[Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Interviste]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]  
  [Vampiri]|[Segnalazioni]|[e-Book]|[Chi siamo]|[Cortometraggi]|[Link]  

 
Biografia dell'autore
 

Stefano Milighetti

nato a Castiglion Fiorentino (Ar) il 24 ottobre 1980; laureato in filosofia.

Nel 2001 ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata “Oscurità”, selezionata per l’edizione 2002 del “Biennal do livro” di Rio de Janeiro.

Dal 2006 ha iniziato a partecipare ad alcuni concorsi letterari, ottenendo discreti risultati: finalista della prima edizione del premio Il Montello con il racconto “In qualche posto segreto”; finalista del premio Coniugi Maria e Vincenzo Boccaccio con la poesia “Dissoluzione”; finalista del concorso Onda d’arte 2006 con la lirica “Mattina d’inverno”.

Secondo classificato nella XXX edizione del NeroPremio con il racconto “Lysa”.

Finalista, con il racconto “Redenzione”, dell’edizione 2008 del concorso Poesiee/oRacconti.

Il suo racconto “La cena di Lindsay” è stato selezionato per l’antologia cartacea del concorso Vamp2008.

Finalista della terza edizione del premio Coniugi Maria e Vincenzo Boccaccio con il componimento “La mia poesia”.

 

 

 

 

L’UOMO CHE AMAVA LA LUNA

 

Guardava la luna, la osservava ogni notte, ne spiava con avidità la lenta maturazione.

Passava ore intere alla finestra, con la faccia al cielo e gli occhi fissi sull’astro notturno che irradiava luce d’argento, luce che come una subdola radiazione gli sconvolgeva l’anima, dando vita al buio che pulsava in lui.

Guardava la luna e come la luna, anche la sua consapevolezza aumentava, si espandeva: sapeva che in lui c’era qualcosa di diverso, qualcosa che cresceva e calava con le fasi della luna.

Non c’erano stati veri e propri segnali fisici, solo flash mentali, immagini distorte, diapositive sfocate di incubi innominabili.

All’inizio aveva pensato a brutti sogni, ma poi, quando erano stati trovati i primi corpi mutilati, ogni illusione era miseramente crollata: c’erano quegli spezzoni d’orrore e c’erano i copri senza vita.

E poi c’era lui, che sentiva l’urlo della sua anima che si gonfiava con il crescere della luna.

Lui era il mostro, la bestia di cui di giorno tanto si mormorava, quando il sole era alto e limpido e la paura era facile da tenere a bada.

Tutti, al bar, al negozio di generi alimentari, dal barbiere, dalla parrucchiera, negli uffici comunali parlavano del “mostro”, senza mai chiamarlo Lupo Mannaro, come se pronunciare quelle due parole comportasse una sicura condanna a morte.

Esorcizzare il mostro rinnegandone il nome, relegandolo nell’indefinito per sconfessarne l’essenza, rendendolo così meno reale. Meno letale.

Lui però sapeva di essere il Lupo, il Mannaro, ed era certo di esserlo in modo che andava oltre l’immaginario della gente, oltre alle vecchie dicerie di gente spaventata che farfugliava di denti aguzzi e pelo ispido. Era sicuro che non ci fosse nessuna trasformazione, che il suo corpo non subisse un evidente cambiamento fisico che lo portava dall’Homo Sapiens al Canis Lupus. Quelle erano solo stupidaggini da televisione, negate dalla filosofia e soprattutto dal buon senso.

No, la sua era una metamorfosi ad un livello molto più alto, quasi metafisico. Impalpabile.

Un’evoluzione verso le tenebre che coinvolgeva la sua anima: in lui c’era un mostro che in una notte ben precisa del mese si  liberava delle catene che lo inchiodavano nei bui recessi dell’inconscio.

