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Biografia dell'autore
 

Gabriele D'Arrigo

 

 

 

 

 

L’IDOLO E L’ABISSO

 

Stufo di osservare la risacca infrangersi sorda sullo scoglio su cui ero seduto, decisi di alzarmi e fare due passi lungo la spiaggia.

Come un braccio piegato la striscia bianca di sabbia proseguiva  verso est, per poi scomparire vicino al promontorio sui cui  poggiava stanca la vecchia torre di guardia spagnola.

Il cielo bruniva e il sole, pigro, scompariva all’orizzonte. I pochi rimasti si affrettavano, piegavano le asciugamani e raccoglievano le loro cose.

Solo qualcuno non rinunciava allo spettacolo rosso fuoco del sole che tramontava.

Assorto in taciti pensieri, mani in tasca, godevo della leggera brezza che mi rinfrescava il volto; mi sarei attardato volentieri ancora qualche minuto per poi risalire a piedi verso il borgo sulla collina.

Passeggiando notai incuriosito, diversi metri più in là, lo stridere stonato di qualche gabbiano che si affannava  in rivo al mare.

Agitavano folli le ali e beccavano con furia una massa informe, scuotendo la piccola testa con strattoni violenti. Un pesce forse, o la carcassa di un animale?

Destata la mia mai doma voglia di sapere, mi avvicinai guardingo.

A prima vista i gabbiani sembravano avvicendarsi su un comune pezzo di legno, spugnato e coperto di alghe e mucillagine, portato dal mare da chissà quale luogo.

Ma osservandolo con accortezza era impossibile non accorgersi della fattura vagamente umana del legno. Ancor più pungolato nella mia immaginazione, mi portai più vicino, costringendo i gabbiani alla fuga. Alghe marce ricoprivano la superficie di quella che sembrava una statuetta delle dimensione di una scarpa.

L’odore che emanava era di salsedine e legno marcio. Mi chinai ad afferrarla, e non nascosi un certo ribrezzo nel saggiare la consistenza viscida e molliccia di quello strano oggetto.

Cercai di ripulirlo come meglio potei, strappando alghe gialle e verdi, e con fanciullesco stupore notai quel prosaico idolo dalla forma a me aliena: un liscio volto di fattezze quasi umane, femminee, dalle orecchie lunghe che scendevano sino al collo, come già mi era capitato di osservare in alcuni idoli africani.

Il corpo era grottesco e con sdegno posai le mani sull’unico, deforme seno (una singola, abnorme mammella da cui nasceva una strana protuberanza…un tumore?).

Ma gli arti…dio mio gli arti…quelli superiori simili a braccia umane, se non per le mani, scolpite nella forma di chele aguzze.

Le gambe invece erano assenti, e il corpo terminava con una sorta di lungo e ancor viscido tentacolo; una sirena, o un mostro marino.

Quale uomo, quale essere…avrebbe potuto scolpire una mostruosità del genere? Lunghi brividi corsero sulla mia schiena; il sole era quasi scomparso dietro la sottile linea oscura dell’orizzonte.

Mi voltai e più nessuno era rimasto per confortare il mio gelido cuore, e consolarmi del fatto che non stessi sognando. Ma poi sorrisi e la mia mente si confortò della luce e del calore del lume della ragione: “E’ solo una ridicola e grottesca statuetta pensai” e stavo per lasciarla cadere, abbandonando il suo triste destino alla presa del mare, quando notai sulla schiena una misteriosa incisione: Psvara

All’improvviso nessun rumore: lo stridere di un gabbiano, la risacca del mare, il vento fra gli scogli,  nulla poté infrangere l’asettico ed alieno silenzio.

Mi guardai intorno, con la bocca aperta, troppo sconcertato per avere paura.

Urlai, ma nessun suono uscì dalle mie labbra. Il sole oramai era del tutto eclissato; continuai a gridare e mi sbracciai, caddi per terra e mi picchiai il capo sconvolto: quale orrore, quale incubo stavo vivendo? Dov’era…la vita? Corsi lungo la spiaggia, il gelido terrore che possedeva il mio corpo, ma con sorpresa mi fermai e un ghigno tagliò la mia mente; lo stringevo ancora fra le mani: esso, la cosa, l’orrido alieno

Con gioia lo scagliai vero l’acqua, ma appena l’idolo lasciò le mie dita, con sgomento rammarico mi resi conto di volerlo,  di agognarlo. Stavo per disperarmi quando vidi l’acqua ribollire e poi un forte ronzio mi squarciò l’udito.

Alghe, nient’altro che alghe luminose” dovetti pensare, quando osservai un tenue e verdastro bagliore affiorare dal fondo dell’oceano per rischiarare la calma superficie dell’acqua.

Reagii d’istinto: tolsi la camicia, i pantaloni e infine le scarpe.

Dovevo…capite, io dovevo!

Immersi le mie tremanti membra nella gelida acqua scura e mi avviai a largo nuotando, verso il pallido e invitante spettacolo di luci sottomarine.

Dopo un respiro profondo m’inabissai; capii di possedere ancora le mie facoltà razionali, ma c’era qualcosa, qualcos’altro…non m’importava di me, della mia incolumità e della mia vita, o di mia moglie e dei miei figli.

Volevo solo l’idolo e le sue docili forme, e la fonte di quel forte ronzio che, sotto la superficie dell’acqua, andava crescendo. Nuotai con violenza verso la fonte di tanto stupore.

Dopo parecchi metri mi accorsi di aver bisogno d’ossigeno, ma lottai verso il fondo, dove aguzzi e neri scogli mi attendevano.

Vidi sconvolto bianche e marcescenti alghe fluttuare nell’acqua e con un ultimo, agognante sforzo mi adagiai su di loro, su quelle candide e fredde dita che scivolavano sul mio corpo.

Ma poi la notai: la luce proveniva da un oscuro anfratto fra gli scogli, una bocca protesa e affamata. Quasi  affogavo, ma la sete di sapere era ben più forte, e con un’ultima moribonda bracciata mi lasciai ingoiare.

 

La caverna era umida, e gelida. Da brune stalattiti…“Migliaia d’anni” pensai, colava acqua luminescente. Il passaggio che si inoltrava nelle profondità era buio e sconosciuto, e solo quella flebile luce mi impedì di gridare a lungo, fino alla morte cerebrale del mio intelletto.

Mi trascinai sulle pietre aguzze per tuffarmi nel buio. Il passaggio proseguiva, ora stretto, ora alto, per centinaia e centinaia di metri;

la strada si sdoppiava ma ero certo del percorso perché la luce, e il ronzio, mi attiravano famelici. Giunsi dopo ore…o giorni?...a un loculo illuminato.

Rozzi gradini erano scolpiti nella pietra e giungevano…a un orrido pozzo: una scala a chiocciola da aliene mani costruita che si tuffava giù, negli abissi del tempo e dello spazio.

Mossi sognante il primo passo e seppi con orrore che un destino ben peggiore della morte mi stava aspettando…