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Biografia dell'autore
 

Maria Lucia Ferlisi
 

 

 

 

LORO ERANO LI’

 

Matt non ricordava più da quanto tempo era nascosto in quel luogo, giorni settimane mesi, il tempo si era fermato le giornate trascorrevano uguali senza nessun mutamento.

La notte non dormiva, rimaneva sveglio , attento a qualsiasi rumore, con una torcia in mano pronto ad accenderla in caso di attacco. All’inizio era stato faticoso invertire il proprio ritmo dormi–veglia, adesso era diventato normale dormire di giorno, era snervante dover essere guardinghi, essere attenti al minimo rumore, ma la lotta per la sopravvivenza sfoggia caratteristiche della tua personalità che prima non pensavi di possedere.

Già, Matt quello che tutti prendevano in giro a scuola, lo smilzo ed occhialuto Matt, adesso era il solo sopravvissuto nell’edificio scolastico, o almeno così pensava, non si era avventurato negli altri piani. Avrebbe dovuto farlo, magari qualcun altro era nelle sue stesse condizioni. Chissà.   Aveva troppo terrore. Poi non gli mancava nulla, la classe era vicina alla mensa, il cibo non mancava. Avrebbe voluto conoscere cosa succedeva all’esterno, ma preferiva restare all’oscuro, e magari immaginare che fuori vi era tutta la polizia schierata nell’attesa di trovare il momento propizio per liberare la scuola. Già, sperare, sognare, immaginare era l’unica cosa che poteva fare, non perdere la speranza era vitale, altrimenti avrebbe ceduto e presto anche lui sarebbe caduto nelle loro mani.

 Loro erano lì.

La notte avvertiva la loro presenza. Sentiva il rumore lungo i muri, erano abili come i gatti, ne percepiva l’odore nauseante che filtrava dagli infissi delle finestre, odore di marcio, odore di morte. Sentiva le loro unghie grattare contro i vetri, loro sapevano che vi era ancora qualcuno in vita, stavano nell’attesa di una sua mossa falsa,  se si fosse addormentato,   se avesse dimenticato una finestra aperta o se avessero sentito la sua voce: sarebbero entrati.

Un po’ di tregua era durante il giorno, poteva riposare, allentare la tensione. Tuttavia le ore passate in silenzio, senza nessuno con cui scambiare una parola,erano diventate intollerabili, prima del giorno dell’attacco, non era stato difficile isolarsi da tutti, adesso essere solo era differente. Giurò a se stesso che se fosse riuscito a sopravvivere sarebbe cambiato, avrebbe parlato con tutti,  non sarebbe stato un essere solitario, avrebbe accettato di andare a giocare a basket con i compagni del liceo, di andare al cinema con kelly , la ragazza del terzo anno , occhialuta anche lei, che più volte lo aveva invitato, ma lui, per timidezza e  per  scelta, non aveva mai accettato. Giurò che avrebbe studiato meno, basta con ore e ore  passate sui libri di fisica. Sballo, divertimento e amici lo attendevano.

Lacrime silenziose scesero sul suo volto. Quando tutto questo sarebbe accaduto?

Sarebbe morto senza aver mai provato nessuna emozione, questo pensiero lo faceva soffrire più dell’ idea di morire.

Si asciugò le lacrime. Prese una decisione. Lui, il codardo, sarebbe andato in esplorazione al piano superiore.

In silenzio, cercando di non fare il minimo rumore, si avviò. Arrivò in cima alle scale decise di dirigersi verso la biblioteca. La fronte era imperlata di sudore. La tentazione di tornare indietro era forte, ma la solitudine pesava, doveva trovare qualcuno, una persona, un cane, un  gatto, anche un topo, giusto per avere di fronte un essere vivente.

Entrò nella biblioteca restò impietrito, le finestre erano spalancate, sul pavimento giacevano alcuni vestiti in posizione fetale, vestiti che sembravano sacchetti vuoti, ma che avevano contenuto un corpo, caldo, vivo, adesso erano solo dei vuoti contenitori, testimonianza di un corpo che era stato rubato, carpito, ucciso. Cadde in ginocchio, accarezzò quei vestiti, adesso le lacrime non erano silenziose, scoppiò in un pianto convulso, il torace mingherlino era scosso da violenti singhiozzi. Improvvisamente una mano si posò sulla sua spalla, si girò di scatto, cadde su un vestito, indietreggiò, non riusciva ammettere a fuoco, gli occhi erano ancora annebbiati dalle lacrime, poi lentamente cominciò a visualizzare. Una ragazza lo fissava, le parole le uscirono con fatica dalla bocca, poi gli chiese chi era:

“Io sono Masha,  tu?”

“Matt” rispose con un filo di voce

“Sopravvissuto anche te all’attacco vero?”

“Si, sei sola?”

“Sì e tu?”

“Idem.”

Finalmente un viso, una persona con cui parlare.

Gli chiese di quei corpi vuoti.

Masha rispose che  erano i suoi amici, sopravvissuti per  mesi, poi due sere prima si erano addormentati e nella notte Loro erano arrivati . Lei si era salvata nascondendosi in uno scaffale, nessuno l’aveva vista.

Decisero di restare insieme,  al piano inferiore dove c’era il cibo.

Arrivò il crepuscolo, Matt chiuse tutte le tende e chiamò Masha vicino a sé, avrebbe passato una notte sveglio, ma con il calore di qualcuno accanto. Si girò verso di lei per abbracciarla, solo allora si accorse del viso butterato, in un istante capì che anche lei non era stata risparmiata. Matt si alzò lentamente in piedi e rimpianse in un  secondo di aver messo da parte la sua eterna codardia, ed essersi spinto fuori del suo angolo sicuro. Capì di aver perso tutte le speranze Loro avevano vinto. Masha, alla luce del bagliore lunare, si era trasformata i suoi occhi girati lasciavano intravedere  il bulbo oculare bianco, i capelli cadevano a chiazze, il viso era solo un teschio con alcuni strati di pelle avvizzita incollati, la bocca mostrava tutta la dentatura,  brandelli della sua pelle cadevano, si intravedevano parti dello scheletro. Matt ormai non aveva scampo. Ù

Era finita.

Masha si avvicinò a lui e con un morso gli strappò l’ultimo alito di vita.

Adesso tutta la scuola era in mano a loro: gli zombi.