L’ALTALENA
La bimba con i capelli
biondi gioì nel vedere il padre in uno stato di torpore, seduto sulla panchina
non molto distante dall’altalena. Ma se esistessero le scuole di
irresponsabilità, i padri ne diverrebbero i primi docenti e la pazienza di
osservare i propri figli dondolare per ore diventava presto un’occasione per
schiacciare un pisolino rigenerante.
Abbandonò con un sorriso
che tradotto diceva “Papà è andato!”
l’altalena che fino a quel momento l’aveva condotta a pochi metri
dalle nuvole. Il richiamo era forte e irresistibile, molto più di un gioco ormai
scaduto ma che continuava a dondolare cigolante e desolato nell’attesa di
accogliere il prossimo sognatore.
“ Eccomi albero, sono
qui.”, l’immensa cresta sempre verde era delicatamente scossa dal leggero vento
di giugno e le foglie, con quelle degli altri alberi vicini, improvvisavano un
concerto di fruscii che continuava a conciliare il sonno del “padre addormentato
nel bosco”.
Il sedile dell’altalena si
fermò come le lancette di un orologio a pendolo a mezzanotte.
“ Si, vengo spesso qui al
parco, con la mamma però… Tu come ti chiami? Io Maria ma mi chiamano Mary”.
L’ampia cavità dell’albero doveva costituire la bocca dalla quale proveniva la
voce impercettibile che amava le domande, ottimo rifugio per qualche uccello
notturno. Per la bambina era semplicemente un punto verso il quale rispondere.
“ Bello il tuo nome, ma
come sei fatto? Se esci, ti vedo. Come hai fatto a nasconderti dentro
l’albero?”. Un uomo alto e robusto che aveva superato la mezza età ma vestito in
modo giovanile, osservava poco distante il curioso sipario di una bimba che
parlava con l’albero.
Che carina, che dolce
fantasia!
pensava ammirandola e ridendo con tenerezza.
“ Va bene!” disse Mary
tendendo la sua piccola mano destra colma d’emozione verso l’enorme buco che in
quell’istante prese le sembianze di una voragine.
“ Ma prima lo devo
chiedere a papà…”.
La tenera risata dell’uomo
alto e robusto si tramutò in un singulto di terrore. Gridò al padre della bimba
di svegliarsi e cercò di raggiungerlo velocemente in quel sipario che
inizialmente pareva una fiaba ma in realtà aveva le fattezze di un incubo.
Nel mentre, un lungo
braccio scarnito dal colore grigiastro a forma di artiglio aveva quasi terminato
la sua opera tuttavia con semplicità. L’uomo alto e robusto ebbe una sorpresa
indicibile nell’avvicinarsi alla panchina sulla quale giaceva con gli occhi
spalancati e vitrei il padre di Mary, ucciso da qualcosa che con sleale violenza
gli aveva inflitto sulla schiena una profonda lacerazione trasversale.
Alcuni brandelli del
piccolo pantaloncino rosa rimasero incastrati nella corteccia mentre la bimba,
in una eco di lontane urla, veniva trascinata e poi inghiottita dall’abitante di
quel rifugio che certamente non apparteneva ad alcuna razza di uccello.
Giunto davanti alla
bocca-cavità dell’albero, l’uomo alto e robusto commise l’errore nelle quali
viscere ogni curioso precipita. Vi si sporse dentro, scrutò accigliato verso
l’oscurità e chiamò con la speranza di ricevere una sorta di risposta. Da una
profondità indefinita risalì incalzante come uno scricchiolio arrugginito ma più
simile al verso di un ratto.
Nuovamente il silenzio e
il sedile dell’altalena riprese il suo dondolio sinistro, le foglie degli alberi
erano immobili.
Un nuovo piccolo sognatore
lo afferrò e ci si sedette sopra. Mentre dondolava la sua lingua finiva di
ripulire come meglio poteva le squamose fauci, d'altronde con i due artigli
sarebbe stata un’ardua impresa.