LILITH
Le Sfere d’oro,
concentriche all’Universo dei Sogni Infranti, recano incisa a fuoco la storia di
Lilith,
signora dei corvi e delle
tempeste.
Un tempo, creatura di
cristallo, viveva nel cuore d’Entròpia, terra dove dimorano fiabe dimenticate ed
antichi dèi.
Qui, in una gola nascosta
da foreste smeraldoMetalliche, ai cui rami dondolano angeli impiccati
(l’iridescenza delle loro
ali putrefatte rischiara la via per Amaranth)
splendeva remoto il
Teatro.
Il Teatro d’Amaranth era
sinfonia rossoSangue di drappi e poltrone in boccio, fiori scarlatti mescolati a
lacca su legno pregiato. Figlia legittima di musica triste, Lilith danzava
regina di sguardi rapiti tendendosi aracniDea su coreografie infernali,
(Lilith aveva le ali)
come un angelo o un
demonio.
Una fata.
Roteando d’arti armonici
nel vuoto, era luce a perdersi nelle noteLabirinto del golfo mistico.
Era fata d’Amaranth e una
notte.
Una notte, la sua magia si
frantumò.
Le fiamme leccavano il
cielo di braci preziose e oro in fusione d’urla. L’incendio aveva dormito
sognandola, sotto il palco divorò ogni cosa quando.
Esplose.
Esplose Amaranth d’etere
perfetto e rose appena colte.
La sensazione dei petali
sulla pelle era palpebre d’elfo a piangerla d’amore prezioso ma.
Lilith perse una gamba e
Amaranth fu cenere implodendola danzando.
Fu cratere di polvere nel
cuore spinato dell’Eden.
Superstite le rimanevano
le ali,
(superstite di un’era
maledetta)
l’era delle fate tristi d’Amaranth.
Sola fra le ombre, Lilith
lasciò la valle d’Amaranth in eterno bruciata.
Esule, strisciò sul
proprio dolore sino a Dys, dominio di demoni ribelli, sanguinari e traditori,
vampiri d’anime.
La città sorgeva coagulata
nel deserto, blocco di carneAcciaio circondato da Stige di petrolio e liquami.
Viscido polmone dell’Inferno, celato nelle sue fondamenta, Dys chiamava Lilith
dalla terra di fate. Appoggiandosi ad una stampella, dovette scegliere un
Flegiàs a caso fra i traghettatori alle porte della città, e pagare con una
fiala di sangue il suo servizio. Il demone, putrido Incubo delle cerchie
inferiori, disse che gli sarebbe servito per lubrificare le notti nei vicoli di
Dys, fondendo a scopate lisergiche visioni.
Il sangue di fata è un
potente elisir, sussurrò.
La Clinica
era una cattedrale infetta di spiriti mutilati, larve incapaci di morire,
condannate all’agonia cosciente. Si abbarbicavano sulle pareti affrescate
avvolgendosi in bozzoli di tela di ragno, lattiginose amniotiche culle sospese
nel vuoto. Dalle loro nicchie annerite, statue strabiche di santi guardavano con
idiota dolcezza quegli aborti intradimensionali.
Qualcuno si prese cura di
lei.
Lilith non poteva danzare
con un innesto d’acciaio.
Dall’articolazione del
ginocchio era metallo insensibile al tatto, ed imperfetto ibrido zoppicava con
grazia vistosa, strappando equilibri classici dilaniandosi i muscoli, eppure.
Eppure,
(sfiora le sue lacrime
fredde le sue labbra di sangue)
riusciva solo a cadere.
Divenne puttana cyborg a
danzare sgraziata fra vicoli e fogne.
Stringendosi nelle ali
cercava calore vendendo rimpianti.
Sdrucita nell’intimità del
suo corpo acerbo, Lilith tremava ad ogni sguardo.
