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Biografia dell'autore
 

Andrea Naccarato
 

 

 

 

LI SENTO GRAFFIARE

 

Li sento ancora graffiare.

Hanno fame, sono stupidi, testardi. Basterebbe prenderla a spallate questa porta per buttarla giù; calci, pugni, prendere un oggetto e usarlo come un ariete, e i cardini salterebbero dallo stipite come tappi di champagne: e allora si che inizierebbe la festa. Mi ritroverei un branco di mezzi uomini, o zombie se preferite, pronti a spolparmi come pollo fritto.

Per fortuna non lo fanno. Sono stupidi.

Ormai sono settimane che mi trovo qui, nella cucina di questo ristorante. E pensare che nemmeno ci volevo venire a questa rimpatriata del cazzo. Compagni di classe. Si, persone che si ritrovano a cenare insieme, solo per vedere se agli altri è andata peggio di come è andata loro. Sorrisi, baci, e vecchi ricordi. Se i rapporti sono finiti ai tempi della scuola ci sarà stato un motivo? Che dite? Fanculo.

Mangio carne in scatola, cucino quello che trovo. Per fortuna il frigo funziona ancora, non hanno staccato la corrente. La frutta si mantiene. Bevo acqua in bottiglia, ho ancora qualche cassa a disposizione. L’acqua del rubinetto è contaminata, l’ha detto il telegiornale. Per questo non posso cucinare pasta: non posso certo sprecare quella in bottiglia. Ora si è rotta anche la televisione. Bene.

Vorrei uscire e infilzarli tutti con i coltelli che ci sono qui. Ma quanto potrei durare? Qualche ora, se va bene.

L’alternativa è solo aspettare. Magari prima o poi se ne andranno, o qualcuno mi verrà a salvare.

E’ inutile arrovellarsi il cervello con domande che mi fanno solo impazzire. Oggi non me la sento, ancora non me la sento. Quando mi andrà di suicidarmi aprirò quella porta e buonanotte. Anzi, preferisco tagliarmi le vene che dargliela vinta a quei mostri. Era solo per il gusto di affettare qualcuno: magari qualche mio ex compagno che ora sbava dietro quella porta.

Ah, sto impazzendo. Basta!

Successe tutto in un attimo, nemmeno ricordo bene come sono finito in questa stramaledetta cucina. Quando i primi zombie entrarono dalla porta del ristorante me ne accorsi solo dalle urla. Ero intento a guardare una mia vecchia compagna di classe che a mio avviso era cresciuta proprio bene. Non so se mi spiego.

Sangue, grida e gente che correva. Corsi in cucina e richiusi la porta dietro di me. Solo questo.
Con me era rimasto il cuoco. Poveraccio.

Questa è la storia: come e perché successe non lo so. Non ho risposte. Non mi faccio nemmeno più domande se è per questo. Vivo, questo è quanto.

Il cuoco impazzì da subito, non resistette nemmeno una settimana. Dopo qualche giorno aprì la porta e si buttò nella mischia. In quei pochi secondi in cui la porta rimase aperta vidi solo zombie. Dappertutto.

Con un coltello in mano non fece molta strada. Sentì le sue urla invadere il locale. La notte, quando riesco ad addormentarmi, ancora me lo sogno. Stranamente è proprio quando mi sveglio con gli incubi che vorrei aprire la porta e farla finita... forse proprio per non sognare più.

Prima di morire l’ho conosciuto il cuoco. Un tipo sicuramente strano. Non posso dire di averlo conosciuto bene perché da subito cominciò a dare segni di squilibri. Magari era matto anche prima. Vallo a sapere.

Parlava quasi tutto il giorno di alcuni film che aveva visto. Film che secondo lui avevano già pronostico la fine del mondo. Io ascoltavo, tanto non avevo di meglio da fare.

Per vostra informazione mi ripeteva sempre il nome di un regista che aveva anche fondato una setta. Un certo Stefano Simone.

Praticamente i suoi “capolavori”, come li chiamava lui, erano dei chiari segnali di come l’umanità si sarebbe estinta per colpa degli zombie. “Dall’acqua siamo nati, con l’acqua moriremo”. Una frase che metteva in ogni suo film.

Ripeteva sempre che le sue pellicole erano in realtà dei messaggi in codice. Degli enigmi che se fossero stati risolti avrebbero salvato il genere umano.

Diceva che proprio il giorno in cui entrarono gli zombie nel ristorante, lui sarebbe dovuto tornare a casa per vedere se era arrivato il suo pacco “importante”.

Credo fosse il premio per un concorso a cui aveva partecipato. In quel pacco c’era l’ultimo film di questo “famoso” regista. L'ultimo tassello che gli mancava per “capire”. Cosa poi, lo sapeva solo lui.

Immaginate me: tutto il giorno con un sottofondo di lamenti e graffi alla porta, ad ascoltare questo pazzo che blaterava scemenze. Quante volte ho pensato di ucciderlo con le mie mani. Non ce la facevo più.

Parlava di queste stronzate e si arrampicava sulla cappa, sopra i fornelli, per vedere casa sua dalla finestra. Me la fece vedere anche a me un giorno. Un appartamento al terzo piano di un palazzo che secondo me sarebbe crollato da un momento all’altro.

Quando pioveva era un sollievo. Gli zombie smettevano di stare dietro la porta e uscivano fuori. Li vedevamo dalla finestra che allargavano le braccia e si lasciavano bagnare. “Mangiavano”, diceva il cuoco. Si, come no.

Con il tempo le cose sono cambiate.

So già quello che direte, ma non è così. Non mi sono fatto convincere, forse sono impazzito anch'io. Tutto qui.

Ma se fosse tutto vero?

Se quel pazzo diceva la verità?

Sapete, ultimamente ci penso spesso. La pazzìa è una cara vecchia amica: ti viene a trovare quando sei solo e disperato.

Un giorno guardando dalla finestra cercai di calcolare la distanza che c’era tra il ristorante e la casa del cuoco.

Una bella distanza.

Correndo, con due coltelli in mano, facendosi largo come quando si va in un prato con l’erba alta, forse si poteva fare. Per lo meno, ci si poteva provare.

Se non avessi trovato nessun pacco sarebbe stato lo stesso. Ero stufo di rimanere chiuso come un topo in gabbia. Volevo sgranchirmi le gambe, le braccia. Volevo uscire.

Sarei passato dalla finestra. Gli zombie in strada andavano lenti. Forse ce l’avrei fatta.

Sapete qual'è il problema degli zombie?

Sono stupidi è vero... ma sono tanti.