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Biografia dell'autore
 

Francesca Cavallero
 

 

 

 

LILITH

 

Le Sfere d’oro, concentriche all’Universo dei Sogni Infranti, recano incisa a fuoco la storia di Lilith,

signora dei corvi e delle tempeste.

Un tempo, creatura di cristallo, viveva nel cuore d’Entròpia, terra dove dimorano fiabe dimenticate ed antichi dèi.

Qui, in una gola nascosta da foreste smeraldoMetalliche, ai cui rami dondolano angeli impiccati

(l’iridescenza delle loro ali putrefatte rischiara la via per Amaranth)

splendeva remoto il Teatro.

 

Il Teatro d’Amaranth era sinfonia rossoSangue di drappi e poltrone in boccio, fiori scarlatti mescolati a lacca su legno pregiato. Figlia legittima di musica triste, Lilith danzava regina di sguardi rapiti tendendosi aracniDea su coreografie infernali,

(Lilith aveva le ali)

come un angelo o un demonio.

Una fata.

Roteando d’arti armonici nel vuoto, era luce a perdersi nelle noteLabirinto del golfo mistico.

Era fata d’Amaranth e una notte.

Una notte, la sua magia si frantumò.

Le fiamme leccavano il cielo di braci preziose e oro in fusione d’urla. L’incendio aveva dormito sognandola, sotto il palco divorò ogni cosa quando.

Esplose.

Esplose Amaranth d’etere perfetto e rose appena colte.

La sensazione dei petali sulla pelle era palpebre d’elfo a piangerla d’amore prezioso ma.

Lilith perse una gamba e Amaranth fu cenere implodendola danzando.

Fu cratere di polvere nel cuore spinato dell’Eden.

Superstite le rimanevano le ali,

(superstite di un’era maledetta)

l’era delle fate tristi d’Amaranth.

 

Sola fra le ombre, Lilith lasciò la valle d’Amaranth in eterno bruciata.

Esule, strisciò sul proprio dolore sino a Dys, dominio di demoni ribelli, sanguinari e traditori, vampiri d’anime.

La città sorgeva coagulata nel deserto, blocco di carneAcciaio circondato da Stige di petrolio e liquami. Viscido polmone dell’Inferno, celato nelle sue fondamenta, Dys chiamava Lilith dalla terra di fate. Appoggiandosi ad una stampella, dovette scegliere un Flegiàs a caso fra i traghettatori alle porte della città, e pagare con una fiala di sangue il suo servizio. Il demone, putrido Incubo delle cerchie inferiori, disse che gli sarebbe servito per lubrificare le notti nei vicoli di Dys, fondendo a scopate lisergiche visioni.

Il sangue di fata è un potente elisir, sussurrò.

 

La Clinica era una cattedrale infetta di spiriti mutilati, larve incapaci di morire, condannate all’agonia cosciente. Si abbarbicavano sulle pareti affrescate avvolgendosi in bozzoli di tela di ragno, lattiginose amniotiche culle sospese nel vuoto. Dalle loro nicchie annerite, statue strabiche di santi guardavano con idiota dolcezza quegli aborti intradimensionali.

Qualcuno si prese cura di lei.

 

Lilith non poteva danzare con un innesto d’acciaio.

Dall’articolazione del ginocchio era metallo insensibile al tatto, ed imperfetto ibrido zoppicava con grazia vistosa, strappando equilibri classici dilaniandosi i muscoli, eppure.

Eppure,

(sfiora le sue lacrime fredde le sue labbra di sangue)

riusciva solo a cadere.

 

Divenne puttana cyborg a danzare sgraziata fra vicoli e fogne.

Stringendosi nelle ali cercava calore vendendo rimpianti.

Sdrucita nell’intimità del suo corpo acerbo, Lilith tremava ad ogni sguardo.

Ad Amaranth aveva danzato per amore, davanti alle favole della sua infanzia mai nata, ed ora, per amore di una musica triste che le echeggiava dentro, si lasciava morire.

Una notte, stretta nel cappotto fra le sue ali, entrò nel Catatonia, taverna sepolta.

Salì sul montacarichi non sola, e scendendo lungo la struttura tubolare, nel rugginoso ventre della città, il suo cuore seguiva il battito profondo di bassi attutiti.

Lilith si muoveva fra corpi di corpi surriscaldati d’alcol e allucinoCristalli: il locale era un sarcofago pieno di gente e luci e musica death, Lilith non vedeva nulla poi.

Dimenticò perché fosse lì,

(era lì ad adescare qualcuno a vendersi a prezzo ridotto era lì per scoparsi l’anima e bersi solo un po’ di. Calore.)

dimenticò i secoli.

Lui era seduto accanto ad una delle casse, i capelli rasati e la barba istoriata in tribali, una mano contratta sul vetro di un bicchiere vuoto, lo sguardo vitreo fisso su di lei.

Un Mercenario, forse reduce di Megiddo.

Nei suoi occhi non c’erano né odio né depravazione, solo tranquilla, infinita dolcezza. Lilith non ne aveva mai vista.

Qualcuno si avvicinò.

Qualcuno le disse che Adam non avrebbe scopato nessuno, quella notte, che si dedicasse a chi avesse davvero bisogno di lei.

Ma Lilith non era più lì.

Era tornata ad Amaranth, circondata dalla musica perfetta che ricreava nella sua anima, e l’ascoltava riflessa negli occhi limpidi di questo soldato che non scostava lo sguardo dal suo.

Quando gli fu accanto, Lilith tremò di un pianto inconsapevole e sorrise per la prima volta in quella città.

Gli universi, ruotando, per un istante s’incepparono, e la taverna piombò nel silenzio,

(il sorriso di una fata)

ma Lilith non se ne accorse.

Chiuse gli occhi.

Si genuflesse a baciare le labbra dell’uomo chiamato Adam.

Erano gelide.

 

Fu rinchiusa nella Casa della Luce Nera.

Lilith rimaneva per ore davanti allo specchio, fondendosi con esso.

Divenne mercurio, coscienza vetrificata, corpo liquefatto ad osservare la sua cella buia.

Senza porte né finestre.

Lilith era un fiore anoressico sbocciato all’Inferno.

I capelli sfilacciati celavano il volto biancOscuro coperto d’ombre appiccicose mentre

(ali divenute brandelli di mica membranosa)

infilava un ago nell’avambraccio scheletrico.

Come laccio emostatico, una rosa morta.

(Nella penetrazione geme di sverginata estasi, le pupille arrovesciate traboccano di cornea nel suo teschio elegante finché)

gocciolata nella sua dimensione putrefatta, intravide nello specchio l’ombra della Bestia.

Si sollevò sulle gambe spezzate e sporcandosi di ombre mestrue tese innanzi le mani semiMutile scuotendo le spalle lussate.

Le sue ali sanguinavano riflettendola, milioni di volte.

Lacrime d’oro trasudate dalla Follia si fusero in curvature orbitali

(lo spazioTempo si filigrana di prezioso dolore)

fino a trafiggerla mani piedi costato, crocifissa nel vuoto spiegò le ali per offrirsi meglio all’orrore della decomposta se stessa.

Sangue nero colava lento lungo l’interno delle sue gambe nude.

Il suggello osceno del Patto.

 

 

 

Ascolta, ora, il grido straziato di colei che vaga nella notte, demone infetto.

Nelle armoniche insanguinate della sua voce troverai la triste melodia delle fate d’Amaranth.

E magari, nella calda quiete che precede il sonno, troverai i suoi occhi.

E il tuo stesso sangue fra le lenzuola.