Paolo
aprì gli occhi quando la sveglia risuonò nelle orecchie ormai abituate al
silenzio.
Faceva il vigilante alla stazione di Termini a Roma. Lui si posizionava nel suo
box e controllava che tutto fosse tranquillo.
Quello che odiava di più era il turno di notte. La metro si svuotava e calava il
silenzio.
Fu proprio una notte di venti giorni fa che lasciò il segno nella sua mente.
Aveva
deciso fare un giro all’interno della stazione.
Scese le scale che lo portavano alla banchina. Non c’era nessuno. In lontananza
ascoltava i treni. Percorse tutta la banchina e ad un certo punto si accorse di
una grata larga due metri e mezzo e alta quattro. Fu attirato da qualcosa e
guardò dentro. Al di là dell’inferriata c’era un corridoio della stessa
larghezza della grata. Alla fine di questo, sia a destra che a sinistra,
iniziavano altri due corridoi più stretti coperti dal muro. Provò paura. Quella
vista lo ipnotizzò ed un brivido gli corse lungo la schiena. Passarono giorni
prima di riuscire a dimenticare quanto aveva visto. Continuava a pensare che
c’era qualcosa di sinistro al di là di quell’inferriata, ma non riusciva a
capire cosa. Perché non si era mai accorto di quella struttura sotterranea?
Alla
fine del giorno in cui ha inizio questo racconto, Paolo andò a vedere il turno
che avrebbe svolto l’indomani.
Provò una sensazione di disagio quando vide che avrebbe lavorato di nuovo di
notte. <<Ancora?>> sbottò.
Seppe che quattro suoi colleghi erano a letto con la febbre e lui doveva
sostituirli.
Il giorno dopo, ancora contrariato, si preparò alla notte. Come un lampo la
mente tornò alla grata. Di nuovo paura. Scacciò quel sinistro pensiero ed alle
19:00 uscì di casa.
Alle 20:00 salutò il collega smontante e si diresse verso il box.
Alle 00:25 finì di leggere un libro. Si guardò intorno e non vide nessuno. Si
diresse alla banchina. Aveva paura ma quello era un suo dovere. Arrivò in fondo
alle scale e non vide anima viva. All’improvviso sentì un rumore provenire dalla
fine della banchina.
La testa di Paolo scattò in quella direzione ma non vide nessuno. Si avvicinò e
mentre camminava, il timore cresceva. Guardò all’interno dell’inferriata.
Era buio ed un silenzio surreale lo fece cadere in un apparente torpore. Guardò
per terra e i suoi occhi correvano lungo tutto il pavimento. Il suo sguardo salì
lungo il muro che copriva il piccolo corridoio di destra e si fermò quando dal
buio uscirono due occhi gialli e maligni. Paolo si irrigidì terrorizzato. La
bestia emerse dall’oscurità e con un ululato disumano si avventò contro la
grata. Era un lupo mannaro alto due metri. Paolo lo guardò mentre cercava di
strappare via l’inferriata. La paura si impossessò del corpo di Paolo
impedendogli di muoversi. Altri tre licantropi uscirono dai due corridoi e si
avventarono contro la grata scotendola come un ramo.
Con enorme sforzo, Paolo realizzò il pericolo ed iniziò a correre verso le scale
gridando come un ossesso. Sentiva dietro di sé lo sbattere violento
dell’inferriata che stava per cedere e i licantropi che ululavano alla luna come
in un sinistro canto.
Si precipitò all’uscita della metropolitana ma si vide sbarrata la strada dal
cancello di ferro chiuso. Con la coda dell’occhio vide che erano le due passate.
Si sentì morire quando pensò che era stato proprio lui, prima di scendere alla
banchina a chiudere la stazione. Le chiavi! doveva prenderle! Scattò verso il
gabbiotto. Le prese e corse verso il cancello. Si impose di essere calmo, ma le
mani gli tremavano terribilmente. La serratura era divenuta piccolissima.
Individuò la chiave e la scagliò contro la serratura, ma il colpo fu così rapido
ed irruento che la chiave cozzò contro il duro metallo e rimbalzò scappando
dalle mani di Paolo. Lo scoramento ottenebrò la sua mente mentre gli occhi
osservavano le chiavi ormai fuori dal cancello. Si chinò ed infilò il braccio
tra le due inferriate. Stirò l'arto fino allo spasimo ma riusciva solo a
sfiorare le chiavi. Imprecò provando un'altra volta. La sorte lo stava beffando
rendendo vana la sua lotta per la vita.
Ad un tratto un suono sordo lo fece trasalire. La grata aveva ceduto. Ora
stavano correndo da lui per sbranarlo. Era un branco di lupi mannari e sentiva
il terribile rumore delle loro grandi zampe che cozzavano pesanti sul pavimento
tra ruggiti ed ululati.
Paolo si nascose dietro un muro che gli permetteva di scorgere tutta la sala.
Cercò di trattenere il suo respiro pesante ed affaticato. La mano scattò alla
cintura dove trovò la pistola di servizio. Si sporse e li vide.
Erano
in cima alle scale. Si guardavano intorno per cercare di scovare la loro preda.
La bava usciva dalla bocca affamata e i loro occhi gialli e diabolici roteavano
da un parte all’altra impazziti di rabbia. Iniziarono a camminare lentamente
proprio in direzione di Paolo che si tirò indietro invaso dal terrore.
Si accorse di fissare un bottone. L'ascensore!
Premette il pulsante con forza e quando le porte si aprirono entrò con uno
scatto fulmineo. Con la coda dell’occhio vide il muso di un mannaro sbucare da
dietro il muro.
Paolo spinse il bottone ma l’ascensore non si mosse. Premette più volte e tra
lacrime di disperazione iniziò a dare dei pugni.
Capì che per lui era la fine quando gli artigli del lupo penetrarono tra le due
ante del piccolo ascensore. Le possenti zampe divelsero le porte e Paolo si
trovò davanti i licantropi famelici che gli furono addosso immediatamente. Sparò
e l'ultima cosa che vide fu uno dei proiettili penetrare nel braccio possente
del primo licantropo. Ma nulla riuscì a fermarli. Le bestie lo uccisero in poco
meno di dieci secondi e quello che rimase lo trascinarono via nel luogo angusto
da dove erano usciti.
Alle 5:30 del mattino la polizia chiuse la fermata di Termini. Tra mille voci,
vi erano anche quelle dei quattro colleghi che Paolo aveva sostituito:
<<Avete visto che luna stanotte?>>
I restanti tre annuirono sorridendo.