Hanno sbagliato,
echeggiò il sibilo nella sua mente distorta. Hanno sbagliato a maltrattarti!
Ma se ne pentiranno, vero Jack?
Vero?
«Non mi hanno maltrattato»
gracchiò la voce di Jack. «Mi hanno sfigurato, come degli stronzi. E’
diverso, è gravissimo!»
Digrignò i denti, una
successione disordinata di quadratini bianchi e capsule di metallo, e si calmò
solo quando guardò la videocassetta che stringeva tra le mani. L’adorava. Era il
suo mito. Per questo motivo era l’unica rimasta, l’unica che si era salvata dal
rastrellamento degli stronzi. Perché loro non potevano accettare:
dicevano che era roba da buttare nel cesso, o un cesso lo sarebbe diventato il
suo cervello. Quanto le persone si sforzavano poco di vedere le cose con gli
occhi altrui, pensò, quanto egoismo.
Passò il dito sul
contenitore di plastica della videocassetta, la preferita. Le strisce che si
disegnarono nello strato di polvere mostrarono la copertina di un cartone
animato. Aveva come sfondo un’enorme faccia verde ghignante con la bocca rossa:
ecco, l’alter ego perfetto di suo padre, cinico e insensibile, un padre che
riteneva il figlio un povero deficiente.
Jack sorrise quando guardò
invece cosa si stagliava davanti al disegno di quel brutto muso verde: una
sagoma umana misteriosa e forte, tutta nera, con gli occhi bianchi, le orecchie
a punta, e un pipistrello sul petto. L’eroe preferito suo e del suo amico:
avevano trascorso pomeriggi interi davanti alla tv.
«Lui è vivo» pensò
con fervore. «Lui è quello che loro odiano! Ma un figlio non si ama a
pezzi… Così come una madre e un padre non si odiano a pezzi!»
Pat e Adam, i genitori,
avevano accolto con riluttanza l’amico di Jack. Lo chiamavano “amico
immaginario”, ma Jack aveva sempre saputo fin da bambino che non era così:
fisicamente gli assomigliava e si chiamava Bruce, in onore della vera identità
di Batman. Mamma Pat all’inizio non aveva ostacolato Jack vedendolo giocare e
parlare in solitudine, e lui era stato felice. Poi mamma aveva dato una
spintarella alla situazione aggiungendo un posto a tavola apposta per Bruce –
chissà se mossa dall’affetto o dal bisogno di fargli capire che non esistesse.
Ma Jack si era accorto che papà non approvava nulla di tutto ciò: quelle cose
strane potevano accadere ai bambini degli altri ma non al suo, a quello
uscito dal grembo di sua moglie.
Mi dicevi che ti facevano
sentire un rifiuto,
sussurrò la presenza. Jack la vide avvicinarsi per accarezzarlo sulla testa, per
consolarlo. Ti ricordi la prima volta?
«Certo, Bruce… Certo.»
Una sera, quand’era ancora
piccolo, Jack aveva osato prendere il piatto destinato a Bruce e gettare via il
cibo, sostenendo che non gli piaceva. Adam allora si era alzato e aveva
afferrato il braccio del figlio facendogli male. «Piccolo psicopatico che non
sei altro!» aveva gridato, indicando la pattumiera, «non ti rendi neanche conto
che non ha mai mangiato niente? Eh? È solo un fantasma del cazzo! E adesso
raccogli quello che hai buttato, non te ne andrai di sopra finché tu non
l’avrai finito, chiaro?»
Da quel giorno, Jack non
era stato più lo stesso.
Adam aveva messo in un
sacco tutto ciò che poteva collegarlo al fantasma, giochi, videocassette, libri,
l’aveva caricato sul pick-up e quando era tornato non c’era più. Pat non aveva
avuto più voce in capitolo, ma forse – anzi, era proprio così – si era
convinta come il marito che il suo bambino non fosse normale, che vergogna! Una
legge era entrata in vigore: gli era assolutamente vietato manifestare in
qualsiasi modo il suo legame con Bruce-il-fantasma, pena le bastonate del padre.
Jack, non potendo più tenere Bruce in casa ufficialmente, aveva cominciato a
giocare con lui a scuola, a parlargli anche durante le lezioni. Ci teneva al
punto da non dispiacersi troppo a lungo del fatto che i compagni iniziassero a
emarginarlo. Tanto lui un amico vero ce l’aveva, uno che non l’avrebbe mai
tradito nonostante fosse costretto a dormire sotto il letto e ad usare la
grondaia di casa per entrare e uscire: Jack lo vedeva, quando si arrampicava.
Si chiudevano nella
cameretta, guardavano Batman e parlavano a bassa voce: avevano fatto così per
anni. Quando venivano scoperti da un Adam poco sbronzo con l’orecchio teso, i
passi del pazzo risuonavano, pesanti, sulle assi del pavimento, la sua mano
sinistra spalancava la porta, e quella destra stringeva una mazza da baseball
che, se andava bene, si limitava a minacciare abbattendosi su un qualsiasi
oggetto nella stanza, altrimenti causava dolore e lividi che duravano giorni
interi…
Adesso, entrambi avevano
quasi quattordici anni. Jack non aveva mai voluto fuggire perché il cottage di
famiglia piaceva a Bruce ed era il luogo in cui l’aveva conosciuto, e in cui
comunque anche Pat subiva certe angherie da parte di Adam ubriaco – come se
durante quegli episodi mamma e figlio si riavvicinassero di un poco.
Posò la videocassetta e
raccolse la mazza da baseball di papà.
Eccola lì mamma, insieme
con papà, belli distesi, legati al letto e imbavagliati, gli occhi fuori dalle
orbite come maiali in attesa di essere sgozzati! Era facile fregare le persone
quando ti credevano un perfetto imbecille perso nel proprio mondo. Ma Jack era
stato capace di trovare la confezione di sonniferi nascosta in un cassetto in
quella stessa grande camera matrimoniale, sotto gli strati di biancheria intima
di Pat: sapeva che lei ne prendeva quasi ogni sera, Jack era un osservatore.
La mazza picchiò dentro il
palmo della sua mano, pum, proprio come faceva Adam prima di passare
all’azione. I maiali si agitarono come pazzi, ma il potente nastro adesivo
consentì loro di emettere solo insignificanti mugugni.
Se ne pentiranno, adesso?,
incalzò la voce.
Jack rimase immobile, come
a riflettere, e i suoi occhi scrutarono i genitori. Bruce scalpitava,
impaziente, da qualche parte. Poi il braccio si sollevò, quindi piombò deciso
verso il basso e la mazza compì il suo dovere.
Bruce prese a sghignazzare
come un diavolo.
Sulla parete si dipinse un
quadro fatto di cervella e schizzi di sangue.