alla piazza principale della città.
Arrivato, si piegò in due
ad ansimare, mentre si detergeva la fronte fradicia e con gli occhi scrutava in
mezzo alla gente, alla ricerca di una traccia che indicasse la presenza dei suoi
amici.
Non c’erano, ovviamente se
ne erano andati senza di lui.
E figurati. Che rabbia.
Afferrò per la gola un
passante e glie la aprì con l’affilatissimo rasoio che teneva sempre in tasca.
Quando il sangue sgorgò come acqua da un contenitore troppo pieno, fu lesto a
togliere la mano, per non imbrattarsi la giacca.
Fece dietrofront e se ne
tornò indietro.
Da qualche parte, un
palazzo venne squassato da una esplosione, e tutto il terzo piano fu avvolto
dalle fiamme. Gli inquilini, terrorizzati, cercavano disperatamente un modo per
fuggire, e quelli intrappolati negli appartamenti ben presto ebbero i polmoni
invasi dal fumo o finirono come poltiglia sul marciapiede sottostante.
Nessuno chiamò i pompieri.
I “pompieri” in questo
momento erano in giro, ognuno per i fatti suoi.
Uno degli inquilini del
palazzo, miracolosamente scampato alle fiamme, scese in strada e qui si lasciò
cadere a terra supino. La sua faccia e le sue mani erano nere di fuliggine,
tossiva con forza per espellere tutto il fumo che aveva respirato, mentre si
stringeva il torace squassato da quelle esplosioni con entrambe le braccia.
Un inquilino del secondo
piano, un po’ bruciacchiato, gli si avvicinò e lo prese a calci “volevi giocare
col fuoco, stronzo? Io ci ho rimesso la casa!”
Stefano inchiodò
bruscamente. C’era mancato poco. Per poco quello stronzetto disattento non gli
rovinava la macchina nuova andandoci contro. E che cavolo, un bolide come quello
in così buono stato non si trovava così facilmente: aveva dovuto girare tutto un
giorno per trovarne uno di suo gusto, e aveva passato ancora più tempo a
togliere l’odore del vecchio proprietario dai sedili.
Per non parlare della
benzina, poi. Ormai non c’erano più distributori funzionanti da… boh?
Per fare il pieno quindi
bisognava prendere il carburante dalle auto parcheggiate. Lui era stato
fortunato: ne aveva trovata un sacco dentro una vecchia autocisterna dei
pompieri.
Lucia si rialzò un po’
dolorante dal fondo della scalinata, e iniziò a massaggiarsi il ginocchio destro
che doveva aver battuto mentre rotolava giù. Fortunatamente si trovava quasi in
fondo, e la sua caduta era stata molto breve. Si guardò intorno e vide che
alcuni altri non erano stati altrettanto fortunati: la scala era vecchia e
all’arrivo di quel fulmine sotto forma di ragazzo alcuni erano stati schiacciati
contro il corrimano che, essendo ormai vecchiotto, aveva ceduto.
Un tizio coi pantaloni
beige e una giacca blu era caduto di testa, spappolandosela contro un cassonetto
di metallo, un altro era stato più fortunato: era caduto in mezzo alla
spazzatura e ora cercava di emergerne, anche se il braccio formava un angolo
innaturale. Vedeva chiaramente sia Lucia che altri passanti per la strada alla
base della scala, ma non chiedeva aiuto: sapeva che sarebbe stata una perdita di
tempo e fiato.
Lucia si rialzò cercando
di appoggiare la maggior parte del peso sul ginocchio sano e si diresse verso la
spazzatura: non lo avrebbe lasciato lì.
Si avvicinò al cadavere
spappolato e lo tirò giù dal cassonetto, trascinandolo in un punto più agevole
della strada e qui, guardandosi intorno di tanto in tanto, iniziò a frugargli
nelle tasche.
Mauro vide il cadavere
sgozzato a terra, la pelle era ormai pallida e già altri avevano perquisito e
saccheggiato il corpo, mentre probabilmente ancora si dibatteva emettendo grida
strozzate dalla gola senz’aria.
Se ne andò seccato.
*************
“Tutto ciò è stupefacente,
Bhaal”
“Assolutamente vero,
Asmodeo”
Le due creature si
trovavano in cima ad un alto palazzo.
Entrambi i loro corpi,
rosso carminio e dotati di ampie ali cuoiose da pipistrello, fremevano di gioia
per lo spettacolo sottostante. Bhaal contemplava il tutto sommamente
soddisfatto, affilando gli artigli acuminati contro una vicina roccia; Asmodeo
masticchiava i resti di un braccio mentre faceva guizzare lo sguardo stupito da
un passante all’altro.
Uno spettacolo
meraviglioso.
Ingoiò il resto del pasto
e ruttò sonoramente, dopodiché toccò la spalla del suo compagno.
“Ma dimmi… come avete
fatto a ottenere questo risultato? Quali complotti avete ordito?”
Bhaal ghignò soddisfatto:
se c’era una cosa migliore di un piano ben congegnato, questo era il raccontare
il successo di un piano ben congegnato.
“In realtà è bastato
applicare un po’ di. Ehm.”
inspirò teatralmente “pensiero laterale. Il resto è venuto da sé”
Asmodeo lo guardò con i
suoi stolidi occhi bovini.
“Pensiero laterale?”
“Sì: è una cosa degli
uomini… ti spiego: Gordio, signore di Frigia, aveva legato il suo carretto sacro
con un nodo talmente complicato che nessuno era stato in grado di scioglierlo.
Era nata la leggenda che chi ci fosse riuscito sarebbe stato destinato a
divenire il signore di tutta l’Asia”
Ancora lo sguardo bovino.
Povero Asmodeo, così legato alle vecchie tradizioni di fiamme, fruste e forconi.
“Forse la stai prendendo
un po’ alla lontana”
“No, fidati: lasciami
finire e capirai tutto: Alessandro il Macedone, davanti al nodo faticò come uno
schiavo cercando di scioglierlo, ma senza risultato”
“E…?”
“Quindi capì che l’unica
cosa sensata da fare sarebbe stato prendere la sua spada e tagliarlo con un
fendente.”
Asmodeo evidentemente
continuava a non capire; Bhaal rise sotto i baffi.
“E questo sarebbe il
pensiero laterale?”
“Beh, è un esempio. Qui
abbiamo più o meno fatto la stessa cosa”
“Ovvero?”
“Non ci arrivi? Eppure è
semplicissimo! Come matti siamo andati avanti per secoli a cercare di spingere
gli uomini a fare del male, eppure nelle cose peggiori che riuscivano a
combinare noi non centravamo nulla. Era l’approccio a essere sbagliato: sarebbe
bastato fin da subito dir loro di smettere di fare del bene”.