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Biografia dell'autore
 

Valerio Alberti
 

 

 

 

L’ADESCATORE

 

Da che si era trasferito in quel quartiere due settimane prima, tutte le sere alle sette precise, quel bambino passava sotto la sua finestra. Nei primi giorni aveva cercato di evitarla la finestra a quell'ora, ma la sua mente tornava sempre lì e il piccolo adescatore lo sapeva. Di sicuro sapeva che lui lo osservava e lo desiderava, e il suo passare lì sotto tutte le sere esattamente a quell'ora era una provocazione. Perché altrimenti passare proprio di lì e proprio in quel momento e con quella precisione? Così era tornato a guardare... Di sicuro il piccolo lo voleva, si vedeva da come camminava che lo voleva... Allora si era concesso di guardare e non toccare, avrebbe potuto soddisfare se stesso con le sue mani nelle proprie fantasie; per una settimana la cosa aveva anche funzionato.. ogni giorno al loro appuntamento davanti alla finestra, si prendeva quei due minuti in cui il suo giovane seduttore rimaneva nella cornice, divorandone tratti e movenze con gli occhi. Ma ancora più se ne saziava e più la fame aumentava, il desiderio si nutriva di se stesso diventando sempre più forte e ancora era arrivato al punto in cui, un paio di giorni prima, ne era stato vinto e dopo aver passato una terribile giornata a combattere contro se stesso non aveva saputo resistere ed era dovuto andare oltre la cornice. Aveva perso la battaglia un minuto prima dell'ora dell'appuntamento, e per arrivare in strada in tempo si era quasi rotto l'osso del collo giù per le scale; quando se lo era ritrovato davanti gli era quasi venuto un infarto, il piccolo lo aveva guardato per un attimo e, passando, lo aveva sfiorato con una spalla: aveva quasi avuto un orgasmo in quel preciso momento, ma per qualche motivo era riuscito a contenersi quel tanto da tornare in casa; aveva consumato quell'eccitazione nell'ingresso del suo appartamento, in piedi, con la testa appoggiata alla porta. Gli ultimi tre giorni erano stati il solito autentico inferno, ancora provava a combattere contro se stesso, sapeva a cosa andava incontro, che avrebbe dovuto di nuovo scappare, e che la cosa questa volta avrebbe dato nell'occhio, che qualcuno avrebbe collegato le cose e avrebbe capito tutto... Eppure alle sette meno cinque era sceso in strada, e si era seduto sui gradini dell'ingresso del palazzo. La prima sera si era limitato a restare lì. L'aveva solo spiato mentre passava, fingendo di leggere un libro. Il bambino lo aveva di nuovo guardato, con malizia... avrebbe quasi giurato che gli avesse ammiccato, con quei due occhioni neri... la seconda sera non aveva resistito: lo aveva salutato e gli aveva chiesto dove fosse diretto. Il bambino, con una certa diffidenza si era avvicinato, ma non era stato difficile vincere quella riluttanza: in poche chiacchiere il piccolo aveva riferito di chiamarsi Dimitri e di abitare a poche centinaia di metri da lì, che tutte le sere andava dal tabaccaio a prendere le sigarette per il padre, prima che uscisse per il turno di notte in fabbrica e che gli piaceva moltissimo giocare con i videogiochi. Le due sere successive Dimitri aveva giocato con il Nintendo DS comprato appositamente quel pomeriggio, chiacchierando allegramente, prima di portare le sigarette a papà. Quella sera il videogioco era rimasto nel cassetto in cui era stato lasciato dopo l'incontro della sera prima. Al suo arrivo  Dimitri salutò, e cercò la consolle con gli occhi vispi.

“Ciao! Niente DS oggi?”

“No, non ne avevo voglia. Ma di sopra ho la Play3, ci vuoi giocare?”

“Ho sempre voglia di giocare...”

Un brivido gli corse lungo la schiena... era certo di aver colto un'allusione in quella risposta. Con fatica deglutì la saliva che gli si era formata in bocca.

“HO.. ho comprato dei giochi molto molto belli, vorresti provarli?”
Il bambino guardò l'orologio titubante.

“Via, solo per una partita, nel giro di cinque minuti potrai andare a casa!”

Il bambino ci pensò su ancora per un attimo, ma alla fine sorrise e lo seguì nel portone.

 

Dopo cinque minuti il portone si aprì nuovamente e Dimitri ne uscì con la più soddisfatta sazietà dipinta sul volto crudele, che da pallido e malaticcio era ora diventato roseo. Si pulì con la manica del maglioncino la bocca e le zanne dal sangue perlustrando la strada buia con feroci occhi fiammeggianti, poi le fiamme si spensero e gli occhi tornarono ad essere neri e cerulei. Il bambino riprese la strada, voltò l'angolo e svanì, fondendosi tra le ombre sempre più fitte.