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Biografia dell'autore
 

Sabrina Scalvinoni

 

 

 

 

INFESTAZIONE

 

 

Hanno sbagliato, echeggiò il sibilo nella sua mente distorta. Hanno sbagliato a maltrattarti! Ma se ne pentiranno, vero Jack?

Vero?

«Non mi hanno maltrattato» gracchiò la voce di Jack. «Mi hanno sfigurato, come degli stronzi. E’ diverso, è gravissimo!»

Digrignò i denti, una successione disordinata di quadratini bianchi e capsule di metallo, e si calmò solo quando guardò la videocassetta che stringeva tra le mani. L’adorava. Era il suo mito. Per questo motivo era l’unica rimasta, l’unica che si era salvata dal rastrellamento degli stronzi. Perché loro non potevano accettare: dicevano che era roba da buttare nel cesso, o un cesso lo sarebbe diventato il suo cervello. Quanto le persone si sforzavano poco di vedere le cose con gli occhi altrui, pensò, quanto egoismo.

Passò il dito sul contenitore di plastica della videocassetta, la preferita. Le strisce che si disegnarono nello strato di polvere mostrarono la copertina di un cartone animato. Aveva come sfondo un’enorme faccia verde ghignante con la bocca rossa: ecco, l’alter ego perfetto di suo padre, cinico e insensibile, un padre che riteneva il figlio un povero deficiente.

Jack sorrise quando guardò invece cosa si stagliava davanti al disegno di quel brutto muso verde: una sagoma umana misteriosa e forte, tutta nera, con gli occhi bianchi, le orecchie a punta, e un pipistrello sul petto. L’eroe preferito suo e del suo amico: avevano trascorso pomeriggi interi davanti alla tv.

«Lui è vivo» pensò con fervore. «Lui è quello che loro odiano! Ma un figlio non si ama a pezzi… Così come una madre e un padre non si odiano a pezzi!»

Pat e Adam, i genitori, avevano accolto con riluttanza l’amico di Jack. Lo chiamavano “amico immaginario”, ma Jack aveva sempre saputo fin da bambino che non era così: fisicamente gli assomigliava e si chiamava Bruce, in onore della vera identità di Batman. Mamma Pat all’inizio non aveva ostacolato Jack vedendolo giocare e parlare in solitudine, e lui era stato felice. Poi mamma aveva dato una spintarella alla situazione aggiungendo un posto a tavola apposta per Bruce – chissà se mossa dall’affetto o dal bisogno di fargli capire che non esistesse. Ma Jack si era accorto che papà non approvava nulla di tutto ciò: quelle cose strane potevano accadere ai bambini degli altri ma non al suo, a quello uscito dal grembo di sua moglie.

Mi dicevi che ti facevano sentire un rifiuto, sussurrò la presenza. Jack la vide avvicinarsi per accarezzarlo sulla testa, per consolarlo. Ti ricordi la prima volta?

«Certo, Bruce… Certo.»

Una sera, quand’era ancora piccolo, Jack aveva osato prendere il piatto destinato a Bruce e gettare via il cibo, sostenendo che non gli piaceva. Adam allora si era alzato e aveva afferrato il braccio del figlio facendogli male. «Piccolo psicopatico che non sei altro!» aveva gridato, indicando la pattumiera, «non ti rendi neanche conto che non ha mai mangiato niente? Eh? È solo un fantasma del cazzo! E adesso raccogli quello che hai buttato, non te ne andrai di sopra finché tu non l’avrai finito, chiaro?»

Da quel giorno, Jack non era stato più lo stesso.

Adam aveva messo in un sacco tutto ciò che poteva collegarlo al fantasma, giochi, videocassette, libri, l’aveva caricato sul pick-up e quando era tornato non c’era più. Pat non aveva avuto più voce in capitolo, ma forse – anzi, era proprio così – si era convinta come il marito che il suo bambino non fosse normale, che vergogna! Una legge era entrata in vigore: gli era assolutamente vietato manifestare in qualsiasi modo il suo legame con Bruce-il-fantasma, pena le bastonate del padre. Jack, non potendo più tenere Bruce in casa ufficialmente, aveva cominciato a giocare con lui a scuola, a parlargli anche durante le lezioni. Ci teneva al punto da non dispiacersi troppo a lungo del fatto che i compagni iniziassero a emarginarlo. Tanto lui un amico vero ce l’aveva, uno che non l’avrebbe mai tradito nonostante fosse costretto a dormire sotto il letto e ad usare la grondaia di casa per entrare e uscire: Jack lo vedeva, quando si arrampicava.

Si chiudevano nella cameretta, guardavano Batman e parlavano a bassa voce: avevano fatto così per anni. Quando venivano scoperti da un Adam poco sbronzo con l’orecchio teso, i passi del pazzo risuonavano, pesanti, sulle assi del pavimento, la sua mano sinistra spalancava la porta, e quella destra stringeva una mazza da baseball che, se andava bene, si limitava a minacciare abbattendosi su un qualsiasi oggetto nella stanza, altrimenti causava dolore e lividi che duravano giorni interi…

Adesso, entrambi avevano quasi quattordici anni. Jack non aveva mai voluto fuggire perché il cottage di famiglia piaceva a Bruce ed era il luogo in cui l’aveva conosciuto, e in cui comunque anche Pat subiva certe angherie da parte di Adam ubriaco – come se durante quegli episodi mamma e figlio si riavvicinassero di un poco.

Posò la videocassetta e raccolse la mazza da baseball di papà.

Eccola lì mamma, insieme con papà, belli distesi, legati al letto e imbavagliati, gli occhi fuori dalle orbite come maiali in attesa di essere sgozzati! Era facile fregare le persone quando ti credevano un perfetto imbecille perso nel proprio mondo. Ma Jack era stato capace di trovare la confezione di sonniferi nascosta in un cassetto in quella stessa grande camera matrimoniale, sotto gli strati di biancheria intima di Pat: sapeva che lei ne prendeva quasi ogni sera, Jack era un osservatore.

La mazza picchiò dentro il palmo della sua mano, pum, proprio come faceva Adam prima di passare all’azione. I maiali si agitarono come pazzi, ma il potente nastro adesivo consentì loro di emettere solo insignificanti mugugni.

Se ne pentiranno, adesso?, incalzò la voce.

Jack rimase immobile, come a riflettere, e i suoi occhi scrutarono i genitori. Bruce scalpitava, impaziente, da qualche parte. Poi il braccio si sollevò, quindi piombò deciso verso il basso e la mazza compì il suo dovere.

Bruce prese a sghignazzare come un diavolo.

Sulla parete si dipinse un quadro fatto di cervella e schizzi di sangue.