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Biografia dell'autore
 

Giuseppe Agnoletti

 

 

 

LA CASA SUL CONFINE DELLA SERA

 

 

Conosceva bene il vento che aveva cominciato a soffiare e adesso il granoturco ondeggiava spumando sotto la brezza. Lontano, all’orizzonte, l’autostrada tagliava in due la pianura. Più oltre, quasi celate dal profilo scabro delle colline, le luci della città brillavano contro le nuvole, col riflesso opaco di un’illusione.

Fra poco, come ogni anno, Lui sarebbe passato a riscuotere il suo tributo, così come avevano pattuito allora. Anche gli animali lo avrebbero sentito e si rese conto che il toro poteva fare dei danni piuttosto seri. Era cresciuto parecchio negli ultimi mesi, dubitava che la catena potesse trattenerlo. Quanto agli altri, la stalla era stata costruita con pietra viva, almeno cent’anni prima, non ci sarebbero stati problemi.

Rabbrividì al refolo di umido che saliva dal cuore profondo del bosco. Chiuse un bottone al colletto della camicia e con lo Zippo si accese una sigaretta.

Il vento aveva appena cominciato a soffiare. C’era ancora un po’ di tempo.

Dopo una settimana il vento si fece insistente. Poi divenne impetuoso. Adesso soffiavano raffiche fortissime che spazzavano i campi e piegavano gli steli del granturco fin quasi a spezzarli. Gli animali sembravano impazziti. Il maiale si era rivelato particolarmente irrequieto, forse perché più intelligente, aveva preso a sbattere la testa contro il muro e aveva dovuto legarlo.

Quella sera stessa, dopo il tramonto, lo Spaventapasseri venne.

Riconobbe la figura avanzare nel campo. Privo dei piedi, fluttuava fra gli steli con un’andatura lenta. Appesi ai due grossi rami che lo tenevano ritto in croce, gli stracci del suo vestito ondeggiavano sotto i colpi del vento; il volto era una zucca, su cui spiccavano i denti intagliati in un sorriso maligno. Di colpo sembrò che una ventata più forte delle altre lo volesse portare via e, mentre alzava il viso, le orbite vuote fissarono stupite la luna. D’improvviso lo Spaventapasseri si riscosse da quel torpore apparente, girò la testa per guardarlo e allora, inesorabile, riprese ad avanzare.

Lui non parlava. Ma la prima volta aveva saputo farsi capire. Gli era comparso davanti all’improvviso, mano nella mano con quella di suo figlio di cinque anni, che sorrideva di quel nuovo incredibile giocattolo. Quel giorno non aveva fatto caso al vento e al continuo schiamazzare degli animali. Ma aveva visto bene il falcetto che nascondeva dietro la schiena e che ogni tanto agitava contro la testa del bambino.

Rimasti soli, lo Spaventapasseri si era espresso a gesti, e ugualmente il suo linguaggio era stato chiaro. Sarebbe ritornato ogni anno a pretendere il suo tributo. In cambio nessun uccello si sarebbe accanito contro i campi attorno alla cascina. Né la pioggia, né il vento, né la tempesta avrebbero arrecato danno alle coltivazioni. Nessuno della sua famiglia avrebbe conosciuto la malattia, tanto meno la morte.

Da allora di anni ne erano trascorsi tre. Puntualmente Lui era venuto e gli aveva dovuto consegnare un’anima come richiesto. Prima si era trattato di un barbone senza fissa dimora, poi di un extracomunitario, alla fine un tossico di cui ignorava ogni cosa.

A volte pensava allo Spaventapasseri come all’emissario di una qualche oscura entità di più alto rango, ma non osava immaginare chi, il solo pensiero gli metteva i brividi.

Quasi non dormiva più, angosciato dagli incubi causati dal ricordo delle persone uccise e dalla prossima scadenza che sembrava farsi sempre più pressante. Non sapeva da quale profondo buco d’inferno provenisse, ma era certo che lo Spaventapasseri sarebbe ancora una volta ritornato.

Questa volta aveva mandato via moglie e figlio. Dai suoceri, a chilometri di distanza. Era pronto a riceverlo.

Quando Lui entrò, i buoi lanciarono un muggito acuto. Sentì il maiale agitarsi costretto nelle corde, il cane accovacciarsi con la coda fra le gambe, il toro tirare così forte la catena da farla gemere con uno stridio di metallo urlante.

Non ho niente, per te! gli gridò in faccia.

Incredulo, lo Spaventapasseri piegò la testa da un lato. La sua mano rachitica andò in cerca del falcetto, mentre il rosario dei denti sgranava un sorriso pesto.

Di colpo sentì il vento cadere.

Aveva la fronte madida di sudore, tuttavia riuscì a mantenere la calma. Si accese una sigaretta, prese rapido la mira e di scatto gli gettò addosso lo Zippo fiammeggiante.

Lo Spaventapasseri rimase stupito da tanta audacia. Spalancò la bocca in un urlo muto e prese a contorcersi fra le fiamme. Il suo goffo tentativo di trovare una via d’uscita lo portò solo a sbattere contro un muro. Cadde a terra e lui lo spinse a calci fino alla stalla. La aprì e con un ultimo calcio lo proiettò dentro.

Gli animali, alla vista delle fiamme impazzirono, il toro spezzò addirittura la catena. Si fecero tutti in avanti con un movimento disarticolato delle zampe e lo calpestarono selvaggiamente. Alla fine la zucca era diventata una poltiglia impastata di sterco fresco, mentre lo scheletro, composto dai due bastoni, si era spezzato in più frammenti semicarbonizzati.

La creatura sembrava spenta, inerte. E non dava più segni di quella terrificante vita da cui era stata posseduta.

***

Aveva ripulito tutto. Lo Spaventapasseri non era mai venuto, anzi sembrava che non fosse nemmeno mai esistito; e lui non aveva mai ucciso nessuno. La famiglia era di nuovo unita, la felicità a portata di mano, come quando all’orizzonte si vede una stella cadere e si esprime un desiderio con un filo di voce.

Avvertì un curioso strepito nell’aria. Guardò dalla finestra, vide lo stormo di corvi neri gettarsi in picchiata sulla cascina e sui campi attorno. Sua moglie e suo figlio, là fuori, sembravano osservare divertiti.

Non riuscì a trattenere un grido, mentre un uccello più scaltro degli altri picchiava feroce a strappare gli occhi della donna. Poi, un lampo nel buio indicò il sopraggiungere della tempesta. Allora caddero le prime gocce di sangue.