In lui c’era una parte di tenebra che riusciva ad ergersi a divinità manipolatrice della sua misera carne. Niente ululati, niente vestiti strappati e soprattutto niente coda. Era la sua anima ad essere affetta da licantropia e non il suo corpo e solo gli occhi, specchio dell’anima, rivelavano la presenza dell’inumano. Gialli come zolfo. Gialli come la peste.

Non c’erano stati sortilegi né morsi, solo un crescente amore per la luna cominciato poco dopo i trent’anni.

Una notte era uscito nel terrazzo. Aveva posato gli occhi sulla luna e qualcosa si era dischiuso: un amore travolgente per la madre della notte, un amore immenso che si gonfiava a dismisura.

E dopo la prima luna piena erano cominciate le visioni e con le visioni erano comparsi i corpi.

Chiudeva gli occhi, anche per un solo secondo, ed apparivano quei filamenti di sangue e morte, di vite innocenti immolate alla dea d’argento che scivolava piano nel firmamento notturno, come Barbara e Luca, sbranati nella loto auto in una stradina frequentata da giovani coppie in cerca di un attimo d’intimità.

Come Sergio, maestro in pensione, ma alcolizzato a tempo pieno, i cui brandelli erano stati ritrovati un po’ ovunque in paese. La cui testa era stata ritrovata dagli spazzini impalata nella modesta statua del dio Nettuno che dominava la fontana dei giardini pubblici.

Oppure come Debora, la figlia del sindaco, rinvenuta in un vicolo dietro casa, con la gamba destra del tutto spolpata e la testa aperta in due come un melone maturo e succoso. Rannicchiata in una pozza rossa, rossa del suo sangue. Rossa come la sua vita.

E lui, ogni volta che aveva la maledizione di chiudere gli occhi, veniva travolto da ricordi ovattati di corpi straziati dai quali la vita veniva scacciata con ferocia disumana.

Lui era il mostro e solo lui era il custode di questa assurda e indecente verità. Neppure sua moglie ne era a conoscenza. Neppure i suoi figli sospettavano di vivere sotto lo stesso tetto del più micidiale tra i più micidiali assassini non umani di sempre.

Aveva sentito di gruppi armati, di ronde notturne per le strade del paese e nelle viuzze di campagna.

Di esperti in arrivo da una qualche base dell’esercito, affiancati da un gruppo di psicologi con il compito di delineare con precisione il profilo del “malato di mente” che terrorizzava il piccolo borgo che non aveva mai vissuto sulla propria pelle il dramma della cronaca nera.

Aveva sentito tante voci, frutti avariati del terrore che avvelenava la vita di persone ordinarie che non chiedevano altro che vivere la propria esistenza in santa pace.

Lui era il Lupo Mannaro, questa era la sola verità, nata dalle tenebre secolari che da sempre incalzano lo scorrere del tempo umano.

Lui sapeva, lui vedeva, lui solo era il custode di quella nera conoscenza infernale che si nascondeva tra il caos del cuore dell’uomo.

Lui amava la luna, e se durante il giorno una grigia ed insulsa apatia lo stordiva, di notte era inondato di vitalità senza eguali, di amore infinito che lo rinvigoriva, facendolo sentire forte ed invincibile.

Le scariche chimiche del suo corpo erano devastanti con picchi di piacere assoluto alternate a stilettate di gelida apatia.

Poi il buio, la nebbia, il non ricordo, con i desideri che, come la luna, iniziavano ad attutirsi.

Una nebbia senza memoria squarciata da lampi rossi di gole azzannate e corpi divorati. Di cuori strappati alla carne viva.

Immagini contorte di bambini in fuga, di una ragazzina dalle trecce rosse con le ginocchia sbucciate.

Di una bambina sventrata e poi impiccata alle catene dell’altalena, lì al parco giochi.

Alzò gli occhi al cielo, ad un cielo limpido d’inizio autunno.

La Luna quasi piena gli sorrise: lui era il mostro, il Lupo Mannaro.

Lui era l’uomo che amava la luna.