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LAVANDERIA A ORE
Giunta
nei pressi della via la ragazza rallentò il passo, con il
gesto repentino di chi si sia ricordato all’improvviso che
correre sia poco prudente per quell’ora tarda della notte.
La strada era semideserta. Davanti all’insegna al neon
della lavanderia a ore, c’era solo una macchina sgangherata
con il bagagliaio aperto. Un’altra ragazza stava buttando
sbrigativamente dentro al baule qualcosa, probabilmente il
suo bucato. La giovane le si rivolse un timido sorriso ma
l’altra non sembrava in vena di dimostrazioni amichevoli e
si limitò a chiudere con una mano il baule della macchina e
a salire sulla vettura allontanandosi senza degnarla di un
ulteriore sguardo.
La
giovane emise un sospiro rassegnato e rivolse lo sguardo
alla porta a vetri della lavanderia, giocando con il bordo
del cappuccio della felpa che teneva ben calcato sulla
fronte, chiaramente incerta se entrare o meno. Quando alla
fine si decise, la luce bianca delle lampade a reostato
aggredì la minuta figura appena mise piede oltre la soglia,
proiettandola in un’atmosfera asettica e odorosa di
ammorbidente. La ragazza si raggomitolò ancora di più su se
stessa, evidentemente infastidita da tutta quella visibilità
luminosa, e fece del suo meglio per sparire sotto il sacco
di tela che teneva buttato su una delle gracili spalle.
Nel
locale c’erano soltanto un barbone ingobbito che
sonnecchiava su una sedia e un uomo in giacca e cravatta
chino davanti a un cestello.
La
ragazza mantenne lo sguardo basso, ben attenta a non
incrociare lo sguardo di nessuno, esprimendo a chiare
lettere tutta la propria volontà di passare inosservata. La
figura magra e minuta si diresse alla lavatrice più defilata
e poggiò la sacca di tela per terra. Aprì il cestello e
infilò la sacca direttamente dentro svuotando il contenuto
direttamente nel cestello. Dopo un attimo di indecisione le
mani affusolate corsero alla zip della felpa tirandola giù.
Anche quella finì nel cestello con l’altra roba, rivelando
un volto giovane e delicato e l’espressione indifesa. I
gesti, veloci e affrettati, lasciavano chiaramente intendere
l’agitazione e la premura della ragazza.
Quando
però la giovane si frugò nelle tasche dei jeans alla ricerca
di una moneta per fare partire la macchina non riuscì a
trovarla. Nei grandi occhi marroni si dipinse
un’espressione di fastidio che si sostituì per un momento
all’agitazione. Si guardò intorno e dopo un attimo di
esitazione si diresse verso l’uomo in giacca e cravatta.
L’individuo era concentrato nel compito di dividere i
bianchi dai colorati con un’attenzione maniacale. La
ragazza gli rivolse un sorriso titubante e fece per
parlare. Ancor prima che iniziasse l’uomo le offrì
scocciato una moneta, tornando immediatamente a occuparsi
della sua meticolosa cernita.
La
ragazza prese la moneta che le veniva offerta con un certo
disagio e tornata alla machina si affrettò ad inserirla
azionando il meccanismo di accensione dopo aver selezionato
il lavaggio a freddo. Quindi si issò a sedere sulla
lavatrice aspettando la fine del ciclo. Più volte durante
l’attesa controllò il timer della macchina, battendo
nervosamente un tallone contro la parete dell’asciugatrice
di fianco, le labbra strette in un’espressione impaziente.
Quando il bucato finì, raccolse con espressione smaniosa il
suo vestiario e un pupazzo di pezza dal cestello riponendolo
di nuovo nella sacca e uscì quasi correndo nella notte in
direzione della statale.
Quando
raggiunse la strada illuminata dalla luce fioca dei lampioni
sembrò finalmente rilassarsi e si concesse un sorriso e uno
scuotere del capo di chi, passato il momento di tensione, si
rimprovera una reazione eccessiva. Ma il sorriso le morì
sul volto delicato quando dal nulla apparve un rasoio
puntato direttamente alla sua gola.
-
Dammi i soldi. - la voce roca e affrettata che proveniva
da sopra il rasoio, aveva un tono minaccioso.
La
ragazza, stupita e impaurita, fece un passo indietro subito
seguita dal braccio che reggeva il rasoio e su cui
risultavano evidenti le vene bucate in più punti sui muscoli
in tensione. La fioca luce del lampione illuminò il volto
sudato di un uomo dall’aspetto insignificante ma dallo
sguardo febbrile, malsano, in cui si leggeva una
determinazione folle che può essere giustificata dalla sola
disperazione.
- Non
farmi del male, non ho niente, ho dimenticato persino le
monete per il bucato… – la ragazza aprì le mani mostrando le
palme vuote.
- Ho
detto dammi i soldi, troietta! – Il tono della voce era
acuto e l’espressione spiritata e il rasoio saettò tagliente
a lato della faccia della giovane.
Dalla
ferita inflitta un fiotto denso di sangue rosso iniziò a
colare dalla guancia della ragazza fino al collo che sembrò
incapace persino di urlare. Il tossico serrò la mano libera
attorno al collo coperto di sangue forzandola all’interno
del vicolo buio da cui era spuntato.
Dal
buio si udì un altro urlo di donna e poi un ringhio, un
raschio animalesco e infine un urlo maschile seguito da una
serie di scrocchi umidi di ossa e tessuti lacerati.
Da
fuori i rari fari delle macchine di passaggio illuminarono
la scena nel vicolo a tratti, simili a spezzoni di un film
montato male.
Fari.
Zanne affilate che dilaniano il collo del tossico,
squarciandolo. Buio.
Fari.
Lo sterno dell’uomo divaricato e quanto vi si trova dentro
esposto. Buio.
Fari.
Intestini e viscere su mani delicate che raschiano il corpo
del tossico senza tregua. Buio.
Ad un
tratto ogni rumore cessò di provenire dal vicolo. Poi la
figura della ragazza emerse dal vicolo, la luce fioca del
lampione che illuminava il taglio sul volto che si andava
rimarginando velocemente, fino a ricomporre in pochi attimi
la bellezza intatta di prima.
La
ragazza si asciugò le mani sui jeans, già sporchi di sangue
e lo sguardo indifferente si posò sulla nuova macchia
rossa.
-
Dovrò fare un altro bucato. – disse leccandosi i lunghi
canini affusolati.
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