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Biografia dell'autore
 

Federico Izzo

 

 

 

 

 

LICANTROPI

 

Paolo aprì gli occhi quando la sveglia risuonò nelle orecchie ormai abituate al silenzio.             
Faceva il vigilante alla stazione di Termini a Roma. Lui si posizionava nel suo box e controllava che tutto fosse tranquillo.
Quello che odiava di più era il turno di notte. La metro si svuotava e calava il silenzio.
Fu proprio una notte di venti giorni fa che lasciò il segno nella sua mente.

Aveva deciso fare un giro all’interno della stazione.
Scese le scale che lo portavano alla banchina. Non c’era nessuno. In lontananza ascoltava i treni. Percorse tutta la banchina e ad un certo punto si accorse di una grata larga due metri e mezzo e alta quattro. Fu attirato da qualcosa e guardò dentro. Al di là dell’inferriata c’era un corridoio della stessa larghezza della grata. Alla fine di questo, sia a destra che a sinistra, iniziavano altri due corridoi più stretti coperti dal muro. Provò paura. Quella vista lo ipnotizzò ed un brivido gli corse lungo la schiena. Passarono giorni prima di riuscire a dimenticare quanto aveva visto. Continuava a pensare che c’era qualcosa di sinistro al di là di quell’inferriata, ma non riusciva a capire cosa. Perché non si era mai accorto di quella struttura sotterranea?

Alla fine del giorno in cui ha inizio questo racconto, Paolo andò a vedere il turno che avrebbe svolto l’indomani.
Provò una sensazione di disagio quando vide che avrebbe lavorato di nuovo di notte.     <<Ancora?>> sbottò.   
Seppe che quattro suoi colleghi erano a letto con la febbre e lui doveva sostituirli.
Il giorno dopo, ancora contrariato, si preparò alla notte. Come un lampo la mente tornò alla grata. Di nuovo paura. Scacciò quel sinistro pensiero ed alle 19:00 uscì di casa.
Alle 20:00 salutò il collega smontante e si diresse verso il box.
Alle 00:25 finì di leggere un libro. Si guardò intorno e non vide nessuno. Si diresse alla banchina. Aveva paura ma quello era un suo dovere. Arrivò in fondo alle scale e non vide anima viva. All’improvviso sentì un rumore provenire dalla fine della banchina.
La testa di Paolo scattò in quella direzione ma non vide nessuno. Si avvicinò e mentre camminava, il timore cresceva. Guardò all’interno dell’inferriata.
Era buio ed un silenzio surreale lo fece cadere in un apparente torpore. Guardò per terra e i suoi occhi correvano lungo tutto il pavimento. Il suo sguardo salì lungo il muro che copriva il piccolo corridoio di destra e si fermò quando dal buio uscirono due occhi gialli e maligni. Paolo si irrigidì terrorizzato. La bestia emerse dall’oscurità e con un ululato disumano si avventò contro la grata. Era un lupo mannaro alto due metri. Paolo lo guardò mentre cercava di strappare via l’inferriata. La paura si impossessò del corpo di Paolo impedendogli di muoversi. Altri tre licantropi uscirono dai due corridoi e si avventarono contro la grata scotendola come un ramo.
Con enorme sforzo, Paolo realizzò il pericolo ed iniziò a correre verso le scale gridando come un ossesso. Sentiva dietro di sé lo sbattere violento dell’inferriata che stava per cedere e i licantropi che ululavano alla luna come in un sinistro canto.     
Si precipitò all’uscita della metropolitana ma si vide sbarrata la strada dal cancello di ferro chiuso. Con la coda dell’occhio vide che erano le due passate. Si sentì morire quando pensò che era stato proprio lui, prima di scendere alla banchina a chiudere la stazione. Le chiavi! doveva prenderle! Scattò verso il gabbiotto. Le prese e corse verso il cancello. Si impose di essere calmo, ma le mani gli tremavano terribilmente. La serratura era divenuta piccolissima. Individuò la chiave e la scagliò contro la serratura, ma il colpo fu così rapido ed irruento che la chiave cozzò contro il duro metallo e rimbalzò scappando dalle mani di Paolo. Lo scoramento ottenebrò la sua mente mentre gli occhi osservavano le chiavi ormai fuori dal cancello. Si chinò ed infilò il braccio tra le due inferriate. Stirò l'arto fino allo spasimo ma riusciva solo a sfiorare le chiavi. Imprecò provando un'altra volta. La sorte lo stava beffando rendendo vana la sua lotta per la vita.
Ad un tratto un suono sordo lo fece trasalire. La grata aveva ceduto. Ora stavano correndo da lui per sbranarlo. Era un branco di lupi mannari e sentiva il terribile rumore delle loro grandi zampe che cozzavano pesanti sul pavimento tra ruggiti ed ululati.
Paolo si nascose dietro un muro che gli permetteva di scorgere tutta la sala. Cercò di trattenere il suo respiro pesante ed affaticato. La mano scattò alla cintura dove trovò la pistola di servizio. Si sporse e li vide.

Erano in cima alle scale. Si guardavano intorno per cercare di scovare la loro preda. La bava usciva dalla bocca affamata e i loro occhi gialli e diabolici roteavano da un parte all’altra impazziti di rabbia. Iniziarono a camminare lentamente proprio in direzione di Paolo che si tirò indietro invaso dal terrore.
Si accorse di fissare un bottone. L'ascensore!
Premette il pulsante con forza e quando le porte si aprirono entrò con uno scatto fulmineo. Con la coda dell’occhio vide il muso di un mannaro sbucare da dietro il muro.   
Paolo spinse il bottone ma l’ascensore non si mosse. Premette più volte e tra lacrime di disperazione iniziò a dare dei pugni.
Capì che per lui era la fine quando gli artigli del lupo penetrarono tra le due ante del piccolo ascensore. Le possenti zampe divelsero le porte e Paolo si trovò davanti i licantropi famelici che gli furono addosso immediatamente. Sparò e l'ultima cosa che vide fu uno dei proiettili penetrare nel braccio possente del primo licantropo. Ma nulla riuscì a fermarli. Le bestie lo uccisero in poco meno di dieci secondi e quello che rimase lo trascinarono via nel luogo angusto da dove erano usciti.
Alle 5:30 del mattino la polizia chiuse la fermata di Termini. Tra mille voci, vi erano anche quelle dei quattro colleghi che Paolo aveva sostituito:   
<<Avete visto che luna stanotte?>>
I restanti tre annuirono sorridendo.