Stufo di osservare la
risacca infrangersi sorda sullo scoglio su cui ero seduto, decisi di alzarmi e
fare due passi lungo la spiaggia.
Come un braccio piegato la
striscia bianca di sabbia proseguiva verso est, per poi scomparire vicino al
promontorio sui cui poggiava stanca la vecchia torre di guardia spagnola.
Il cielo bruniva e il
sole, pigro, scompariva all’orizzonte. I pochi rimasti si affrettavano,
piegavano le asciugamani e raccoglievano le loro cose.
Solo qualcuno non
rinunciava allo spettacolo rosso fuoco del sole che tramontava.
Assorto in taciti
pensieri, mani in tasca, godevo della leggera brezza che mi rinfrescava il
volto; mi sarei attardato volentieri ancora qualche minuto per poi risalire a
piedi verso il borgo sulla collina.
Passeggiando notai
incuriosito, diversi metri più in là, lo stridere stonato di qualche gabbiano
che si affannava in rivo al mare.
Agitavano folli le ali e
beccavano con furia una massa informe, scuotendo la piccola testa con strattoni
violenti. Un pesce forse, o la carcassa di un animale?
Destata la mia mai doma
voglia di sapere, mi avvicinai guardingo.
A prima vista i gabbiani
sembravano avvicendarsi su un comune pezzo di legno, spugnato e coperto di alghe
e mucillagine, portato dal mare da chissà quale luogo.
Ma osservandolo con
accortezza era impossibile non accorgersi della fattura vagamente umana del
legno. Ancor più pungolato nella mia immaginazione, mi portai più vicino,
costringendo i gabbiani alla fuga. Alghe marce ricoprivano la superficie di
quella che sembrava una statuetta delle dimensione di una scarpa.
L’odore che emanava era di
salsedine e legno marcio. Mi chinai ad afferrarla, e non nascosi un certo
ribrezzo nel saggiare la consistenza viscida e molliccia di quello strano
oggetto.
Cercai di ripulirlo come
meglio potei, strappando alghe gialle e verdi, e con fanciullesco stupore notai
quel prosaico idolo dalla forma a me aliena: un liscio volto di fattezze quasi
umane, femminee, dalle orecchie lunghe che scendevano sino al collo, come già mi
era capitato di osservare in alcuni idoli africani.
Il corpo era grottesco e
con sdegno posai le mani sull’unico, deforme seno (una singola, abnorme mammella
da cui nasceva una strana protuberanza…un tumore?).
Ma gli arti…dio mio gli
arti…quelli superiori simili a braccia umane, se non per le mani, scolpite
nella forma di chele aguzze.
Le gambe invece erano
assenti, e il corpo terminava con una sorta di lungo e ancor viscido tentacolo;
una sirena, o un mostro marino.
Quale uomo, quale
essere…avrebbe potuto scolpire una mostruosità del genere? Lunghi brividi
corsero sulla mia schiena; il sole era quasi scomparso dietro la sottile linea
oscura dell’orizzonte.
Mi
voltai e più nessuno era rimasto per confortare il mio gelido cuore, e
consolarmi del fatto che non stessi sognando. Ma poi sorrisi e la mia mente si
confortò della luce e del calore del lume della ragione: “E’ solo una
ridicola e grottesca statuetta pensai” e stavo per lasciarla cadere,
abbandonando il suo triste destino alla presa del mare, quando notai sulla
schiena una misteriosa incisione: “Psvara”
All’improvviso nessun
rumore: lo stridere di un gabbiano, la risacca del mare, il vento fra gli
scogli, nulla poté infrangere l’asettico ed alieno silenzio.
Mi guardai intorno, con la
bocca aperta, troppo sconcertato per avere paura.
Urlai, ma nessun suono
uscì dalle mie labbra. Il sole oramai era del tutto eclissato; continuai a
gridare e mi sbracciai, caddi per terra e mi picchiai il capo sconvolto: quale
orrore, quale incubo stavo vivendo? Dov’era…la vita? Corsi lungo
la spiaggia, il gelido terrore che possedeva il mio corpo, ma con sorpresa mi
fermai e un ghigno tagliò la mia mente; lo stringevo ancora fra le mani: esso,
la cosa, l’orrido alieno…
Con gioia lo scagliai vero
l’acqua, ma appena l’idolo lasciò le mie dita, con sgomento rammarico mi resi
conto di volerlo, di agognarlo. Stavo per disperarmi quando vidi l’acqua
ribollire e poi un forte ronzio mi squarciò l’udito.
“Alghe, nient’altro che
alghe luminose” dovetti pensare, quando osservai un tenue e verdastro
bagliore affiorare dal fondo dell’oceano per rischiarare la calma superficie
dell’acqua.
Reagii d’istinto: tolsi la
camicia, i pantaloni e infine le scarpe.
Dovevo…capite,
io dovevo!
Immersi le mie tremanti
membra nella gelida acqua scura e mi avviai a largo nuotando, verso il pallido e
invitante spettacolo di luci sottomarine.
Dopo un respiro profondo
m’inabissai; capii di possedere ancora le mie facoltà razionali, ma c’era
qualcosa, qualcos’altro…non m’importava di me, della mia incolumità e della mia
vita, o di mia moglie e dei miei figli.
Volevo solo l’idolo e le
sue docili forme, e la fonte di quel forte ronzio che, sotto la superficie
dell’acqua, andava crescendo. Nuotai con violenza verso la fonte di tanto
stupore.
Dopo parecchi metri mi
accorsi di aver bisogno d’ossigeno, ma lottai verso il fondo, dove aguzzi e neri
scogli mi attendevano.
Vidi sconvolto bianche e
marcescenti alghe fluttuare nell’acqua e con un ultimo, agognante sforzo mi
adagiai su di loro, su quelle candide e fredde dita che scivolavano sul mio
corpo.
Ma poi la notai: la luce
proveniva da un oscuro anfratto fra gli scogli, una bocca protesa e affamata.
Quasi affogavo, ma la sete di sapere era ben più forte, e con un’ultima
moribonda bracciata mi lasciai ingoiare.
La caverna era umida, e
gelida. Da brune stalattiti…“Migliaia d’anni” pensai, colava acqua
luminescente. Il passaggio che si inoltrava nelle profondità era buio e
sconosciuto, e solo quella flebile luce mi impedì di gridare a lungo, fino alla
morte cerebrale del mio intelletto.
Mi trascinai sulle pietre
aguzze per tuffarmi nel buio. Il passaggio proseguiva, ora stretto, ora alto,
per centinaia e centinaia di metri;
la strada si sdoppiava ma
ero certo del percorso perché la luce, e il ronzio, mi attiravano famelici.
Giunsi dopo ore…o giorni?...a un loculo illuminato.
Rozzi gradini erano
scolpiti nella pietra e giungevano…a un orrido pozzo: una scala a chiocciola da
aliene mani costruita che si tuffava giù, negli abissi del tempo e dello spazio.
Mossi sognante il primo
passo e seppi con orrore che un destino ben peggiore della morte mi stava
aspettando…