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Biografia dell'autore
 

Laura Venuti

 

 

 

 

LAVANDERIA A ORE

 

Giunta nei pressi della via la ragazza rallentò il passo, con il gesto repentino di chi si sia ricordato all’improvviso che correre sia poco prudente per quell’ora tarda della notte.  La strada era semideserta.  Davanti all’insegna al neon della lavanderia a ore, c’era solo una macchina sgangherata con il bagagliaio aperto.  Un’altra ragazza stava buttando sbrigativamente dentro al baule qualcosa, probabilmente il suo bucato.  La giovane le si rivolse un timido sorriso ma l’altra non sembrava in vena di dimostrazioni amichevoli e si limitò a chiudere con una mano il baule della macchina e a salire sulla vettura allontanandosi senza degnarla di un ulteriore sguardo.

La giovane emise un sospiro rassegnato e rivolse lo sguardo alla porta a vetri della lavanderia, giocando con il bordo del cappuccio della felpa che teneva ben calcato sulla fronte, chiaramente incerta se entrare o meno.  Quando alla fine si decise, la luce bianca delle lampade a reostato aggredì la minuta figura appena mise piede oltre la soglia, proiettandola in un’atmosfera asettica e odorosa di ammorbidente.  La ragazza si raggomitolò ancora di più su se stessa, evidentemente infastidita da tutta quella visibilità luminosa, e fece del suo meglio per sparire sotto il sacco di tela che teneva buttato su una delle gracili spalle. 

Nel locale c’erano soltanto un barbone ingobbito che sonnecchiava su una sedia e un uomo in giacca e cravatta chino davanti a un cestello.   

La ragazza mantenne lo sguardo basso, ben attenta a non incrociare lo sguardo di nessuno, esprimendo a chiare lettere tutta la propria volontà di passare inosservata.  La figura magra e minuta si diresse alla lavatrice più defilata e poggiò la sacca di tela per terra.  Aprì il cestello e infilò la sacca direttamente dentro svuotando il contenuto direttamente nel cestello.  Dopo un attimo di indecisione le mani affusolate corsero alla zip della felpa tirandola giù.  Anche quella finì nel cestello con l’altra roba, rivelando un volto giovane e delicato e l’espressione indifesa.  I gesti, veloci e affrettati, lasciavano chiaramente intendere l’agitazione e la premura della ragazza.

Quando però la giovane si frugò nelle tasche dei jeans alla ricerca di una moneta per fare partire la macchina non riuscì a trovarla.  Nei grandi occhi marroni si dipinse un’espressione di fastidio che si sostituì per un momento all’agitazione.  Si guardò intorno e dopo un attimo di esitazione si diresse verso l’uomo in giacca e cravatta.  L’individuo era concentrato nel compito di dividere i bianchi dai colorati con un’attenzione maniacale.  La ragazza gli rivolse un sorriso titubante e fece per parlare.  Ancor prima che iniziasse l’uomo le offrì scocciato una moneta, tornando immediatamente a occuparsi della sua meticolosa cernita.

La ragazza prese la moneta che le veniva offerta con un certo disagio e tornata alla machina si affrettò ad inserirla azionando il meccanismo di accensione dopo aver selezionato il lavaggio a freddo.  Quindi si issò a sedere sulla lavatrice aspettando la fine del ciclo.  Più volte durante l’attesa controllò il timer della macchina, battendo nervosamente un tallone contro la parete dell’asciugatrice di fianco, le labbra strette in un’espressione impaziente. Quando il bucato finì, raccolse con espressione smaniosa il suo vestiario e un pupazzo di pezza dal cestello riponendolo di nuovo nella sacca e uscì quasi correndo nella notte in direzione della statale.

Quando raggiunse la strada illuminata dalla luce fioca dei lampioni sembrò finalmente rilassarsi e si concesse un sorriso e uno scuotere del capo di chi, passato il momento di tensione, si rimprovera una reazione eccessiva.  Ma il sorriso le morì sul volto delicato quando dal nulla  apparve un rasoio puntato direttamente alla sua gola.

-  Dammi i soldi. -  la voce roca e affrettata che proveniva da sopra il rasoio, aveva un tono minaccioso.

La ragazza, stupita e impaurita, fece un passo indietro subito seguita dal braccio che reggeva il rasoio e su cui risultavano evidenti le vene bucate in più punti sui muscoli in tensione.  La fioca luce del lampione illuminò il volto sudato di un uomo dall’aspetto insignificante ma dallo sguardo febbrile, malsano, in cui si leggeva una determinazione folle che può essere giustificata dalla sola disperazione.

- Non farmi del male, non ho niente, ho dimenticato persino le monete per il bucato… – la ragazza aprì le mani mostrando le palme vuote.

- Ho detto dammi i soldi, troietta! – Il tono della voce era acuto e l’espressione spiritata e il rasoio saettò tagliente a lato della faccia della giovane.

Dalla ferita inflitta un fiotto denso di sangue rosso iniziò a colare dalla guancia della ragazza fino al collo che sembrò incapace persino di urlare.  Il tossico serrò la mano libera attorno al collo coperto di sangue forzandola all’interno del vicolo buio da cui era spuntato.

Dal buio si udì un altro urlo di donna e poi un ringhio, un raschio animalesco e infine un urlo maschile seguito da una serie di scrocchi umidi di ossa e tessuti lacerati.

Da fuori i rari fari delle macchine di passaggio illuminarono la scena nel vicolo a tratti, simili a spezzoni di un film montato male. 

Fari. Zanne affilate che dilaniano il collo del tossico, squarciandolo. Buio.

Fari. Lo sterno dell’uomo divaricato e quanto vi si trova dentro esposto. Buio.

Fari. Intestini e viscere su mani delicate che raschiano il corpo del tossico senza tregua.  Buio.

Ad un tratto ogni rumore cessò di provenire dal vicolo.  Poi la figura della ragazza emerse dal vicolo, la luce fioca del lampione che illuminava il taglio sul volto che si andava rimarginando velocemente, fino a ricomporre in pochi attimi la bellezza intatta di prima. 

La ragazza si asciugò le mani sui jeans, già sporchi di sangue e lo sguardo indifferente si posò sulla nuova macchia rossa. 

- Dovrò fare un altro bucato. – disse leccandosi i lunghi canini affusolati.