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Biografia dell'autore
 

Massimiliano Carta

è nato a Cagliari il 2 Gennaio 1977. Attore, autore e regista teatrale e radiofonico.

Ha studiato dizione e recitazione nel 1996 a Cagliari con i migliori attori di teatro provenienti dalla scuola di Mario Faticoni. In seguito ha seguito dei corsi privati di approfondimento e perfezionamento con un noto gruppo di doppiaggio a Roma.

Nel 1997 è entrato a far parte del gruppo di interpretazione artistica del Circolo Culturale Marcello Serra (Solstitium) di Cagliari, insieme agli attori Agnese Becciu, Lina Lazzari e Sergi Soi.

Nel 1998 inizia ad insegnare dizione e recitazione in circoli privati.

Si distingue nell’animazione e conduzione di spettacoli comici e di manifestazioni culturali come il Premio Campidano e Città di Selargius con l’Associazione Culturale Sel & Sar.

Nel 2002 presta la voce come cronista sportivo della trasmissione Tutto Motori su Sardegna 1, a cura di Mario Tornatore e lavora come speaker pubblicitario.

Organizzatore di numerose conferenze culturali, récital e serate musicali in cui recita e canta poesie e canzoni di cui è autore, pubblica un libro di poesie d’amore intitolato “Come una nuova vita” con il patrocinio dell’Assessorato alla cultura di Selargius.

Nel 2004 pubblica una trilogia di racconti horror dal titolo”Incubi Kalaritani” edito da La Riflessione.

Speaker televisivo e radiofonico, ha condotto su Radio Bonaria la trasmissione “Piramide-Il Tempio degli Scrittori”, nella quale presentava e promuoveva scrittori emergenti.

 

1° classificato alla quinta edizione del Premio “Città di Cagliari 2006”, sezione prosa.

Premio speciale della critica al Concorso “Donne al traguardo 2006”, prosa.

Menzione d’Onore alla sesta edizione del Premio “Città di Cagliari 2007”, sezione prosa.

Numerose sue poesie e racconti vengono pubblicati in diverse antologie di Associazioni Culturali di Cagliari.

 

 

 

 

L’ALTALENA

 

La bimba con i capelli biondi gioì nel vedere il padre in uno stato di torpore, seduto sulla panchina non molto distante dall’altalena. Ma se esistessero le scuole di irresponsabilità, i padri ne diverrebbero i primi docenti e la pazienza di osservare i propri figli dondolare per ore diventava presto un’occasione per schiacciare un pisolino rigenerante.

Abbandonò con un sorriso che tradotto diceva “Papà è andato!” l’altalena che fino a quel momento l’aveva condotta a pochi metri dalle nuvole. Il richiamo era forte e irresistibile, molto più di un gioco ormai scaduto ma che continuava a dondolare cigolante e desolato nell’attesa di accogliere il prossimo sognatore.

“ Eccomi albero, sono qui.”, l’immensa cresta sempre verde era delicatamente scossa dal leggero vento di giugno e le foglie, con quelle degli altri alberi vicini, improvvisavano un concerto di fruscii che continuava a conciliare il sonno del “padre addormentato nel bosco”.

Il sedile dell’altalena si fermò come le lancette di un orologio a pendolo a mezzanotte.

“ Si, vengo spesso qui al parco, con la mamma però… Tu come ti chiami? Io Maria ma mi chiamano Mary”. L’ampia cavità dell’albero doveva costituire la bocca dalla quale proveniva la voce impercettibile che amava le domande, ottimo rifugio per qualche uccello notturno. Per la bambina era semplicemente un punto verso il quale rispondere.

“ Bello il tuo nome, ma come sei fatto? Se esci, ti vedo. Come hai fatto a nasconderti dentro l’albero?”. Un uomo alto e robusto che aveva superato la mezza età ma vestito in modo giovanile, osservava poco distante il curioso sipario di una bimba che parlava con l’albero.

Che carina, che dolce fantasia! pensava ammirandola e ridendo con tenerezza.

“ Va bene!” disse Mary tendendo la sua piccola mano destra colma d’emozione verso l’enorme buco che in quell’istante prese le sembianze di una voragine.

“ Ma prima lo devo chiedere a papà…”.

La tenera risata dell’uomo alto e robusto si tramutò in un singulto di terrore. Gridò al padre della bimba di svegliarsi e cercò di raggiungerlo velocemente in quel sipario che inizialmente pareva una fiaba ma in realtà aveva le fattezze di un incubo.

Nel mentre, un lungo braccio scarnito dal colore grigiastro a forma di artiglio aveva quasi terminato la sua opera tuttavia con semplicità. L’uomo alto e robusto ebbe una sorpresa indicibile nell’avvicinarsi alla panchina sulla quale giaceva con gli occhi spalancati e vitrei il padre di Mary, ucciso da qualcosa che con sleale violenza gli aveva inflitto sulla schiena una profonda lacerazione trasversale.

Alcuni brandelli del piccolo pantaloncino rosa rimasero incastrati nella corteccia mentre la bimba, in una eco di lontane urla, veniva trascinata e poi inghiottita dall’abitante di quel rifugio che certamente non apparteneva ad alcuna razza di uccello.

Giunto davanti alla bocca-cavità dell’albero, l’uomo alto e robusto commise l’errore nelle quali viscere ogni curioso precipita. Vi si sporse dentro, scrutò accigliato verso l’oscurità e chiamò con la speranza di ricevere una sorta di risposta. Da una profondità indefinita risalì incalzante come uno scricchiolio arrugginito ma più simile al verso di un ratto.

 

Nuovamente il silenzio e il sedile dell’altalena riprese il suo dondolio sinistro, le foglie degli alberi erano immobili.

 

Un nuovo piccolo sognatore lo afferrò e ci si sedette sopra. Mentre dondolava la sua lingua finiva di ripulire come meglio poteva le squamose fauci, d'altronde con i due artigli sarebbe stata un’ardua impresa.