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Biografia dell'autore
 

Mauro D’Avino
 

 

 

 

LA FREDDA CRONACA

 

 Vivevo altrove.

 Riposavo placido, supino, dimentico. Tutto è ricominciato quando un lampo senza origine mi ha fulminato il cervello scendendo fino ai piedi. Rianimandomi, riportando in vita il mio corpo con imprevedibile furore. Inutile resistere strenuamente: non controllo più i muscoli, le terminazioni nervose, tutto mi sfugge.

 E non riesco a fermarmi. Le mani cominciano a grattare freneticamente il mogano che inchioda il mio sonno. Le osservo terrorizzato e impotente infilarvisi per frantumarlo come cartone. E’ assurdo ma non riesco a impedirglielo! Battono, incidono, divelgono…

 Un dolore lancinante prende a martellarmi le tempie senza tregua.

 Quanto tempo è passato? Dieci secondi, non di più. Avverto il contatto con la terra fredda che mi si sbriciola tra le unghie, i movimenti rigidi del corpo, la schiena che si torce e un pugno, due pugni che distruggono definitivamente la barriera che mi separa da un inatteso risapore di vita. I capelli, quei pochi rimasti, si tuffano nella terra mentre il corpo li insegue disarticolandosi. Con vigore disumano riemergo infine al cielo e con orrore mi ritrovo vomitato nella notte spettrale d’un cimitero.

 Sposto lo sguardo in ogni direzione e capisco subito che non è successo solo a me, che siamo in tanti a condividere questo destino inimmaginabile: sagome nere indistinte che risorgono lentamente da una terra consacrata al silenzio. Un miasma sulfureo gonfia il panorama affollato di cipressi, di croci imponenti. Rami e foglie disegnano contro la luna spaventevoli intrecci neri.

 La forza di volontà non esiste più, percepisco solo il progressivo affiorare d’un desiderio indefinito che mi annebbia i pensieri. Risorti con angosciante rilassatezza muscolare, figli illegittimi d’un buio che ci ha adottati morti. Non più sprofondati nel letto rigido dell’eternità ci ritroviamo miracolosamente in piedi eretti, claudicanti ma in grado di camminare quasi come un tempo. Quale macabro spettacolo dobbiamo essere per chi ci osservi!

 Come quell’uomo lì. Che mi vede, non capisce, in un attimo volge lo sguardo verso di noi, schifosi mostri senza diritto di calpestare il suo stesso terreno. Guardami uomo, studiami, giudicami. Chi sono? Fino a poco fa ero sepolto laggiù, poi…?

 Un’emicrania feroce va divorandomi il cervello come un cancro inestirpabile dal quale non so trovare scampo. Fino a quando? Le gambe faticano a sorreggermi, arranco mentre avverto il volto contorcermisi in una smorfia. Soffro. Uomo impietrito dall’orrore ti comprendo, non arriverai mai a credere a ciò che ti sta circondando. Sei paralizzato, incapace di reagire, e capisco che sarà proprio quest’inerzia a condurti alla fine. Questione di secondi…

 Eccoli. Ti si avventano contro mentre ancora gridi disperato. Vorrei poterti aiutare ma questo mio dolore aumenta… sempre più, e m’impedisce di pensare… di ragionare… e se ti sono tutti addosso forse è perché anch’io dovrei… perché questo dolore… so che lo devo fare… devo… aggredirti… per sentire… il gusto della carne… e ora lo sento… oh, Dio… il sangue scorre tra i denti… caldo…

   … recupero. La fame e il dolore estinti.

 Abbiamo… E’ vero mio Dio…

 Ho mangiato un uomo!

 E ora respiro meglio; il fresco, l’aria frizzante, tutto riacquista l’antico senso perduto.

 Ma sotto di me li vedo… i resti del suo corpo... Non solo abbiamo ucciso un uomo, no. Lo abbiamo smembrato, ce ne siamo cibati! Non è rimasto altro che un mucchio di carne fatta a pezzi, rivoli di sangue…

 Non è colpa mia, No! Non è colpa nostra! Ci guardiamo inconsapevoli, non parliamo, raschiamo la gola emettendo spaventosi suoni afoni. Non andiamo in nessun luogo, vaghiamo obliqui, sciancati. Col dolore che adesso accenna a riprendere e che so in breve si riacutizzerà. Drogati di morte e sangue, calpestando pesanti la terra. Senza paura, perché peggio di questo non esiste niente. Sentire il proprio corpo trascinarci senza poterlo fermare, procedere semiciechi senza meta.

 Uccidetemi signori! Sì, dico proprio a voi! Voi che da laggiù in questo momento ci state osservando con quegli occhi iniettati di odio e paura, voi con le pistole e i fucili spianati, voi richiamati dai nostri rantoli. Sparate, sparate pure, non chiedo di meglio!

 BANG!

 Ecco, così, ancora… scaricate su di noi i vostri colpi, ricacciateci là da dove siamo usciti! Ancora… così…

 …

 Come…

 Com’è possibile che non senta nulla? Com’è possibile che nemmeno le pallottole ci annientino definitivamente? Penetrano la carne, si perdono attutendosi tra le viscere lasciandoci in piedi e deviando solo di poco la nostra orrenda caracollante andatura sonnambulica. Sparate signori, più forte o saremo da voi, perché la testa mi sta scoppiando e il dolore è insopportrabile. Spari… pallottole… dentro… non sento niente… vieni qui… fatti… non scappare così, vieni… qui… da dietro… circondiamoli… spari… ancora pallottole… non hanno capito… così è peggio… in sette, otto… quanti… caduto uno dei loro…

 MIO!

 OH, è… meraviglioso… il sapore… sentire la forza tornare in circolo… riprendere vita…

 

Vago in direzione della città, seguo gli altri. Perché stiamo facendo tutto questo? Non si tratta di sopravvivenza, no… io sono morto un mese fa, lo ricordo fin troppo bene!

 Ci riversiamo sulla strada principale con la gente a squadrarci da dietro le finestre, a gridare. Qualcuno spara ma è inutile: nossignori, non si uccide un uomo morto!

 E’ la marcia inesorabile d’un gruppo di mostri di cui stento a credere di far parte. E invece sono qui, intruppato e privo della facoltà di decidere. Abbiamo oltrepassato il confine: non siamo più uomini. Né bestie. Né niente.

 

 Arrivati in uno spazio aperto, nel verde d’un prato libero, qualcuno ci bersaglia da lontano. Arrivano raffiche incessanti che si sfaldano tra le rughe profonde della nostra pelle martoriata. Nessun dolore,

……..bang………

 Ma ora… ora alcuni di noi – non posso crederci! – cadono a terra, forse privi di vita. Un branco di cecchini fa fuoco mirando alla testa. Forse sì, hanno scoperto il segreto: colpirci lì significa annientarci. Brancoliamo come bestie in gabbia, arranchiamo girando su noi stessi sforellati da proiettili che sibilano per ogni dove, senza scuoterci.

bang……………bang…………

Solo se qualcuno…

             bang……………bang…………

                                 centrasse il punto gius…

BANG!