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Biografia dell'autore
 

Andrea Polini
 

 

 

 

LA CINTURA DEL DIAVOLO

 

Silenziosa nel cielo di novembre, sopra il cimitero, la luna piena sembrava osservare Roberto Falsi mentre disponeva le candele elettriche ai quattro angoli del catafalco che ospitava la bara di Pietro lo stregone. Tutti, in paese, conoscevano il defunto soltanto come Pietro lo stregone. Il cognome era a tutti ignoto, ma qualcuno che ricordava i tempi del suo arrivo in paese, quarant’anni prima, diceva che proveniva dalla Germania. D’altra parte, le occasioni che aveva avuto per socializzare con la minuscola comunità paesana erano sempre state scarse. Chi credeva in certe cose, si rivolgeva a lui per confezionare o sciogliere incantesimi, e per curare un po’ tutti i mali con i misteriosi infusi d’erbe di bosco che preparava in gran segreto. Si diceva che i rimedi dello stregone erano efficaci, e nessuno se ne è mai lamentato. E il suo onorario era modesto, un obolo o poco più. Tuttavia, i quarant’anni di presenza dello stregone in paese non sono stati anni sereni per gli abitanti. Molte le inspiegabili sparizioni di persone, in paese e nei paesi limitrofi, senza che nessuno sapesse più niente degli scomparsi. Fatti mai accaduti in paese, prima dell’arrivo dello stregone, e qualcuno iniziava a metterli in relazione alla sua presenza. Ma ora che lo stregone era morto, forse i misteri sarebbero restati per sempre tali, così come la sua identità. Di tutti i paesani, Roberto Falsi, il becchino, era stato il più assiduo frequentatore della casupola ai margini del bosco, dove abitava lo stregone. Falsi, forse per deformazione professionale, provava particolare interesse per l’esoterico, e lo stregone sembrava lo avesse avuto in simpatia. Proprio a Falsi, infatti, lo stregone aveva affidato le sue volontà estreme. Volontà che si potevano definire tre desideri: essere sepolto senza funzioni religiose, non avere simboli sacri sulla tomba, e indossare una certa cintura. Proprio dalla cintura, Roberto Falsi non riusciva a distogliere lo sguardo. Cingeva i fianchi dello stregone defunto quasi con discrezione, non fosse stato per la fibbia metallica dove risaltava l’incisione raffigurante uno spaventevole drago. Nell’obitorio, in quel momento, vi erano soltanto Roberto Falsi e il cadavere dello stregone. Nessuno aveva partecipato al funerale, se così si poteva definire il trasporto della salma dall’ospedale di Pisa fino al cimitero del paese. Roberto Falsi si era occupato dell’espletamento di tutte le formalità burocratiche, come pure di portare in ospedale i vestiti e la cintura con cui lo stregone era stato composto. “La cintura serve più a me che a te,” pensò Roberto Falsi. “Mi dispiace, ma se uno stregone come te teneva tanto a questa cintura, può voler dire che essa dispensa grandi poteri.” Si avvicinò al feretro, e con un gesto al tempo stesso furtivo e rispettoso, sfilò la cintura dalla vita dello stregone. Preso da un vago rimorso, fissò il volto dello stregone, e per un attimo gli sembrò di scorgervi un lampo di odio. Si disse che era soltanto autosuggestione, poi appoggiò il coperchio della bara al muro, proprio dietro il feretro, quindi uscì dall’obitorio. Richiuse la porticina cigolante della costruzione semidiroccata, poi, tenendo la cintura con l’incavo del gomito del braccio destro, si allontanò. Per qualche minuto gironzolò nei vialetti del minuscolo cimitero deserto, vagando senza una meta precisa, poi decise di tornare a casa. Abitava nella casetta riservata al custode, che sorgeva a pochi metri dal muro perimetrale del cimitero. Aprì il cancello e uscì dal cimitero, poi richiuse il cancello con la cordicella che pendeva da esso. Fino al mattino seguente, ormai, sapeva che nessuno si sarebbe recato a far visita agli estinti. E l’indomani mattina, di buonora, avrebbe dovuto mettersi al lavoro. Infatti, voleva sbrigare la faccenda della sepoltura dello stregone senza avere gente tra i piedi. Si incamminò lungo il muro perimetrale, e poco dopo raggiunse l’alloggio dove abitava. Tirò fuori da una tasca della giacca la chiave, e aprì la porta di casa. Accese la luce della cucina, una vasta stanza che dava accesso anche alla camera e al ripostiglio. Il locale era arredato molto sobriamente, vi erano soltanto un tavolo addossato alla parete di fronte la porta d’ingresso, un piccolo armadio, e di lato l’ingresso un massiccio acquaio di marmo. Roberto Falsi appoggiò la cintura dello stregone sul tavolo, poi si lavò le mani nell’acquaio. Riprese subito dopo la cintura, rigirandosela tra le mani come per indagarne i più reconditi misteri, infine provò ad indossarla, cingendosi con essa sopra i suoi vestiti. Appena ebbe allacciato la fibbia, una sensazione strana, mai provata prima, lo assalì in modo dirompente. Furono attimi di totale smarrimento, dopo si accorse di non essere più in posizione eretta. Non riusciva a vedersi le braccia, il busto, le gambe, ma quando spostò in avanti quello che avrebbe dovuto essere il suo braccio sinistro, con un moto di raccapriccio tutto gli fu chiaro. L’arto non era più un braccio, ma una solida, ispida, artigliata zampa di lupo. Percepiva odori e suoni che mai aveva immaginato di poter cogliere, e avvertiva in sé altre sconosciute facoltà che ancora non avrebbe saputo padroneggiare. La sua mente, però, era quella di sempre. Era diventato una bestia che ragionava con mente di uomo. Sapeva abbastanza di leggende per rendersi conto che era divenuto un lupo mannaro. Ora capiva il segreto di Pietro lo stregone, e intuiva quale terribile fine avessero fatto le tante persone scomparse nei paraggi durante gli ultimi decenni. Quel che più sconvolgeva la sua mente di uomo, però, era il desiderio irrefrenabile di perpetuare la catena di morte. Come mosso da un comando imperioso, con veloci passi felpati raggiunse la porta d’ingresso. Si alzò sulle zampe posteriori, e con le anteriori fece scattare la serratura. La porta si aprì, e il gigantesco lupo, digrignando le bianche zanne acuminate, uscì dalla casa, scivolando poi con andatura furtiva lungo il muro perimetrale del cimitero. Sollevò lo sguardo verso la silenziosa luna che più non evocava in lui promesse di felicità, ma solo un presagio d’orrore. All’improvviso l’ululato del lupo lacerò l’aria, fondendosi con le tenebre.