AAA:
Vendesi solenne casa antica e ben arredata. No perditempo.
Il
giornale.
Una
lettura veloce sul quotidiano locale. Dovevo andare via da quella casa, troppi
ricordi. Il suo profumo avvolgeva ancora le stanze e inebriava i miei sensi
distraendomi dalla mia occupazione principale. Le chiesi di andare via. Lei non
discusse. Aveva recepito bene la mia dose di follia e forse era un bene per
entrambi.
Appena
lessi l’annuncio chiamai. Il proprietario sembrò avere fretta di vendere. Meglio
così. Neppure io avevo tempo da perdere. Lontano da tutto e da tutti. Non
chiedevo altro.
La
partenza.
Il
sabato mattina racimolai le mie cose e mi misi in viaggio. Sei ore dopo ero
giunto a destinazione. Una casa tra i boschi. La neve ricopre queste valli dieci
mesi l’anno. Isolamento. Silenzio. Il limite estremo della follia. Se volevo
diventare uno scrittore affermato, era necessario per me non fondermi con le
persone. Nessun contatto che io non giustificavo. Tutto ciò che per gli altri
era normale, per me era assurdo. Un “non sense”. Per questo il mio posto era
fuori dal mondo.
La
casa.
Mobili
antichi dalla fattura settecentesca imperavano nelle grandi e luminose stanze.
Ovunque dipinti suggestivi e bassorilievi raffiguranti volti del passato,
testimoniavano il gusto classico dei precedenti proprietari.
I
lunghi corridoi conducevano a numerose stanze elegantemente ammobiliate. Letti a
baldacchino e polverosi tendaggi di velluto, imponenti librerie e camini
secolari.
Non
sapevo nulla del vecchio proprietario e del motivo per qui avesse venduto una
proprietà di così grande valore.
Nel
seminterrato, cianfrusaglie appartenute alle precedenti famiglie, cimeli antichi
e vecchi mobili deteriorati. E poi c’era quel manichino. Un inquietante sagoma
alla quale era stata attaccata al posto della testa, un volto da clown. Era li,
al termine della lunga scala e sembrava fissasse chiunque la percorresse. Con
quegli occhi fissi, lucidi, vitrei, quasi vivi. E quel ghigno che non aveva
nulla di comico ma che trasmetteva una sensazione di disagio e di angoscia.
Il
contratto.
Il
proprietario era stato molto rigoroso nella scelta dell’acquirente. Ebbi la
sensazione che non fosse tanto importante il prezzo della villa, ma quanto la
figura della persona che avrebbe rilevato la casa. Fu così che quando telefonai
dopo aver letto l’annuncio, il signor Daed mi chiese subito che mestiere
svolgevo e se ero solo. Gli dissi che ero uno scrittore e che si, ero solo. Fu
allora che mi rispose che la casa sarebbe stata mia. Firmammo l’atto davanti ad
un suo notaio di fiducia. Un tipo dal viso pallido e tirato e dalle labbra
sottili e gli occhi piccoli. Quel notaio, il suo modo di muoversi, la sua voce
cavernosa.. mi facevano venire i brividi.
Dettagli.
Le
pareti della casa erano ricoperte da quadri raffiguranti figure maschili e
femminili i cui sguardi sembravano persi nel vuoto. Trovai il gusto dei
precedenti proprietari davvero macabro e conturbante.
Una
casa ai margini del bosco per me era il massimo. Potevo scrivere nel silenzio e
dedicarmi a belle passeggiate per trovare l’ispirazione. Mi ripromisi che non
appena entrato definitivamente in possesso della casa mi sarei liberato di tutti
quei cimeli cinici e avrei acquistato dei mobili moderni. Avrei fatto svuotare
anche la cantina e più di ogni altra cosa mi sarei liberato del fantoccio con la
faccia da clown.
Il
manichino.
La
prima notte nella casa ero piuttosto nervoso. Da solo in quella grande
costruzione con tutti quei quadri alle pareti e quei volti di gente del passato,
gente morta, che mi guardavano. Non avevo mai avuto paura ma quella notte non
riuscivo a prendere sonno. Continuavo a pensare al fantoccio nel seminterrato.
Pensai
di chiamare mio fratello per dirgli che avevo comprato casa e che mi ero
trasferito. In effetti non ne avevo fatto parola con nessuno. Con mio fratello i
rapporti erano sempre stati molto freddi, non lo vedevo ne sentivo da circa un
anno. Purtroppo non mi fu possibile usare il cellulare in quanto in quella zona
non vi era campo. Neppure il telefono fisso funzionava, non erano ancora stati
fatti gli allacciamenti.
Ero
talmente inquieto che mi alzai e decisi di gettare quel pupazzo prima che fosse
l’alba. Quel fantoccio doveva sparire dalla casa. Mi chiesi il perché non lo
avessi fatto la sera prima. Eccolo li. Mi guardava come se mi stesse fissando o
peggio studiando. E poi quel ghigno diabolico. Lo confesso ero piuttosto
nervoso. Un adulto di quarant’anni che teme un fantoccio. Ridicolo davvero. Lo
avvolsi in un sacco nero e lo portai di sopra. Poi uscii dalla casa. Non mi
avevano ancora portato il bidone dei rifiuti per cui decisi di lasciarlo fuori.
Salii in camera e mi misi a letto. Il vento faceva muovere le tende delle
finestre che cigolavano sinistramente. Forse avevo letto troppi libri horror. Mi
alzai di nuovo. Ero nervoso. Lo vidi. Fuori dalla finestra. Il vento doveva aver
fatto volare via il telo nero e il pagliaccio era là. Nonostante io fossi in
alto e lui al piano di sotto avevo l’impressione che mi guardasse. Basta. Scesi
di sotto. Presi una pala e scavai una fossa nel giardino. Lo seppellii per bene
e tornai di sopra soddisfatto. Ora dalla finestra si vedeva solo il cumulo di
terra. Mi rimisi a letto finalmente soddisfatto. Mi addormentai ma fui svegliato
da un rumore improvviso. La finestra era aperta e le tende sventolavano
sbattendo contro i vetri. Mi alzai per chiudere le finestre e con orrore vidi
che la terra della buca era stata smossa. Feci appena in tempo a voltarmi quando
vidi il fantoccio piombare su di me, con una mannaia tra le mani. Udii il suo
macabro ghigno prima del buio.
L’epilogo.
Credevo
che alla morte ci fosse un posto dove le anime delle persone trovano la pace.
Non potevo certo immaginare che l’eternità per me sarebbe stata il mio volto
dentro una cornice di un quadro che da sull’ingresso principale della casa.
Il
mattino dopo il signor Daed, fece pubblicare questo annuncio:
AAA:
Vendesi solenne casa antica e ben arredata. No perditempo.