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LI SENTO GRAFFIARE
Li
sento ancora graffiare.
Hanno
fame, sono stupidi, testardi. Basterebbe prenderla a
spallate questa porta per buttarla giù; calci, pugni,
prendere un oggetto e usarlo come un ariete, e i cardini
salterebbero dallo stipite come tappi di champagne: e allora
si che inizierebbe la festa. Mi ritroverei un branco di
mezzi uomini, o zombie se preferite, pronti a spolparmi come
pollo fritto.
Per
fortuna non lo fanno. Sono stupidi.
Ormai
sono settimane che mi trovo qui, nella cucina di questo
ristorante. E pensare che nemmeno ci volevo venire a questa
rimpatriata del cazzo. Compagni di classe. Si,
persone che si ritrovano a cenare insieme, solo per vedere
se agli altri è andata peggio di come è andata loro.
Sorrisi, baci, e vecchi ricordi. Se i rapporti sono finiti
ai tempi della scuola ci sarà stato un motivo? Che dite?
Fanculo.
Mangio
carne in scatola, cucino quello che trovo. Per fortuna il
frigo funziona ancora, non hanno staccato la corrente. La
frutta si mantiene. Bevo acqua in bottiglia, ho ancora
qualche cassa a disposizione. L’acqua del rubinetto è
contaminata, l’ha detto il telegiornale. Per questo non
posso cucinare pasta: non posso certo sprecare quella in
bottiglia. Ora si è rotta anche la televisione. Bene.
Vorrei
uscire e infilzarli tutti con i coltelli che ci sono qui. Ma
quanto potrei durare? Qualche ora, se va bene.
L’alternativa è solo aspettare. Magari prima o poi se ne
andranno, o qualcuno mi verrà a salvare.
E’
inutile arrovellarsi il cervello con domande che mi fanno
solo impazzire. Oggi non me la sento, ancora non me la
sento. Quando mi andrà di suicidarmi aprirò quella porta e
buonanotte. Anzi, preferisco tagliarmi le vene che dargliela
vinta a quei mostri. Era solo per il gusto di affettare
qualcuno: magari qualche mio ex compagno che ora sbava
dietro quella porta.
Ah,
sto impazzendo. Basta!
Successe tutto in un attimo, nemmeno ricordo bene come sono
finito in questa stramaledetta cucina. Quando i primi zombie
entrarono dalla porta del ristorante me ne accorsi solo
dalle urla. Ero intento a guardare una mia vecchia compagna
di classe che a mio avviso era cresciuta proprio bene. Non
so se mi spiego.
Sangue, grida e gente che correva. Corsi in cucina e
richiusi la porta dietro di me. Solo questo.
Con me era rimasto il cuoco. Poveraccio.
Questa
è la storia: come e perché successe non lo so. Non ho
risposte. Non mi faccio nemmeno più domande se è per questo.
Vivo, questo è quanto.
Il
cuoco impazzì da subito, non resistette nemmeno una
settimana. Dopo qualche giorno aprì la porta e si buttò
nella mischia. In quei pochi secondi in cui la porta rimase
aperta vidi solo zombie. Dappertutto.
Con un
coltello in mano non fece molta strada. Sentì le sue urla
invadere il locale. La notte, quando riesco ad
addormentarmi, ancora me lo sogno. Stranamente è proprio
quando mi sveglio con gli incubi che vorrei aprire la porta
e farla finita... forse proprio per non sognare più.
Prima
di morire l’ho conosciuto il cuoco. Un tipo sicuramente
strano. Non posso dire di averlo conosciuto bene perché da
subito cominciò a dare segni di squilibri. Magari era matto
anche prima. Vallo a sapere.
Parlava quasi tutto il giorno di alcuni film che aveva
visto. Film che secondo lui avevano già pronostico la fine
del mondo. Io ascoltavo, tanto non avevo di meglio da fare.
Per
vostra informazione mi ripeteva sempre il nome di un regista
che aveva anche fondato una setta. Un certo Stefano Simone.
Praticamente i suoi “capolavori”, come li chiamava lui,
erano dei chiari segnali di come l’umanità si sarebbe
estinta per colpa degli zombie. “Dall’acqua siamo nati, con
l’acqua moriremo”. Una frase che metteva in ogni suo film.
Ripeteva sempre che le sue pellicole erano in realtà dei
messaggi in codice. Degli enigmi che se fossero stati
risolti avrebbero salvato il genere umano.
Diceva
che proprio il giorno in cui entrarono gli zombie nel
ristorante, lui sarebbe dovuto tornare a casa per vedere se
era arrivato il suo pacco “importante”.
Credo
fosse il premio per un concorso a cui aveva partecipato. In
quel pacco c’era l’ultimo film di questo “famoso” regista.
L'ultimo tassello che gli mancava per “capire”. Cosa poi, lo
sapeva solo lui.
Immaginate me: tutto il giorno con un sottofondo di lamenti
e graffi alla porta, ad ascoltare questo pazzo che blaterava
scemenze. Quante volte ho pensato di ucciderlo con le mie
mani. Non ce la facevo più.
Parlava di queste stronzate e si arrampicava sulla cappa,
sopra i fornelli, per vedere casa sua dalla finestra. Me la
fece vedere anche a me un giorno. Un appartamento al terzo
piano di un palazzo che secondo me sarebbe crollato da un
momento all’altro.
Quando
pioveva era un sollievo. Gli zombie smettevano di stare
dietro la porta e uscivano fuori. Li vedevamo dalla finestra
che allargavano le braccia e si lasciavano bagnare.
“Mangiavano”, diceva il cuoco. Si, come no.
Con il
tempo le cose sono cambiate.
So già
quello che direte, ma non è così. Non mi sono fatto
convincere, forse sono impazzito anch'io. Tutto qui.
Ma se
fosse tutto vero?
Se
quel pazzo diceva la verità?
Sapete, ultimamente ci penso spesso. La pazzìa è una cara
vecchia amica: ti viene a trovare quando sei solo e
disperato.
Un
giorno guardando dalla finestra cercai di calcolare la
distanza che c’era tra il ristorante e la casa del cuoco.
Una
bella distanza.
Correndo, con due coltelli in mano, facendosi largo come
quando si va in un prato con l’erba alta, forse si poteva
fare. Per lo meno, ci si poteva provare.
Se non
avessi trovato nessun pacco sarebbe stato lo stesso. Ero
stufo di rimanere chiuso come un topo in gabbia. Volevo
sgranchirmi le gambe, le braccia. Volevo uscire.
Sarei
passato dalla finestra. Gli zombie in strada andavano lenti.
Forse ce l’avrei fatta.
Sapete
qual'è il problema degli zombie?
Sono
stupidi è vero... ma sono tanti.
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