LA CASA SUL
CONFINE DELLA SERA
Conosceva bene il vento che aveva cominciato a soffiare e adesso il granoturco
ondeggiava spumando sotto la brezza. Lontano, all’orizzonte, l’autostrada
tagliava in due la pianura. Più oltre, quasi celate dal profilo scabro delle
colline, le luci della città brillavano contro le nuvole, col riflesso opaco di
un’illusione.
Fra
poco, come ogni anno, Lui sarebbe passato a riscuotere il suo tributo, così come
avevano pattuito allora. Anche gli animali lo avrebbero sentito e si rese conto
che il toro poteva fare dei danni piuttosto seri. Era cresciuto parecchio negli
ultimi mesi, dubitava che la catena potesse trattenerlo. Quanto agli altri, la
stalla era stata costruita con pietra viva, almeno cent’anni prima, non ci
sarebbero stati problemi.
Rabbrividì al refolo di umido che saliva dal cuore profondo del bosco. Chiuse un
bottone al colletto della camicia e con lo Zippo si accese una sigaretta.
Il
vento aveva appena cominciato a soffiare. C’era ancora un po’ di tempo.
Dopo
una settimana il vento si fece insistente. Poi divenne impetuoso. Adesso
soffiavano raffiche fortissime che spazzavano i campi e piegavano gli steli del
granturco fin quasi a spezzarli. Gli animali sembravano impazziti. Il maiale si
era rivelato particolarmente irrequieto, forse perché più intelligente, aveva
preso a sbattere la testa contro il muro e aveva dovuto legarlo.
Quella
sera stessa, dopo il tramonto, lo Spaventapasseri venne.
Riconobbe la figura avanzare nel campo. Privo dei piedi, fluttuava fra gli steli
con un’andatura lenta. Appesi ai due grossi rami che lo tenevano ritto in croce,
gli stracci del suo vestito ondeggiavano sotto i colpi del vento; il volto era
una zucca, su cui spiccavano i denti intagliati in un sorriso maligno. Di colpo
sembrò che una ventata più forte delle altre lo volesse portare via e, mentre
alzava il viso, le orbite vuote fissarono stupite la luna. D’improvviso lo
Spaventapasseri si riscosse da quel torpore apparente, girò la testa per
guardarlo e allora, inesorabile, riprese ad avanzare.
Lui non
parlava. Ma la prima volta aveva saputo farsi capire. Gli era comparso davanti
all’improvviso, mano nella mano con quella di suo figlio di cinque anni, che
sorrideva di quel nuovo incredibile giocattolo. Quel giorno non aveva fatto caso
al vento e al continuo schiamazzare degli animali. Ma aveva visto bene il
falcetto che nascondeva dietro la schiena e che ogni tanto agitava contro la
testa del bambino.
Rimasti
soli, lo Spaventapasseri si era espresso a gesti, e ugualmente il suo linguaggio
era stato chiaro. Sarebbe ritornato ogni anno a pretendere il suo tributo. In
cambio nessun uccello si sarebbe accanito contro i campi attorno alla cascina.
Né la pioggia, né il vento, né la tempesta avrebbero arrecato danno alle
coltivazioni. Nessuno della sua famiglia avrebbe conosciuto la malattia, tanto
meno la morte.
Da
allora di anni ne erano trascorsi tre. Puntualmente Lui era venuto e gli aveva
dovuto consegnare un’anima come richiesto. Prima si era trattato di un barbone
senza fissa dimora, poi di un extracomunitario, alla fine un tossico di cui
ignorava ogni cosa.
A volte
pensava allo Spaventapasseri come all’emissario di una qualche oscura entità di
più alto rango, ma non osava immaginare chi, il solo pensiero gli metteva i
brividi.
Quasi
non dormiva più, angosciato dagli incubi causati dal ricordo delle persone
uccise e dalla prossima scadenza che sembrava farsi sempre più pressante. Non
sapeva da quale profondo buco d’inferno provenisse, ma era certo che lo
Spaventapasseri sarebbe ancora una volta ritornato.
Questa
volta aveva mandato via moglie e figlio. Dai suoceri, a chilometri di distanza.
Era pronto a riceverlo.
Quando
Lui entrò, i buoi lanciarono un muggito acuto. Sentì il maiale agitarsi
costretto nelle corde, il cane accovacciarsi con la coda fra le gambe, il toro
tirare così forte la catena da farla gemere con uno stridio di metallo urlante.
―
Non ho niente, per te!
―
gli gridò in faccia.
Incredulo, lo Spaventapasseri piegò la testa da un lato. La sua mano rachitica
andò in cerca del falcetto, mentre il rosario dei denti sgranava un sorriso
pesto.
Di
colpo sentì il vento cadere.
Aveva
la fronte madida di sudore, tuttavia riuscì a mantenere la calma. Si accese una
sigaretta, prese rapido la mira e di scatto gli gettò addosso lo Zippo
fiammeggiante.
Lo
Spaventapasseri rimase stupito da tanta audacia. Spalancò la bocca in un urlo
muto e prese a contorcersi fra le fiamme. Il suo goffo tentativo di trovare una
via d’uscita lo portò solo a sbattere contro un muro. Cadde a terra e lui lo
spinse a calci fino alla stalla. La aprì e con un ultimo calcio lo proiettò
dentro.
Gli
animali, alla vista delle fiamme impazzirono, il toro spezzò addirittura la
catena. Si fecero tutti in avanti con un movimento disarticolato delle zampe e
lo calpestarono selvaggiamente. Alla fine la zucca era diventata una poltiglia
impastata di sterco fresco, mentre lo scheletro, composto dai due bastoni, si
era spezzato in più frammenti semicarbonizzati.
La
creatura sembrava spenta, inerte. E non dava più segni di quella terrificante
vita da cui era stata posseduta.
***
Aveva
ripulito tutto. Lo Spaventapasseri non era mai venuto, anzi sembrava che non
fosse nemmeno mai esistito; e lui non aveva mai ucciso nessuno. La famiglia era
di nuovo unita, la felicità a portata di mano, come quando all’orizzonte si vede
una stella cadere e si esprime un desiderio con un filo di voce.
Avvertì
un curioso strepito nell’aria. Guardò dalla finestra, vide lo stormo di corvi
neri gettarsi in picchiata sulla cascina e sui campi attorno. Sua moglie e suo
figlio, là fuori, sembravano osservare divertiti.
Non
riuscì a trattenere un grido, mentre un uccello più scaltro degli altri
picchiava feroce a strappare gli occhi della donna. Poi, un lampo nel buio
indicò il sopraggiungere della tempesta. Allora caddero le prime gocce di
sangue.