L’ABORTO DI UNA TERRA SCONSACRATA
Una
leggera bruma ricopriva il terriccio sconnesso e umido di quella notte. Qualcosa
di metallico picchiettava sul cancello arrugginito e divelto. L’odore di carne
da tempo ormai lacere, brulicanti di vermi, sembravano aver ritrovato vita
propria. Ogni orifizio era saturo di quella terra sulla quale liquami, denti
privi di bocca, unghie spezzate e capelli come ciuffi d’erba, erano ormai un
tutt’uno indistinguibile. Con un gesto rabbioso, come di un animale chiuso in
gabbia per troppo tempo, allontanò la terra da sé. Si disseppellì grugnando e
sbavando, continuando a guadagnare un centimetro per volta, sempre più famelico
di vita umana. Frammenti di quello che una volta erano state le sue mani, le sue
braccia, si sbriciolarono come fossero di terracotta. Uno scarafaggio uscì dalla
cavità nasale priva di mucose. Un lezzo rancido e rivoltante, si sprigionò dalle
sue viscere da troppo tempo soffocate dalla terra. Fu doloroso quel farsi spazio
nuovamente nel mondo, era come uscire per la seconda volta da un ventre materno,
vischioso, umido, completamente privo d’amore. Ora più claudicante, mosse di
nuovo i primi passi, verso la carne succulenta e grassa della casa vicina.