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Biografia dell'autore
 

Federica D'Ascani

 

 

 

 

 

L’ALBA DEL TERRORE

 

La goccia di sangue rivolò dalla cute lungo la fronte, disegnò l'incavo del suo occhio destro e discese raccogliendosi tremolante nella parte superiore delle labbra rosee.

Non osò dischiudere la bocca neanche per un secondo, i conati di vomito le stavano sconquassando lo stomaco e non voleva provare ad immaginare cosa le sarebbe accaduto una volta uscita allo scoperto.

I capelli lisci e neri respiravano assieme al suo petto, incollati per metà alle tempie, per metà al legno spezzato del suo nascondiglio.

Desiderò piangere, urlare, dormire, distendersi sotto le ombre filiformi degli alberi per scorgere le stelle tra gli scorci di cielo sopra il suo capo.

Immobile.

Respirava quasi affannosamente, ma senza emettere suono. Nella sua mente le urla continuavano a squarciarle le orecchie, ma fuori il suo corpo tutto rimaneva silenzioso e statico e così sarebbe stato fino l'arrivo dell'alba.

La salvezza della luce.

Una lacrima sgorgò dalla fragile barriera di ciglia e si unì al rivolo di sangue per discendere fin sotto il mento.

Serrò gli occhi imponendosi il controllo, mentre altre fuggiasche perle bianche rotolavano lungo le guance e  sembravano volerle urlare “E' tutto reale, siamo qui, ci senti? Piccola idiota, morirai anche tu come Liam, te ne rendi conto o vuoi continuare a giocare al gatto e il topo?”

Le parve di sentire l'eco dei loro freddi sorrisi.

Un brivido le corse dietro la schiena.

Portò freneticamente una mano al volto e deterse le guance bagnate quasi a volerle scarnificare.

Stava impazzendo.

Le gocce di sangue continuavano ad inzupparle i capelli sebbene si fosse portata ancor più sotto la porta rotta, riversa a terra.

L'uragano aveva devastato ogni cosa e di casa sua non rimaneva altro che una massa di travi di legno informe.

Poi c'era Liam.

Liam al centro della stanza.

Liam, con la gola squarciata PENZOLANTE ad un metro da terra, al centro della stanza.

Il suo sangue non accennava a smettere di gocciolare e la pazienza di Tracy era giunta oltre il limite della sopportazione.

Sarebbe morta prima ancora di combattere contro quell'essere indefinito che le dava la caccia ormai da tre ore.

“Tesoro... so dove sei, non ti sei ancora stancata di giocare con me?”

La voce fredda e verde le si insinuò sotto i vestiti, accarezzò i suoi capelli fradici, le leccò la pelle, le esplose nella testa facendola rantolare di dolore.

L'essere agguantò il corpo inerme del suo ragazzo e lo squartò come fosse stato un biscotto.

Tracy pianse sommessamente, il suo nascondiglio oramai compromesso, la sua resistenza sbriciolata come le ossa rotte del corpo gettato sotto i suoi occhi.

Accadde in un istante e la porta sotto cui si era riparata fu sbalzata all'altro capo della camera.

Un urlo le seccò la gola e pattinò con i piedi sulla terra cercando la stabilità delle gambe, senza riuscire a trovare il controllo per attuare il proposito.

Il ghigno sommesso dell'essere incombeva sul suo capo mentre tentava invano di fuggire dai denti aguzzi e avorio tanto affilati da tagliare la carne come fosse burro.

Le urla si confondevano con i singhiozzi, il sudore con il pianto, la paura con l'istinto di sopravvivenza.

“Adesso basta giocare ragazzina, mi sono stancato. Voglio mangiare prima di dormire...” Un sorriso attraversò le sue parole, infantile e giocoso, terribile.

Tracy voltò lo sguardo lucido verso i crateri gialli ai lati di quell'orrido scheletro che era il vampiro e notò l'aurea polverosa che lo circondava.

Affinò lo sguardo e comprese, esultando.

Gli occhi si allargarono illuminati dall'alba appena fiorita e la speranza cominciò a galoppare con il suo cuore, il sorriso appena accennato sulle labbra.

Ma Lui non si mosse né parve scomporsi.

La mente vacillò e le labbra si accartocciarono in una maschera di autentico terrore.

“Non mi fa nulla bimba, il sole non mi fa nulla...”

La creatura si abbassò e le lisciò i capelli corvini, annusò l'aria, le si avventò addosso.

Il buio calò con improbabile lentezza, il sangue defluì dal collo, percettibile ai sensi di Tracy quasi come lo vedesse da spettatrice esterna; le lacrime, secche e silenziose , nacquero negli occhi ma non discesero, rimanendo ad imperlarle le ciglia per sempre.

La creatura saziò il suo bisogno affannoso, leccò i resti e sorrise erigendosi al disopra del corpo esanime della ragazza.

Il sole inondò la stanza mentre spire di tenebre avvolgevano il corpo informe del vampiro che chiuse gli occhi e si dissolse.

La nube nera fumo scomparve e in terra, al suo posto, rimase un bambino rannicchiato e tremante.

 

I soccorsi scovarono la casa dopo ore di ricerche e trovarono il bimbo spaventato e sporco tra le macerie e i detriti della devastazione NATURALE.

“Mio Dio, erano i tuoi fratelli piccolo?”

Il bambino non rispose, limitandosi a fissare i resti della casa e i suoi interlocutori mossi a pietà dal suo aspetto trasandato.

“Andiamo, ti porto in un posto dove potrai riscaldarti e mangiare tutto ciò che desideri!”

Il ragazzino fissò il vigile del fuoco che lo aveva preso tra le braccia e sorrise.

“Nascerà un nuovo uragano...”

“No, non preoccuparti, è tutto finito, basta uragani...”

“Nascerà un nuovo uragano e io mangerò ancora...”

L'uomo, perplesso, fissò il bambino studiandolo, poi scoppiò in una fragorosa risata.

“Mangerai ogni volta che vorrai da Tiffany, basta chiedere!

Anzi, sono certo che con  quei tuoi occhioni striati di giallo e il sorriso contagioso farai innamorare mia moglie!”

Un sorriso infantile e giocoso pervase il silenzio e il bambino si adagiò sui sedili posteriori della jeep, i capelli scossi da improvvise raffiche di vento e gli occhi accesi nel bagliore del giorno sul viale del tramonto.