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Biografia dell'autore
 

Andrea Gamannossi

 

 

 

LA CREATURA

 

La vidi - per la prima volta - nei bagni del campeggio, in montagna. A quel tempo ero un ragazzo di quattordici anni, con l'immacolata purezza d'animo che distingue l'essere umano durante l'adolescenza. Stavo trascorrendo le vacanze estive in un campeggio situato nella Val di Fassa, in Trentino, insieme al gruppo di ragazzi della chiesa del mio quartiere.

Quella sera di fine luglio avevo mangiato troppo e durante la notte avvertii dei dolori allo stomaco ed una forte nausea. Uscii dalla tenda canadese che condividevo con sei compagni, e mi diressi in bagno. Mentre camminavo nella frescura notturna dei forti conati di vomito mi assalirono. Cominciai a correre e, dopo essere entrato nella toilette, mi inginocchiai davanti al water per rigettare.

Fu allora che la vidi per la prima volta.

Mi fissava dall'acqua torbida dello scarico con due occhietti piccoli e rossi, ed apriva e richiudeva una bocca grande e piena di denti aguzzi. Non avevo la più pallida idea di cosa si trattasse. Assomigliava ad un serpente o forse ancora di più ad una murena. Certo, in ogni caso, quella creatura era orripilante. Era orribile, e dentro di essa, attraverso quello sguardo subdolo ed inquietante, sembravano celarsi demoni ancestrali o forse Satana stesso.

Mi crebbe dentro un tale senso di orrore e di sgomento, che non potetti fare a meno di fuggire.

Quando fui fuori, mi accasciai in ginocchio sull’erba e vomitai. Tornai a letto ma non riuscii più a prendere sonno. Quegli occhi, inespressivi ed insondabili, mi perseguitavano e così fecero anche nelle notti seguenti.

Passò quella notte, ed il giorno dopo, vincendo il terrore che mi assaliva, ritornai in bagno. In quello stesso bagno.

Entrai e mi richiusi la porta alle spalle, con il cuore in tumulto. Avvertivo il galoppare dei battiti nelle tempie e persino nello stomaco.

Il coperchio del water era chiuso.

Era chiuso e sembrava implorarmi di non aprirlo.

Con dita tremanti lo sollevai, ben certo che quei due occhietti piccoli e cattivi fossero lì a scrutarmi, pronti ad assalirmi.

Invece, con immenso sollievo, lo scarico era vuoto. L’acqua trasparente ed intonsa.

Fu in quel momento che cominciai a pensare che quell’essere alieno non fosse mai esistito, se non all’interno dei melmosi meandri della mia mente malata, forse anche a causa di quella devastante indigestione.

E lo pensai per tutta l’estate, anche dopo essere rientrato dal campeggio estivo.

 

 

Arrivò l'inverno e quel ricordo, seppur doloroso e palpabile, cominciò ad annacquarsi.

Ma la notte di Natale quel terribile essere tornò a farsi vivo.

Nel bagno della mia casa, mentre mi lavavo i denti udii uno sciaguattio nel water. Mi affacciai con il cuore che mi pulsava dolorosamente nel petto, e la vidi nuovamente.

Quello sguardo maligno era ancora più terribile di quanto mi rammentassi. Era l’epitome del male. Dalla bocca le usciva un rivolo di bava densa e collosa, e mentre l’apriva emetteva un rivoltante verso:

Creeh…Creeh…Creh….

Corsi in camera e mi tuffai letteralmente nel letto, nascondendomi sotto le coperte.

Mi rigirai per molte ore, assillato da foschi pensieri. Era tutto reale o soltanto frutto della mia morbosa fantasia?

Alle sette del mattino ritornai in bagno ma lei, l’orrenda creatura, non c'era più.

La mia vita riprese a scorrere regolarmente, fino a che un pomeriggio lessi su un quotidiano locale un articolo che parlava della morte misteriosa di un bambino avvenuta all'interno della propria abitazione posta a breve distanza dalla mia. Il piccolo, tre anni d'età, era stato trovato orrendamente trucidato nel suo lettino durante la notte.

Il mio pensiero corse subito a lei, a quella cosa oscura, a quell’essere misterioso ed alieno che, anche nelle mie più morbose fantasie, non ero riuscito a catalogare.

Il sangue mi si ghiacciò nelle vene.

E quella stessa sera la vidi nuovamente, sempre nel bagno di casa. Aveva un aspetto ancora più terribile, e l'acqua del water era rossa, come se quella immonda creatura sguazzasse nel sangue.

Ed io sapevo a chi apparteneva quel sangue!

Mi sentivo impotente. Ed ero anche consapevole che quella orripilante creatura avrebbe colpito ancora. E così accadde.

Due giorni dopo appresi la macabra notizia dal giornale radio. Un neonato ucciso nella culla a meno di un isolato di distanza da me. Sapevo anche che quella sera sarebbe tornata a farmi visita.

Organizzai tutto con raziocinio e sangue freddo. I miei genitori andavano a teatro e quindi avevo il campo completamente libero. Preparai la trappola. Presi dalla cantina una scatola di legno e vi depositai dentro della carne di manzo sanguinolenta.

Poi appoggiai il coperchio, parzialmente sollevato, ad una piccola asta in modo che qualsiasi movimento anche lieve, fosse avvenuto dentro il contenitore, lo avrebbe fatto chiudere perentoriamente.

Appena i miei andarono fuori appoggiai la scatola nel bagno, accesi la luce ed uscii, chiudendomi la porta alle spalle a chiave.

Mi misi nel corridoio, in attesa.

Nonostante fuori stesse cadendo la neve sotto la forma di grandi fiocchi candidi, la mia fronte era imperlata di sudore.

Non ero troppo sicuro che quella trappola avrebbe funzionato, e mille altri interrogativi si assiepavano nel mio cervello.

Dovevo però mantenere tutto il mio sangue freddo.

Erano circa le 21.30 quando udii nitidamente lo schianto secco del coperchio che si chiudeva.

Era fatta.

Entrai in bagno e quell’angosciante verso usciva dalla scatola.

Forse un po’ più sordo ed ovattato, ma nettamente inconfondibile.

Creeh…Creeh…Creeh...

Rimasi impietrito, con il volto mutamente marmoreo.

Poi sguainai tutto il mio coraggio, vincendo timori e titubanze.

Afferrai la scatola, che adesso pesava almeno dieci chili di più, e con immane fatica la portai giù a fondo valle.

Intanto dal contenitore continuava ad uscire quel verso ripugnante

Creeh…Creeh…Creeh…

Finalmente giunsi al fiume.

La neve continuava a scendere in silenzio e rischiarava la notte di una luce spettrale.

Sentii per l’ultima volta quel suono.

Creeh…Creeh…Creeh…

Poi mi accovacciai a pelo d’acqua e, piano piano, immersi la scatola nel fiume, La osservai galleggiare pigramente per qualche metro, fino a che cominciò ad inabissarsi per scomparire nel liquido scuro e melmoso.