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LORO ERANO LI’
Matt
non ricordava più da quanto tempo era nascosto in quel
luogo, giorni settimane mesi, il tempo si era fermato le
giornate trascorrevano uguali senza nessun mutamento.
La
notte non dormiva, rimaneva sveglio , attento a qualsiasi
rumore, con una torcia in mano pronto ad accenderla in caso
di attacco. All’inizio era stato faticoso invertire il
proprio ritmo dormi–veglia, adesso era diventato normale
dormire di giorno, era snervante dover essere guardinghi,
essere attenti al minimo rumore, ma la lotta per la
sopravvivenza sfoggia caratteristiche della tua personalità
che prima non pensavi di possedere.
Già,
Matt quello che tutti prendevano in giro a scuola, lo smilzo
ed occhialuto Matt, adesso era il solo sopravvissuto
nell’edificio scolastico, o almeno così pensava, non si era
avventurato negli altri piani. Avrebbe dovuto farlo, magari
qualcun altro era nelle sue stesse condizioni. Chissà.
Aveva troppo terrore. Poi non gli mancava nulla, la classe
era vicina alla mensa, il cibo non mancava. Avrebbe voluto
conoscere cosa succedeva all’esterno, ma preferiva restare
all’oscuro, e magari immaginare che fuori vi era tutta la
polizia schierata nell’attesa di trovare il momento propizio
per liberare la scuola. Già, sperare, sognare, immaginare
era l’unica cosa che poteva fare, non perdere la speranza
era vitale, altrimenti avrebbe ceduto e presto anche lui
sarebbe caduto nelle loro mani.
Loro
erano lì.
La
notte avvertiva la loro presenza. Sentiva il rumore lungo i
muri, erano abili come i gatti, ne percepiva l’odore
nauseante che filtrava dagli infissi delle finestre, odore
di marcio, odore di morte. Sentiva le loro unghie grattare
contro i vetri, loro sapevano che vi era ancora qualcuno in
vita, stavano nell’attesa di una sua mossa falsa, se si
fosse addormentato, se avesse dimenticato una finestra
aperta o se avessero sentito la sua voce: sarebbero entrati.
Un po’
di tregua era durante il giorno, poteva riposare, allentare
la tensione. Tuttavia le ore passate in silenzio, senza
nessuno con cui scambiare una parola,erano diventate
intollerabili, prima del giorno dell’attacco, non era stato
difficile isolarsi da tutti, adesso essere solo era
differente. Giurò a se stesso che se fosse riuscito a
sopravvivere sarebbe cambiato, avrebbe parlato con tutti,
non sarebbe stato un essere solitario, avrebbe accettato di
andare a giocare a basket con i compagni del liceo, di
andare al cinema con kelly , la ragazza del terzo anno ,
occhialuta anche lei, che più volte lo aveva invitato, ma
lui, per timidezza e per scelta, non aveva mai accettato.
Giurò che avrebbe studiato meno, basta con ore e ore
passate sui libri di fisica. Sballo, divertimento e amici
lo attendevano.
Lacrime silenziose scesero sul suo volto. Quando tutto
questo sarebbe accaduto?
Sarebbe morto senza aver mai provato nessuna emozione,
questo pensiero lo faceva soffrire più dell’ idea di morire.
Si
asciugò le lacrime. Prese una decisione. Lui, il codardo,
sarebbe andato in esplorazione al piano superiore.
In
silenzio, cercando di non fare il minimo rumore, si avviò.
Arrivò in cima alle scale decise di dirigersi verso la
biblioteca. La fronte era imperlata di sudore. La tentazione
di tornare indietro era forte, ma la solitudine pesava,
doveva trovare qualcuno, una persona, un cane, un gatto,
anche un topo, giusto per avere di fronte un essere vivente.
Entrò
nella biblioteca restò impietrito, le finestre erano
spalancate, sul pavimento giacevano alcuni vestiti in
posizione fetale, vestiti che sembravano sacchetti vuoti, ma
che avevano contenuto un corpo, caldo, vivo, adesso erano
solo dei vuoti contenitori, testimonianza di un corpo che
era stato rubato, carpito, ucciso. Cadde in ginocchio,
accarezzò quei vestiti, adesso le lacrime non erano
silenziose, scoppiò in un pianto convulso, il torace
mingherlino era scosso da violenti singhiozzi.
Improvvisamente una mano si posò sulla sua spalla, si girò
di scatto, cadde su un vestito, indietreggiò, non riusciva
ammettere a fuoco, gli occhi erano ancora annebbiati dalle
lacrime, poi lentamente cominciò a visualizzare. Una ragazza
lo fissava, le parole le uscirono con fatica dalla bocca,
poi gli chiese chi era:
“Io
sono Masha, tu?”
“Matt”
rispose con un filo di voce
“Sopravvissuto anche te all’attacco vero?”
“Si,
sei sola?”
“Sì e
tu?”
“Idem.”
Finalmente un viso, una persona con cui parlare.
Gli
chiese di quei corpi vuoti.
Masha
rispose che erano i suoi amici, sopravvissuti per mesi,
poi due sere prima si erano addormentati e nella notte Loro
erano arrivati . Lei si era salvata nascondendosi in uno
scaffale, nessuno l’aveva vista.
Decisero di restare insieme, al piano inferiore dove c’era
il cibo.
Arrivò
il crepuscolo, Matt chiuse tutte le tende e chiamò Masha
vicino a sé, avrebbe passato una notte sveglio, ma con il
calore di qualcuno accanto. Si girò verso di lei per
abbracciarla, solo allora si accorse del viso butterato, in
un istante capì che anche lei non era stata risparmiata.
Matt si alzò lentamente in piedi e rimpianse in un secondo
di aver messo da parte la sua eterna codardia, ed essersi
spinto fuori del suo angolo sicuro. Capì di aver perso tutte
le speranze Loro avevano vinto. Masha, alla luce del
bagliore lunare, si era trasformata i suoi occhi girati
lasciavano intravedere il bulbo oculare bianco, i capelli
cadevano a chiazze, il viso era solo un teschio con alcuni
strati di pelle avvizzita incollati, la bocca mostrava tutta
la dentatura, brandelli della sua pelle cadevano, si
intravedevano parti dello scheletro. Matt ormai non aveva
scampo. Ù
Era
finita.
Masha
si avvicinò a lui e con un morso gli strappò l’ultimo alito
di vita.
Adesso
tutta la scuola era in mano a loro: gli zombi.
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