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Biografia dell'autore
 

Matteo Mancini

 

 

 

 

 

LA SFINGE DEL DESERTO

 

Le frasi che pronunciò il professor Philipps fecero fuggire alcuni operai, scesi nel cunicolo per soccorrerlo. Furono visti mollare gli utensili e allontanarsi, imprecando in arabo verso il cielo. Altri, invece, assunsero comportamenti di incomprensibile devozione. Uscirono al sole, per prostrarsi davanti alla sfinge che si stagliava nel cielo ipnotico e chinare il capo.

“Sospendete gli scavi” urlava Philipps, mentre alcuni inservienti lo adagiavano su una barella. “Il demonio ci scruta…”

Aveva la camicia lacerata e il petto reciso da ferite su cui guizzavano lombrichi ricoperti da un sostanza gelatinosa.

L’uomo muoveva il collo da una parte all’altra. Le pupille parevano divorate dal biancore degli occhi, così come i capelli avevano assunto un colore che tale non poteva definirsi.

Un gatto, appollaiato su un cofano, lo osservava. Philipps non se ne accorse, altrimenti avrebbe smarrito la voce.

“Possa Iddio proteggerci” sussurrò, prima che il portellone dell’ambulanza venisse serrato.

 

 

Erano trascorse poche ore dal momento in cui il professore aveva deciso di addentrarsi nell’ignoto. Aveva abbandonato la sua 4x4 nell’attimo in cui l’argento lunare era disceso sulla piana di Giza.

Armato di torcia elettrica e piccozza, si era incuneato fra le zampe della Sfinge e si era calato in una delle cavità scavate dagli operai.

Il cielo, spruzzato di stelle, era evaporato presto sopra di lui; allo stesso modo del volto di Chefren.

Fu avviluppato dalle tenebre, preda di un gelo che penetrava nell'anima.

Un pugno di dollari gli erano stati sufficienti per rendersi invisibile alle guardie, ma ora avrebbe dovuto contare solo sulle sue capacità.

L’eccitazione lo sopraffaceva, il cuore gli palpitava. Era giunta l’occasione di verificare interi anni di studio e di riscattarsi dalle critiche ricevute dai colleghi.

Era certo che, lungo il dedalo di budelli che si intrecciavano sotto le bellezze egizie, vi fosse un passaggio segreto. Un condotto incorporeo, capace di materializzarsi al cospetto di coloro che fossero dotati delle conoscenze più arcane. Una sorta di portale che avrebbe ammesso ai misteri di epoche perdute, fino a svelare il mito di Atlantide.

Mentre si aggirava lungo i selciati partoriti dal deserto, scorse qualcosa.

Dapprima notò una massa scura, acquattata al terreno. Era improbabile che fosse un animale, perché gli ingressi erano presidiati e soprattutto perché di giorno vi era un via vai di persone.

Avanzò di alcuni passi, puntando la torcia verso la sagoma indistinta. Il suo era un movimento lento, flemmatico. Mosse il fascio luminoso lungo il corpo dell’essere, stillandolo di centimetro in centimetro.

La saliva gli si seccò in gola, il sudore iniziò a imperlargli la fronte. 

Distinse una lunga coda arricciata attorno a due zampe feline, quindi un corpo che si alzava, assumendo le forme di un collo e… La torcia gli scivolò quasi di mano.

Dire che era la prima volta che osservava quell’essere non sarebbe del tutto vero. Ora che lo vedeva bene poteva affermare di averlo già incontrato nelle pagine di un volume proibito. Un testo medioevale redatto da un autore pazzo, che sosteneva di aver aperto una finestra sul mondo dei morti. Lo scrittore narrava che l’essere immortalato nelle pagine del libro era la guida che conduceva nel regno della perdizione. In un posto, isolato nel cosmo, denominato Inferno…

Il professore si sentì mancare le forze, mentre la creatura scivolò nell’ombra; emettendo un miagolio simile a una risata.

Non era tanto la presenza della bestia a sconvolgerlo, quanto averne visto il volto. Una testa mostruosa, che spiccava su di un corpo elegante e grazioso: il corpo di un enorme gatto dalla coda di leone.

L’uomo strinse una mano attorno al manico della piccozza e cercò di farsi forza. Aveva ancora impressi nelle retine quegli occhi granitici e quei vermi pulsanti che ne rivestivano il muso… Doveva uscire, a ogni costo!

Una convinzione gli prese piede nel cervello: gli antichi egizi sapevano...

La sfinge non era un qualcosa di metaforico, ma rappresentava l’innominabile spirito raffigurato dallo scrittore pazzo. Costituiva un avvertimento per chi intendesse battere certe vie. Ben visibile dall’alto, grazie alle piramidi che si ergevano intorno a essa, osservava la nascita del sole ovvero lo sguardo dei viandanti che - un tempo e forse tuttora - navigavano nell’universo. In altri termini, era l’invito a dirigersi presso altri lidi.

Poi l’arroganza umana - o il peso insopportabile del sigillo - aveva portato gli egizi a sostituire la testa della bestia. Così, ciò che era nata come una scultura maledetta divenne il gioiello dell’intera piana.

Ma i dominatori occulti del pianeta non fecero attendere la loro ira. In pochi secoli, l’opera fu ingoiata dalle sabbie; tutta, tranne la testa frutto dell’inganno umano.

E ora, all’alba del nuovo millennio, l’uomo aveva profanato ciò che i suoi antenati avevano desiderato dimenticare; osando affrontare l’essere che siede alla sinistra del Dio degli inferi.

 Philipps avrebbe voluto pregare, ma era troppo confuso per farlo.

I cunicoli che aveva percorso sembravano essersi modificati, plasmati da una forza ultraterrena. Le pareti iniziarono a sprigionare un bagliore azzurrognolo, sotto una litania di miagolii e sibili che si diffondevano senza regole.

La torcia cessò di proiettare la sua luce, lasciando il professore in balia di una fluorescenza accecante.

L’uomo si inginocchiò. Le mani sugli occhi, i gomiti poggiati sulla patina di sabbia che tappezzava la pietra.

Avvertì un rumore frusciante, ma non poté vedere alcunché: era divenuto cieco!

Un urlo improvviso gli fuoriuscì dalla bocca, seguito da un secondo. Una fitta al petto gli tolse il respiro.

Era stato avvinghiato da artigli rapaci e bagnato da una punta calda che leccava il sangue che gli zampillava dalle ferite.

“Mio giovane studioso” prese a dire una voce afona “dì ai tuoi confratelli che non osino continuare negli scavi; altrimenti, il Dio supremo ritornerà dalle stelle per portare pestilenza e morte.”

La creatura vomitò un miagolio stridulo.

“Ricorda: gli emissari di cui vi prendete cura vi sorvegliano e ci informano di tutto, in attesa che siate pronti per sfamare il mio Signore!”

Gli artigli allentarono la presa. Philipps si sentì più leggero, ma la schiavitù del buio gli fece perdere i sensi…