Passava quotidianamente
dinanzi a quella casa ormai da tre mesi. Lo aveva stregato. Le persiane chiuse,
consumate dal tempo. L’intonaco scrostato dalle pareti una volta bianche, il
tutto avvolto in uno spesso strato di polvere.
Ma lei era sempre
stata lì. Sempre alla stessa finestra, quella in alto, che dava sulla strada.
Ogni volta che Laurel du
Bojs girava l’angolo e scorgeva la casa, lei compariva.
Bianca, eterea,
trasparente. Lunghi capelli chiari, di un colore indefinito, che le ricoprivano
le spalle in morbidi boccoli.
Dal marciapiede non
riusciva a vederle gli occhi ma sapeva, percepiva nel profondo di sé che erano
inchiodati nei suoi.
Scostava lentamente la
tenda, un vecchio drappo strappato e logorato dalle tarme, e lo guardava,
immobile, da dietro i vetri sporchi.
Lui la fissava, per un
tempo indefinibile.
Poi d’un tratto, accadeva
sempre un qualcosa che lo distraeva.
E quando tornava su di
lei, dopo pochi istanti, era già svanita.
Quel giorno d’ottobre,
l’ennesimo da tre mesi a quella parte, pioveva a dirotto. Laurel era stato in
redazione a correggere le sue bozze come tutte le mattine, poi al caffé più
avanti. E come tutti i pomeriggi, prima di rincasare, stava andando a trovarla.
Gli bastava vedere le sue
vesti sottili, il suo viso ovale, ed era felice.
Non gl’importava non
sapere cosa fosse. Se a vederla era l’unico in tutta Parigi.
Si sentì svenire, quando
vide che quella volta lei non c’era.
Riparato da un piccolo
ombrello grigio, Laurel attese.
Quindici minuti, venti
minuti, un’ora.
Lei non arrivò.
Esasperato, il cuore in
gola, i palmi delle mani sudate, Laurel asciugò gli schizzi di pioggia dai baffi
con un fazzoletto di seta e, a rapidi passi, girò il muro che lo divideva dalla
casa e si portò dinanzi al grosso cancello.
Con stupore, vide che era
socchiuso.
Senza esitazione né paura,
Laurel lo aprì. Si guardò intorno, uno spazio ampio dove un tempo doveva sorgere
un rigoglioso giardino colmo di fiori, e fece un passo in avanti, nel terriccio
divenuto fango.
Poi, i suoi occhi cerulei
individuarono un movimento, e si spostarono in avanti.
Il piccolo portone
d’ingresso si era aperto.
Una luce, un debole
bagliore rosato s’intravedeva dall’interno.
Laurel deglutì.
Gli scrosci di pioggia
aumentarono, l’ombrello si piegò. L’uomo salì il primo gradino, una foglia morta
schioccò sotto il suo tacco. Il secondo, il terzo.
Varcò la soglia.
La pioggia restò fuori,
subentrò la polvere. Un timido sorriso inarcò i suoi folti baffi, mentre il
cuore tamburellava d’estasi.
Poi, un sibilo profondo
proruppe dal fondo della casa, immersa nel buio. Un fulmine porpora squarciò il
cielo, e il tuono che seguì confermò la sua potenza.
Laurel du Bojs non fece
nemmeno in tempo a voltarsi.
La porta cigolò, si mosse,
si chiuse di schianto.
E fu il nulla.
Quando la polizia sfondò
la porta della villa, lui era lì, appisolato pacificamente su un divano nel
salone principale, l’espressione quieta e serena.
Urlò di terrore
nell’attimo in cui seppe che lo stavano cercando da cinque giorni. Non ricordava
nulla, se non una strana sensazione di benessere che lo pervadeva, e si rifiutò
di andare in ospedale per farsi medicare i due fori incrostati di sangue
che aveva sul collo, per niente infastidito dalla loro presenza.
Sua moglie Veronique,
nell’ingenuità dei propri ventun anni, lo strinse forte a sé sulla soglia di
casa, piangendo e ridendo allo stesso tempo.
Nei giorni seguenti gli
stette appiccicata come un devoto cagnolino, e non gli negò mai un sorriso,
neppure dinanzi al suo rifiuto di stare alla luce del sole tiepido e carezzevole
d’autunno.
Gli preparò i suoi piatti
preferiti malgrado sembrasse non aver più fame, e sedette accanto a lui
raccontadogli dei suoi progressi come ricamatrice, benchè l’uomo continuasse ad
avere lo sguardo perso dietro il tessuto delle tende sempre chiuse, la mente
altrove.
Veronique era felice.
Talmente felice che non sentì i suoi passi sul marmo quando, due settimane dopo
il suo ritrovamento, in piena notte si avventurò in strada, lasciandola avvolta
nelle coperte in un sonno profondo.
Laurel aveva provato quasi
compassione di fronte ai suoi innocenti sforzi, al auo amore infantile e
incondizionato, ma fin da subito non aveva avuto altro pensiero che ritornare da
lei.
La sognava, la voleva… la
desiderava con ogni fibra di se stesso.
Era un’ossessione!
Quella bocca, quella pelle
bianca come porcellana, quel corpo morbido e suadente. Un impeto che non era
riuscito a contenere, una passione violenta e insaziabile.
Aveva fame… fame di
lei?
Non riusciva a capirlo.
A passi veloci sotto la
neve, con soltanto la camicia da notte indosso, si diresse deciso verso la villa
deturpata dal tempo, leccandosi le labbra e i denti come un gatto che ha capito
dove si è nascosta la prossima preda.
Sobbalzò quando vide che
lo stava aspettando, affacciata ad una piccola finestra del secondo
piano.
Si guardarono per molti
istanti, mentre i fiocchi di neve continuavano a precipitare giù dal cielo
candidi e fitti. Istanti che parvero millenni di fronte alla smania di Laurel
quasi insopportabile… una scarica di pugni sul petto che sarebbe continuata
all’infinito se non fossa stata soddisfatta.
La grande porta si aprì,
il buio al suo interno lo attrasse a sé come una dolce litania.
Ipnotizzato, Laurel entrò.
La porta si richiuse alle sue spalle.
Per un attimo, la neve
sembrò indugiare, scossa da una raffica di vento tagliente come lama.
Poi tornò a cadere lenta,
meccanica.
Le orme di Laurel
svanirono.
La stessa casa parve
perdersi nel manto bianco.
Tutto si zittì.
Tutto divenne soltanto
foschia.
Veronique du Bojs non
rivide mai più suo marito. La polizia lo cercò ancora in quella casa, ma trovò
soltanto silenzio, e odore di vecchio.
Ancora adesso Veronique lo
cerca, lo sogna, lo immagina arrivare da lontano, seduta accanto alla finestra
del salotto, priva di altre lacrime.
Ancora adesso Veronique lo
ama.
E spera… mentre da qualche
parte nella vasta Francia un uomo si consuma per la sua donna.
Un uomo che amerà
per l’eternità.