Le frasi che pronunciò il
professor Philipps fecero fuggire alcuni operai, scesi nel cunicolo per
soccorrerlo. Furono visti mollare gli utensili e allontanarsi, imprecando in
arabo verso il cielo. Altri, invece, assunsero comportamenti di incomprensibile
devozione. Uscirono al sole, per prostrarsi davanti alla sfinge che si stagliava
nel cielo ipnotico e chinare il capo.
“Sospendete gli scavi”
urlava Philipps, mentre alcuni inservienti lo adagiavano su una barella. “Il
demonio ci scruta…”
Aveva la camicia lacerata e
il petto reciso da ferite su cui guizzavano lombrichi ricoperti da un sostanza
gelatinosa.
L’uomo muoveva il collo da
una parte all’altra. Le pupille parevano divorate dal biancore degli occhi, così
come i capelli avevano assunto un colore che tale non poteva definirsi.
Un gatto, appollaiato su un
cofano, lo osservava. Philipps non se ne accorse, altrimenti avrebbe smarrito la
voce.
“Possa Iddio proteggerci”
sussurrò, prima che il portellone dell’ambulanza venisse serrato.
Erano trascorse poche ore
dal momento in cui il professore aveva deciso di addentrarsi nell’ignoto. Aveva
abbandonato la sua 4x4 nell’attimo in cui l’argento lunare era disceso sulla
piana di Giza.
Armato di torcia elettrica e
piccozza, si era incuneato fra le zampe della Sfinge e si era calato in una
delle cavità scavate dagli operai.
Il cielo, spruzzato di
stelle, era evaporato presto sopra di lui; allo stesso modo del volto di
Chefren.
Fu avviluppato dalle
tenebre, preda di un gelo che penetrava nell'anima.
Un pugno di dollari gli
erano stati sufficienti per rendersi invisibile alle guardie, ma ora avrebbe
dovuto contare solo sulle sue capacità.
L’eccitazione lo
sopraffaceva, il cuore gli palpitava. Era giunta l’occasione di verificare
interi anni di studio e di riscattarsi dalle critiche ricevute dai colleghi.
Era certo che, lungo il
dedalo di budelli che si intrecciavano sotto le bellezze egizie, vi fosse un
passaggio segreto. Un condotto incorporeo, capace di materializzarsi al cospetto
di coloro che fossero dotati delle conoscenze più arcane. Una sorta di portale
che avrebbe ammesso ai misteri di epoche perdute, fino a svelare il mito di
Atlantide.
Mentre si aggirava lungo i
selciati partoriti dal deserto, scorse qualcosa.
Dapprima notò una massa
scura, acquattata al terreno. Era improbabile che fosse un animale, perché gli
ingressi erano presidiati e soprattutto perché di giorno vi era un via vai di
persone.
Avanzò di alcuni passi,
puntando la torcia verso la sagoma indistinta. Il suo era un movimento lento,
flemmatico. Mosse il fascio luminoso lungo il corpo dell’essere, stillandolo di
centimetro in centimetro.
La saliva gli si seccò in
gola, il sudore iniziò a imperlargli la fronte.
Distinse una lunga coda
arricciata attorno a due zampe feline, quindi un corpo che si alzava, assumendo
le forme di un collo e… La torcia gli scivolò quasi di mano.
Dire che era la prima volta
che osservava quell’essere non sarebbe del tutto vero. Ora che lo vedeva bene
poteva affermare di averlo già incontrato nelle pagine di un volume proibito. Un
testo medioevale redatto da un autore pazzo, che sosteneva di aver aperto una
finestra sul mondo dei morti. Lo scrittore narrava che l’essere immortalato
nelle pagine del libro era la guida che conduceva nel regno della perdizione. In
un posto, isolato nel cosmo, denominato Inferno…
Il professore si sentì
mancare le forze, mentre la creatura scivolò nell’ombra; emettendo un miagolio
simile a una risata.
Non era tanto la presenza
della bestia a sconvolgerlo, quanto averne visto il volto. Una testa mostruosa,
che spiccava su di un corpo elegante e grazioso: il corpo di un enorme gatto
dalla coda di leone.
L’uomo strinse una mano
attorno al manico della piccozza e cercò di farsi forza. Aveva ancora impressi
nelle retine quegli occhi granitici e quei vermi pulsanti che ne rivestivano il
muso… Doveva uscire, a ogni costo!
Una convinzione gli prese
piede nel cervello: gli antichi egizi sapevano...
La sfinge non era un
qualcosa di metaforico, ma rappresentava l’innominabile spirito raffigurato
dallo scrittore pazzo. Costituiva un avvertimento per chi intendesse battere
certe vie. Ben visibile dall’alto, grazie alle piramidi che si ergevano intorno
a essa, osservava la nascita del sole ovvero lo sguardo dei viandanti che - un
tempo e forse tuttora - navigavano nell’universo. In altri termini, era l’invito
a dirigersi presso altri lidi.
Poi l’arroganza umana - o il
peso insopportabile del sigillo - aveva portato gli egizi a sostituire la testa
della bestia. Così, ciò che era nata come una scultura maledetta divenne il
gioiello dell’intera piana.
Ma i dominatori occulti del
pianeta non fecero attendere la loro ira. In pochi secoli, l’opera fu ingoiata
dalle sabbie; tutta, tranne la testa frutto dell’inganno umano.
E ora, all’alba del nuovo
millennio, l’uomo aveva profanato ciò che i suoi antenati avevano desiderato
dimenticare; osando affrontare l’essere che siede alla sinistra del Dio degli
inferi.
Philipps avrebbe voluto
pregare, ma era troppo confuso per farlo.
I cunicoli che aveva
percorso sembravano essersi modificati, plasmati da una forza ultraterrena. Le
pareti iniziarono a sprigionare un bagliore azzurrognolo, sotto una litania di
miagolii e sibili che si diffondevano senza regole.
La torcia cessò di
proiettare la sua luce, lasciando il professore in balia di una fluorescenza
accecante.
L’uomo si inginocchiò. Le
mani sugli occhi, i gomiti poggiati sulla patina di sabbia che tappezzava la
pietra.
Avvertì un rumore
frusciante, ma non poté vedere alcunché: era divenuto cieco!
Un urlo improvviso gli
fuoriuscì dalla bocca, seguito da un secondo. Una fitta al petto gli tolse il
respiro.
Era stato avvinghiato da
artigli rapaci e bagnato da una punta calda che leccava il sangue che gli
zampillava dalle ferite.
“Mio giovane studioso” prese
a dire una voce afona “dì ai tuoi confratelli che non osino continuare negli
scavi; altrimenti, il Dio supremo ritornerà dalle stelle per portare pestilenza
e morte.”
La creatura vomitò un
miagolio stridulo.
“Ricorda: gli emissari di
cui vi prendete cura vi sorvegliano e ci informano di tutto, in attesa che siate
pronti per sfamare il mio Signore!”
Gli artigli allentarono la
presa. Philipps si sentì più leggero, ma la schiavitù del buio gli fece perdere
i sensi…