Ad Amaranth aveva danzato
per amore, davanti alle favole della sua infanzia mai nata, ed ora, per amore di
una musica triste che le echeggiava dentro, si lasciava morire.
Una notte, stretta nel
cappotto fra le sue ali, entrò nel Catatonia, taverna sepolta.
Salì sul montacarichi non
sola, e scendendo lungo la struttura tubolare, nel rugginoso ventre della città,
il suo cuore seguiva il battito profondo di bassi attutiti.
Lilith si muoveva fra
corpi di corpi surriscaldati d’alcol e allucinoCristalli: il locale era un
sarcofago pieno di gente e luci e musica death, Lilith non vedeva nulla poi.
Dimenticò perché fosse lì,
(era lì ad adescare
qualcuno a vendersi a prezzo ridotto era lì per scoparsi l’anima e bersi solo un
po’ di. Calore.)
dimenticò i secoli.
Lui era seduto accanto ad
una delle casse, i capelli rasati e la barba istoriata in tribali, una mano
contratta sul vetro di un bicchiere vuoto, lo sguardo vitreo fisso su di lei.
Un Mercenario, forse
reduce di Megiddo.
Nei suoi occhi non c’erano
né odio né depravazione, solo tranquilla, infinita dolcezza. Lilith non ne aveva
mai vista.
Qualcuno si avvicinò.
Qualcuno le disse che Adam
non avrebbe scopato nessuno, quella notte, che si dedicasse a chi avesse davvero
bisogno di lei.
Ma Lilith non era più lì.
Era tornata ad Amaranth,
circondata dalla musica perfetta che ricreava nella sua anima, e l’ascoltava
riflessa negli occhi limpidi di questo soldato che non scostava lo sguardo dal
suo.
Quando gli fu accanto,
Lilith tremò di un pianto inconsapevole e sorrise per la prima volta in quella
città.
Gli universi, ruotando,
per un istante s’incepparono, e la taverna piombò nel silenzio,
(il sorriso di una fata)
ma Lilith non se ne
accorse.
Chiuse gli occhi.
Si genuflesse a baciare le
labbra dell’uomo chiamato Adam.
Erano gelide.
Fu rinchiusa nella Casa
della Luce Nera.
Lilith rimaneva per ore
davanti allo specchio, fondendosi con esso.
Divenne mercurio,
coscienza vetrificata, corpo liquefatto ad osservare la sua cella buia.
Senza porte né finestre.
Lilith era un fiore
anoressico sbocciato all’Inferno.
I capelli sfilacciati
celavano il volto biancOscuro coperto d’ombre appiccicose mentre
(ali divenute brandelli di
mica membranosa)
infilava un ago
nell’avambraccio scheletrico.
Come laccio emostatico,
una rosa morta.
(Nella penetrazione geme
di sverginata estasi, le pupille arrovesciate traboccano di cornea nel suo
teschio elegante finché)
gocciolata nella sua
dimensione putrefatta, intravide nello specchio l’ombra della Bestia.
Si sollevò sulle gambe
spezzate e sporcandosi di ombre mestrue tese innanzi le mani semiMutile
scuotendo le spalle lussate.
Le sue ali sanguinavano
riflettendola, milioni di volte.
Lacrime d’oro trasudate
dalla Follia si fusero in curvature orbitali
(lo spazioTempo si
filigrana di prezioso dolore)
fino a trafiggerla mani
piedi costato, crocifissa nel vuoto spiegò le ali per offrirsi meglio all’orrore
della decomposta se stessa.
Sangue nero colava lento
lungo l’interno delle sue gambe nude.
Il suggello osceno del
Patto.
Ascolta, ora, il grido
straziato di colei che vaga nella notte, demone infetto.
Nelle armoniche
insanguinate della sua voce troverai la triste melodia delle fate d’Amaranth.
E magari, nella calda
quiete che precede il sonno, troverai i suoi occhi.
E il tuo stesso sangue fra
le lenzuola.