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Biografia dell'autore
 

Federica Rubini

 

 

 

 

 

LUCE ACCESA

OCCHI ROSSI

 

Fin da quando ero piccolo, la paura per il buio mi ha perseguitato.

I miei genitori mi avevano mandato da diversi psichiatri: molti supponevano che si trattasse di un problema legato alla famiglia, altri invece supponevano che ci fossero state delle questioni che mi avevano segnato, con qualche bulletto, nei primi anni di scolarizzazione. Tutte ipotesi.

Il motivo scatenante non si era mai capito con certezza e io ero rimasto con le mie paure: a quasi vent’anni suonati mi ritrovavo a dover dormire con l’ abat-jour accesa.

In verità c’era qualcosa che mi perseguitava: quegli occhi piccoli, di un rosso acceso che avevo visto in fondo alla mia camera, nella penombra, quando ero un bambino.

Ne avevo parlato con tutti gli specialisti che avevo incontrato e tutti mi avevano detto che probabilmente si era trattato di un sogno e che un incubo non poteva aver scatenato queste paure in me; col tempo avevo iniziato a crederci pure io. Ma non ero mai stato tanto convinto di ciò.

 

Simone! Ancora una volta ti sei addormentato davanti alla TV! Non puoi andare avanti così!

Già, era una settimana che mi addormentavo sul divano la sera e mi svegliava mia madre alla mattina per mandarmi al lavoro.

Il fatto è che negli ultimi tempi mi sentivo particolarmente strano, avevo la sensazione che quando mi trovavo in una stanza da solo, non lo ero veramente: sentivo sempre una presenza, avvertivo qualcuno che mi osservava, che mi guardava e scrutava ogni mio più piccolo movimento; per questo motivo da quando avevo cominciato a sentirmi in quel modo avevo deciso di guardare la televisione fino a quando non mi addormentavo.

 

Mi avviai verso l’ edificio in cui lavoravo come disegnatore di fumetti. La strada era deserta ma  continuavo a sentirmi guardato. Rivolgevo lo sguardo a destra e a sinistra, oltre le mie spalle e fu per quel motivo che andai a sbattere contro Il Matto, un anziano, malato di mente che gironzolava senza meta per il mio quartiere da diversi anni, avevo suoi ricordi già quando ero bambino ed era uguale ad allora, sembrava che per lui il tempo si fosse fermato.

Il Matto mi fissò con insistenza, con quei suoi occhi di ghiaccio. Mi scusai per la disattenzione e continuai il mio cammino. Lui mi seguì con lo sguardo e mi urlò dietro Sta arrivando!

A quelle parole mi pietrificai.

Sta arrivando! Tu sei il primo della lista. Arriverà per te.

Rimasi un po’ lì, poi decisi di non dare peso alle parole di un pazzo e continuai, non avevo intenzione di arrivare in ritardo al lavoro per colpa sua.

Attualmente stavo lavorando ai disegni di un nuovo fumetto, il personaggio principale era già stato approvato dai miei superiori, lo aveva disegnato il figlio del capo di appena 12 anni, ma l’ antagonista, il cattivo della situazione, nonostante tutti i miei sforzi, non era ancora stato realizzato e sentirmi in quelle condizioni di certo non aiutava.

 

Simo, il capo ti vuole nel suo ufficio.

Appena arrivato il mio collega mi da subito questo annuncio: fantastico! Abbinato al fatto che questa mattina ho anche incontrato Il Matto, credo di poter affermare con sicurezza di aver già fatto giornata!

Quando il capo chiama in ufficio non è mai un buon segnale.

Allerghi Simone, ottimo disegnatore, ha frequentato il corso per fumettisti con ottimo profitto… Ma tutti questi pregi, nel tuo lavoro io non le colgo. Ho addirittura dovuto chiedere a mio figlio di fare il lavoro che avresti dovuto fare tu.

Mi dispiace, ma sei licenziato. 

Il mondo mi cadde addosso. Uscìì dall’ ufficio e vidi il bambino disegnare ad una postazione.

Che cosa stai disegnando?

Gli chiesi, avvicinandomi a lui.

Sto disegnando il cattivo del nuovo fumetto di papà.

Scrutai il foglio. Un brivido mi pervase.

Do… Dove hai preso l’ ispirazione per questo personaggio?

Era in camera mia. Ieri sera.

Quei occhi piccoli e rossi impressi su carta, non potevano che essere quelli che avevo visto anche io da bambino.

 

Corsi a casa. Vidi Il Matto seduto per strada.

Chi arriverà a prendermi? Chi è? DIMMELO!

Lui mi fissò e scoppiò in una fragorosa risata.

Avertii qualcosa. Cominciai a correre perdifiato verso la mia abitazione.

Corri a casa. Lui è già arrivato. Urlava Il Matto ridendo.

 

Aprii la porta e vidi mia madre riversa sulle scale con gli occhi sbarrati, terrorizzati. Ovunque era sporco di sangue e il corpo era in una posizione innaturale. Le sentii il polso: era morta.

 

VIENI A PRENDERMI! SONO QUI! Urlai in preda alla disperazione e alla collera.

Il soffitto tremò. Nei muri si aprirono diverse crepe. Davanti a me si materializzò un’ orrenda bestia nera, alta più di due metri che mi fissava con quei suoi piccoli occhi rossi.

L’ unica cosa intelligente da fare in quel momento mi sembrò quella di scappare. Il mostro mi inseguì ringhiando e sbraitando, distruggendo tutto ciò che incontrava.

Mi raggiunse in un attimo, mi prese e mi sbatté contro il muro. La testa cominciò a sanguinarmi.

La bestia cominciò a infilzarmi con gli artigli, a sbrindellarmi le carni coi denti, a torcermi come fossi un pupazzo.

Mi lanciò contro un tavolino. Rimasi lì immobile, sapevo che era arrivata la fine per me e non potevo sconfiggerlo. La belva rimase ferma dov’era, quasi impaurita. Tornai con la mente alla sera in cui lo vidi in camera mia: sul comodino quella notte avevo una pietra dura, l’ agata rossa, la stessa che era sul tavolino, ormai capovolto.

Con le poche forze che mi rimanevano, riuscii ad alzarmi e a raccoglierla.

Il mostro indietreggiò. Gliela lanciai addosso. Con un latrato agghiacciante si dissolse nell’ aria.

Nei giorni seguenti scoprii che anche Il Matto era scomparso nel nulla. Nessuno seppe più nulla di lui.

Ora finalmente potevo dormire con la luce spenta.