Guardava la luna, la osservava ogni notte, ne spiava con avidità la lenta
maturazione.
Passava
ore intere alla finestra, con la faccia al cielo e gli occhi fissi sull’astro
notturno che irradiava luce d’argento, luce che come una subdola radiazione gli
sconvolgeva l’anima, dando vita al buio che pulsava in lui.
Guardava la luna e come la luna, anche la sua consapevolezza aumentava, si
espandeva: sapeva che in lui c’era qualcosa di diverso, qualcosa che cresceva e
calava con le fasi della luna.
Non
c’erano stati veri e propri segnali fisici, solo flash mentali, immagini
distorte, diapositive sfocate di incubi innominabili.
All’inizio aveva pensato a brutti sogni, ma poi, quando erano stati trovati i
primi corpi mutilati, ogni illusione era miseramente crollata: c’erano quegli
spezzoni d’orrore e c’erano i copri senza vita.
E poi
c’era lui, che sentiva l’urlo della sua anima che si gonfiava con il crescere
della luna.
Lui era
il mostro, la bestia di cui di giorno tanto si mormorava, quando il sole era
alto e limpido e la paura era facile da tenere a bada.
Tutti,
al bar, al negozio di generi alimentari, dal barbiere, dalla parrucchiera, negli
uffici comunali parlavano del “mostro”, senza mai chiamarlo Lupo Mannaro, come
se pronunciare quelle due parole comportasse una sicura condanna a morte.
Esorcizzare il mostro rinnegandone il nome, relegandolo nell’indefinito per
sconfessarne l’essenza, rendendolo così meno reale. Meno letale.
Lui
però sapeva di essere il Lupo, il Mannaro, ed era certo di esserlo in modo che
andava oltre l’immaginario della gente, oltre alle vecchie dicerie di gente
spaventata che farfugliava di denti aguzzi e pelo ispido. Era sicuro che non ci
fosse nessuna trasformazione, che il suo corpo non subisse un evidente
cambiamento fisico che lo portava dall’Homo Sapiens al Canis Lupus.
Quelle erano solo stupidaggini da televisione, negate dalla filosofia e
soprattutto dal buon senso.
No, la
sua era una metamorfosi ad un livello molto più alto, quasi metafisico.
Impalpabile.
Un’evoluzione verso le tenebre che coinvolgeva la sua anima: in lui c’era un
mostro che in una notte ben precisa del mese si liberava delle catene che lo
inchiodavano nei bui recessi dell’inconscio.
In lui
c’era una parte di tenebra che riusciva ad ergersi a divinità manipolatrice
della sua misera carne. Niente ululati, niente vestiti strappati e soprattutto
niente coda. Era la sua anima ad essere affetta da licantropia e non il suo
corpo e solo gli occhi, specchio dell’anima, rivelavano la presenza
dell’inumano. Gialli come zolfo. Gialli come la peste.
Non
c’erano stati sortilegi né morsi, solo un crescente amore per la luna cominciato
poco dopo i trent’anni.
Una
notte era uscito nel terrazzo. Aveva posato gli occhi sulla luna e qualcosa si
era dischiuso: un amore travolgente per la madre della notte, un amore immenso
che si gonfiava a dismisura.
E dopo
la prima luna piena erano cominciate le visioni e con le visioni erano comparsi
i corpi.
Chiudeva gli occhi, anche per un solo secondo, ed apparivano quei filamenti di
sangue e morte, di vite innocenti immolate alla dea d’argento che scivolava
piano nel firmamento notturno, come Barbara e Luca, sbranati nella loto auto in
una stradina frequentata da giovani coppie in cerca di un attimo d’intimità.
Come
Sergio, maestro in pensione, ma alcolizzato a tempo pieno, i cui brandelli erano
stati ritrovati un po’ ovunque in paese. La cui testa era stata ritrovata dagli
spazzini impalata nella modesta statua del dio Nettuno che dominava la fontana
dei giardini pubblici.
Oppure
come Debora, la figlia del sindaco, rinvenuta in un vicolo dietro casa, con la
gamba destra del tutto spolpata e la testa aperta in due come un melone maturo e
succoso. Rannicchiata in una pozza rossa, rossa del suo sangue. Rossa come la
sua vita.
E lui,
ogni volta che aveva la maledizione di chiudere gli occhi, veniva travolto da
ricordi ovattati di corpi straziati dai quali la vita veniva scacciata con
ferocia disumana.
Lui era
il mostro e solo lui era il custode di questa assurda e indecente verità.
Neppure sua moglie ne era a conoscenza. Neppure i suoi figli sospettavano di
vivere sotto lo stesso tetto del più micidiale tra i più micidiali assassini non
umani di sempre.
Aveva
sentito di gruppi armati, di ronde notturne per le strade del paese e nelle
viuzze di campagna.
Di
esperti in arrivo da una qualche base dell’esercito, affiancati da un gruppo di
psicologi con il compito di delineare con precisione il profilo del “malato di
mente” che terrorizzava il piccolo borgo che non aveva mai vissuto sulla propria
pelle il dramma della cronaca nera.
Aveva
sentito tante voci, frutti avariati del terrore che avvelenava la vita di
persone ordinarie che non chiedevano altro che vivere la propria esistenza in
santa pace.
Lui era
il Lupo Mannaro, questa era la sola verità, nata dalle tenebre secolari che da
sempre incalzano lo scorrere del tempo umano.
Lui
sapeva, lui vedeva, lui solo era il custode di quella nera conoscenza infernale
che si nascondeva tra il caos del cuore dell’uomo.
Lui
amava la luna, e se durante il giorno una grigia ed insulsa apatia lo stordiva,
di notte era inondato di vitalità senza eguali, di amore infinito che lo
rinvigoriva, facendolo sentire forte ed invincibile.
Le
scariche chimiche del suo corpo erano devastanti con picchi di piacere assoluto
alternate a stilettate di gelida apatia.
Poi il
buio, la nebbia, il non ricordo, con i desideri che, come la luna, iniziavano ad
attutirsi.
Una
nebbia senza memoria squarciata da lampi rossi di gole azzannate e corpi
divorati. Di cuori strappati alla carne viva.
Immagini contorte di bambini in fuga, di una ragazzina dalle trecce rosse con le
ginocchia sbucciate.
Di una
bambina sventrata e poi impiccata alle catene dell’altalena, lì al parco giochi.
Alzò
gli occhi al cielo, ad un cielo limpido d’inizio autunno.
La Luna
quasi piena gli sorrise: lui era il mostro, il Lupo Mannaro.
Lui era
l’uomo che amava la luna.