LA CREATURA
La vidi - per la prima
volta - nei bagni del campeggio, in montagna. A quel tempo ero un ragazzo di
quattordici anni, con l'immacolata purezza d'animo che distingue l'essere umano
durante l'adolescenza. Stavo trascorrendo le vacanze estive in un campeggio
situato nella Val di Fassa, in Trentino, insieme al gruppo di ragazzi della
chiesa del mio quartiere.
Quella sera di fine luglio
avevo mangiato troppo e durante la notte avvertii dei dolori allo stomaco ed una
forte nausea. Uscii dalla tenda canadese che condividevo con sei compagni, e mi
diressi in bagno. Mentre camminavo nella frescura notturna dei forti conati di
vomito mi assalirono. Cominciai a correre e, dopo essere entrato nella toilette,
mi inginocchiai davanti al water per rigettare.
Fu allora che la vidi per
la prima volta.
Mi fissava dall'acqua
torbida dello scarico con due occhietti piccoli e rossi, ed apriva e richiudeva
una bocca grande e piena di denti aguzzi. Non avevo la più pallida idea di cosa
si trattasse. Assomigliava ad un serpente o forse ancora di più ad una murena.
Certo, in ogni caso, quella creatura era orripilante. Era orribile, e dentro di
essa, attraverso quello sguardo subdolo ed inquietante, sembravano celarsi
demoni ancestrali o forse Satana stesso.
Mi crebbe dentro un tale
senso di orrore e di sgomento, che non potetti fare a meno di fuggire.
Quando fui fuori, mi
accasciai in ginocchio sull’erba e vomitai. Tornai a letto ma non riuscii più a
prendere sonno. Quegli occhi, inespressivi ed insondabili, mi perseguitavano e
così fecero anche nelle notti seguenti.
Passò quella notte, ed il
giorno dopo, vincendo il terrore che mi assaliva, ritornai in bagno. In quello
stesso bagno.
Entrai e mi richiusi la
porta alle spalle, con il cuore in tumulto. Avvertivo il galoppare dei battiti
nelle tempie e persino nello stomaco.
Il coperchio del water era
chiuso.
Era chiuso e sembrava
implorarmi di non aprirlo.
Con dita tremanti lo
sollevai, ben certo che quei due occhietti piccoli e cattivi fossero lì a
scrutarmi, pronti ad assalirmi.
Invece, con immenso
sollievo, lo scarico era vuoto. L’acqua trasparente ed intonsa.
Fu in quel momento che
cominciai a pensare che quell’essere alieno non fosse mai esistito, se non
all’interno dei melmosi meandri della mia mente malata, forse anche a causa di
quella devastante indigestione.
E lo pensai per tutta
l’estate, anche dopo essere rientrato dal campeggio estivo.
Arrivò l'inverno e quel
ricordo, seppur doloroso e palpabile, cominciò ad annacquarsi.
Ma la notte di Natale quel
terribile essere tornò a farsi vivo.
Nel bagno della mia casa,
mentre mi lavavo i denti udii uno sciaguattio nel water. Mi affacciai con il
cuore che mi pulsava dolorosamente nel petto, e la vidi nuovamente.
Quello sguardo maligno era
ancora più terribile di quanto mi rammentassi. Era l’epitome del male. Dalla
bocca le usciva un rivolo di bava densa e collosa, e mentre l’apriva emetteva un
rivoltante verso:
Creeh…Creeh…Creh….
Corsi in camera e mi
tuffai letteralmente nel letto, nascondendomi sotto le coperte.
Mi rigirai per molte ore,
assillato da foschi pensieri. Era tutto reale o soltanto frutto della mia
morbosa fantasia?
Alle sette del mattino
ritornai in bagno ma lei, l’orrenda creatura, non c'era più.
La mia vita riprese a
scorrere regolarmente, fino a che un pomeriggio lessi su un quotidiano locale un
articolo che parlava della morte misteriosa di un bambino avvenuta all'interno
della propria abitazione posta a breve distanza dalla mia. Il piccolo, tre anni
d'età, era stato trovato orrendamente trucidato nel suo lettino durante la
notte.
Il mio pensiero corse
subito a lei, a quella cosa oscura, a quell’essere misterioso ed alieno
che, anche nelle mie più morbose fantasie, non ero riuscito a catalogare.
Il sangue mi si ghiacciò
nelle vene.
E quella stessa sera la
vidi nuovamente, sempre nel bagno di casa. Aveva un aspetto ancora più
terribile, e l'acqua del water era rossa, come se quella immonda creatura
sguazzasse nel sangue.
Ed io sapevo a chi
apparteneva quel sangue!
Mi sentivo impotente. Ed
ero anche consapevole che quella orripilante creatura avrebbe colpito ancora. E
così accadde.
Due giorni dopo appresi la
macabra notizia dal giornale radio. Un neonato ucciso nella culla a meno di un
isolato di distanza da me. Sapevo anche che quella sera sarebbe tornata a farmi
visita.
Organizzai tutto con
raziocinio e sangue freddo. I miei genitori andavano a teatro e quindi avevo il
campo completamente libero. Preparai la trappola. Presi dalla cantina una
scatola di legno e vi depositai dentro della carne di manzo sanguinolenta.
Poi appoggiai il
coperchio, parzialmente sollevato, ad una piccola asta in modo che qualsiasi
movimento anche lieve, fosse avvenuto dentro il contenitore, lo avrebbe fatto
chiudere perentoriamente.
Appena i miei andarono
fuori appoggiai la scatola nel bagno, accesi la luce ed uscii, chiudendomi la
porta alle spalle a chiave.
Mi misi nel corridoio, in
attesa.
Nonostante fuori stesse
cadendo la neve sotto la forma di grandi fiocchi candidi, la mia fronte era
imperlata di sudore.
Non ero troppo sicuro che
quella trappola avrebbe funzionato, e mille altri interrogativi si assiepavano
nel mio cervello.
Dovevo però mantenere
tutto il mio sangue freddo.
Erano circa le 21.30
quando udii nitidamente lo schianto secco del coperchio che si chiudeva.
Era fatta.
Entrai in bagno e
quell’angosciante verso usciva dalla scatola.
Forse un po’ più sordo ed
ovattato, ma nettamente inconfondibile.
Creeh…Creeh…Creeh...
Rimasi impietrito, con il
volto mutamente marmoreo.
Poi sguainai tutto il mio
coraggio, vincendo timori e titubanze.
Afferrai la scatola, che
adesso pesava almeno dieci chili di più, e con immane fatica la portai giù a
fondo valle.
Intanto dal contenitore
continuava ad uscire quel verso ripugnante
Creeh…Creeh…Creeh…
Finalmente giunsi al
fiume.
La neve continuava a
scendere in silenzio e rischiarava la notte di una luce spettrale.
Sentii per l’ultima volta
quel suono.
Creeh…Creeh…Creeh…
Poi mi accovacciai a pelo
d’acqua e, piano piano, immersi la scatola nel fiume, La osservai galleggiare
pigramente per qualche metro, fino a che cominciò ad inabissarsi per scomparire
nel liquido scuro e melmoso.