Fin da quando ero piccolo,
la paura per il buio mi ha perseguitato.
I miei genitori mi avevano
mandato da diversi psichiatri: molti supponevano che si trattasse di un problema
legato alla famiglia, altri invece supponevano che ci fossero state delle
questioni che mi avevano segnato, con qualche bulletto, nei primi anni di
scolarizzazione. Tutte ipotesi.
Il motivo scatenante non
si era mai capito con certezza e io ero rimasto con le mie paure: a quasi
vent’anni suonati mi ritrovavo a dover dormire con l’ abat-jour accesa.
In
verità c’era qualcosa che mi perseguitava: quegli occhi piccoli, di un rosso
acceso che avevo visto in fondo alla mia camera, nella penombra, quando ero un
bambino.
Ne avevo parlato con tutti
gli specialisti che avevo incontrato e tutti mi avevano detto che probabilmente
si era trattato di un sogno e che un incubo non poteva aver scatenato queste
paure in me; col tempo avevo iniziato a crederci pure io. Ma non ero mai stato
tanto convinto di ciò.
Simone! Ancora una volta
ti sei addormentato davanti alla TV! Non puoi andare avanti così!
Già, era una settimana che
mi addormentavo sul divano la sera e mi svegliava mia madre alla mattina per
mandarmi al lavoro.
Il fatto è che negli
ultimi tempi mi sentivo particolarmente strano, avevo la sensazione che quando
mi trovavo in una stanza
da solo, non lo ero veramente: sentivo sempre una presenza, avvertivo qualcuno
che mi osservava, che mi guardava e scrutava ogni mio più piccolo movimento; per
questo motivo da quando avevo cominciato a sentirmi in quel modo avevo deciso di
guardare la televisione fino a quando non mi addormentavo.
Mi avviai verso l’
edificio in cui lavoravo come disegnatore di fumetti. La strada era deserta ma
continuavo a sentirmi guardato. Rivolgevo lo sguardo a destra e a sinistra,
oltre le mie spalle e fu per quel motivo che andai a sbattere contro Il Matto,
un anziano, malato di mente che gironzolava senza meta per il mio quartiere da
diversi anni, avevo suoi ricordi già quando ero bambino ed era uguale ad allora,
sembrava che per lui il tempo si fosse fermato.
Il Matto mi fissò con
insistenza, con quei suoi occhi di ghiaccio. Mi scusai per la disattenzione e
continuai il mio cammino. Lui mi seguì con lo sguardo e mi urlò dietro Sta
arrivando!
A quelle parole mi
pietrificai.
Sta
arrivando! Tu sei il primo della lista. Arriverà per te.
Rimasi un po’ lì, poi
decisi di non dare peso alle parole di un pazzo e continuai, non avevo
intenzione di arrivare in ritardo al lavoro per colpa sua.
Attualmente stavo lavorando ai disegni di un nuovo fumetto, il personaggio
principale era già stato approvato dai miei superiori, lo aveva disegnato il
figlio del capo di
appena 12 anni, ma l’ antagonista, il cattivo della situazione, nonostante tutti
i miei sforzi, non era ancora stato realizzato e sentirmi in quelle condizioni
di certo non aiutava.
Simo, il capo ti vuole nel
suo ufficio.
Appena arrivato il mio
collega mi da subito questo annuncio: fantastico! Abbinato al fatto che questa
mattina ho anche incontrato Il Matto, credo di poter affermare con sicurezza di
aver già fatto giornata!
Quando il capo chiama in
ufficio non è mai un buon segnale.
Allerghi Simone, ottimo
disegnatore, ha frequentato il corso per fumettisti con ottimo profitto… Ma
tutti questi pregi, nel tuo lavoro io non le colgo. Ho addirittura dovuto
chiedere a mio figlio di fare il lavoro che avresti dovuto fare tu.
Mi dispiace, ma sei
licenziato.
Il mondo mi cadde addosso.
Uscìì dall’ ufficio e vidi il bambino disegnare ad una postazione.
Che
cosa stai disegnando?
Gli chiesi, avvicinandomi
a lui.
Sto disegnando il cattivo
del nuovo fumetto di papà.
Scrutai il foglio. Un
brivido mi pervase.
Do…
Dove hai preso l’ ispirazione per questo personaggio?
Era in camera mia. Ieri
sera.
Quei occhi piccoli e rossi
impressi su carta, non potevano che essere quelli che avevo visto anche io da
bambino.
Corsi a casa. Vidi Il
Matto seduto per strada.
Chi
arriverà a prendermi? Chi è? DIMMELO!
Lui mi fissò e scoppiò in
una fragorosa risata.
Avertii qualcosa.
Cominciai a correre perdifiato verso la mia abitazione.
Corri a casa. Lui è già
arrivato.
Urlava Il Matto ridendo.
Aprii
la porta e vidi mia madre riversa sulle scale con gli occhi sbarrati,
terrorizzati. Ovunque era sporco di sangue e il corpo era in una posizione
innaturale. Le sentii
il polso: era morta.
VIENI A PRENDERMI! SONO
QUI! Urlai in
preda alla disperazione e alla collera.
Il soffitto tremò. Nei
muri si aprirono diverse crepe. Davanti a me si materializzò un’ orrenda bestia
nera, alta più di due metri che mi fissava con quei suoi piccoli occhi rossi.
L’ unica cosa intelligente
da fare in quel momento mi sembrò quella di scappare. Il mostro mi inseguì
ringhiando e sbraitando, distruggendo tutto ciò che incontrava.
Mi raggiunse in un attimo,
mi prese e mi sbatté contro il muro. La testa cominciò a sanguinarmi.
La bestia cominciò a
infilzarmi con gli artigli, a sbrindellarmi le carni coi denti, a torcermi come
fossi un pupazzo.
Mi lanciò contro un
tavolino. Rimasi lì immobile, sapevo che era arrivata la fine per me e non
potevo sconfiggerlo. La belva rimase ferma dov’era, quasi impaurita. Tornai con
la mente alla sera in cui lo vidi in camera mia: sul comodino quella notte avevo
una pietra dura, l’ agata rossa, la stessa che era sul tavolino, ormai
capovolto.
Con le poche forze che mi
rimanevano, riuscii ad alzarmi e a raccoglierla.
Il mostro indietreggiò.
Gliela lanciai addosso. Con un latrato agghiacciante si dissolse nell’ aria.
Nei giorni seguenti
scoprii che anche Il Matto era scomparso nel nulla. Nessuno seppe più nulla di
lui.
Ora finalmente potevo
dormire con la luce spenta.