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Biografia dell'autore
 

Almar

 

 

 

MADRE

 

Scendevano a ritmo di un requiem. I passi pesanti. Piedi e mani che affondavano nella terra mischiata a sangue.

Folli bagliori negli occhi, ormai disumani. Sui visi distorti e dementi, ghigni di terribile vittoria.

Il suo cuore batteva forte come mai aveva fatto, come un inno alla vita, come se volesse farmi sentire la sua voce, ed esortarmi a proteggerlo più che potevo.

Strinsi l'arma fra le braccia. Ormai caricare i colpi era diventato facile come respirare. Consideravo quella canna di metallo come un'estensione naturale del mio braccio destro.

Tremavo. Ma questo era un dettaglio. I loro biascichii uccidevano il glaciale silenzio che avvolgeva la casa.

Lasciando l'arma alla sinistra, con la destra mi accarezzai il ventre.

Lui era agitato. Nervoso. Probabilmente, la mia ansia era diventata anche la sua.

“Noi vivremo", sussurrai, "Vivremo, tesoro mio".

Diedi un'altra sbirciata attraverso le assi di legno, che adesso mi sembravano più fragili del cristallo. Continuavano l'avanzata. L'esercito di dannati mi veniva incontro trascinandosi lungo quella che un tempo era stata una verde e serena vallata di campagna.

Chiusi per un attimo gli occhi, chiamando a raccolta tutta la mia lucidità. Sapevo che me ne bastava ben poca, dopo tutto quello che ero stata costretta a vivere, nell’arco di giorni che non contavo più neppure. Io e mio figlio eravamo rimasti invischiati in quella apocalittica tela, ed io avevo lottato con le unghie e con i denti per salvare entrambi. Sì, ci saremo salvati. Era una promessa che avevo fatto a lui, e a suo padre prima di lui.

Rividi per un attimo il suo volto, subito dopo aver morso la mia spalla, piombandomi addosso come una furia…

Sapevo che quello davanti a me non era che una distorta figura umana  dalla pelle quasi trasparente e sanguinolenta, con gli occhi vitrei… Somigliava solo lontanamente all’uomo che avevo amato… Eppure, quando premetti il grilletto contro il suo petto, sentii il rinculo devastarmi il cuore...

E il gorgoglio del sangue nero nella sua gola…

Ricacciai subito quei ricordi nell’angolo più oscuro del mio cervello, insieme alle lacrime. Non c’era tempo né spazio per la debolezza. Il morso non faceva più male, almeno non fisicamente. Se mi avesse contagiata, mi sarei già trasformata da parecchio.

L’impolverato orologio sulla parete segnava le quattro e trentacinque. Per quanto sollevata fossi all’idea che l’alba non era lontana, quell’arco di tempo che mi distanziava dal giorno sembrava lungo tutta l’eternità del mondo. L’inferno era più vivibile quando splendeva il sole.

Il mio bambino era agitato. Scalciava. In un certo senso ne ero contenta, perché significava che era forte, e che stava sopravvivendo nonostante la debolezza e la paura.

Fuori, l’avanzata continuava, lenta ed inesorabile. Loro sapevano che ero lì, mi avevano vista abbattere un paio di loro prima di rintanarmi in quella vecchia fattoria. Chi aveva abitato lì aveva creduto fermamente che la Provvidenza potesse tenere lontani quei demoni in carne ed ossa, tappezzando le pareti di santini e crocifissi di ogni tipo. Mi dispiaceva per loro. In quell’inferno avevo nutrito la fede solo ed esclusivamente nei confronti del dio di metallo fra le mie mani. Quello sì che mi aveva permesso di sopravvivere fino a quel momento.

Sentii improvvisamente un tonfo più forte degli altri, e mi sporsi all’istante verso la finestra. Una creatura era inciampata su un cadavere, ed era caduta dritta lungo il leggero pendio della vallata.

Si era avvicinata troppo per i miei gusti, anche se accidentalmente.

Trattenni il respiro.

Sporsi la canna da una feritoia, puntai il fucile sulla sua testa chiazzata di capelli grigi. Premetti il grilletto, e un nanosecondo dopo la scatola cranica del mostro esplose in una miriade di brandelli nerastri, spargendo il sangue putrefatto dappertutto.

Appoggiandomi alla parete, ripresi finalmente a respirare. Mi sentii quasi in obbligo di rassicurare il mio bambino.

“Visto quanto siamo bravi…”. Lo accarezzai attraverso la pelle tesa del mio ventre.

E mi sentii raggelare.

Non avevo fatto caso al suo battito… Perché non lo sentivo più.

Cominciai ad agitarmi. Scivolai lungo la parete, lasciando cadere l’arma. Mi toccai la pancia con entrambe le mani, incredula, mentre una fitta di dolore mi fulminava da dentro.

Non sentivo più quel tum tum ritmico che mi cullava nella mia unica ragione di vita.

“Piccolo mio…”.

Le lacrime mi inondarono il viso; non ebbi il tempo di singhiozzare, perché il mio corpo fu scosso immediatamente da spasmi fortissimi.

Scalciava. Di nuovo.

Sentii una scossa di speranza che mi rianimava, anche se subito dopo fui invasa dal terrore. Gli spasmi continuavano.

Voleva uscire.

“Bambino mio… No, non ora… Manca ancora un mese… Lì dentro sei al sicuro…”.

Un dolore fortissimo, improvviso, mi fece cacciare un urlo.

E fu come perdere conoscenza.

Alcuni rumori mi tirarono poi fuori dal torpore. Quando cominciai a riprendere lucidità, constatai come mi sentivo strana. Leggera. Non sentivo più il corpo.

Il sole entrava prepotentemente fra le fessure delle finestre sbarrate, disegnando lame di luce sulle pareti. Sentivo il pavimento ruvido sulla pelle del viso.

I rumori continuavano, vicini a me, e più che rumori adesso mi sembravano come dei gemiti.

Lentamente, sentivo riprendere padronanza del mio corpo. Man mano che il formicolio si espandeva dentro le vene, sentivo il dolore risvegliarsi. Dappertutto.

Qualcosa faceva peso contro di me, contro le mie braccia. Si muoveva impercettibilmente, quasi a scatti.

Chinai lo sguardo, affaticata.

Era così piccolo. E morbido.

Lo strinsi di più contro il mio petto.

Era freddo.

Il cuore non batteva, ma il suo piccolo corpo si muoveva. Aveva frequenti scosse, che corrispondevano ai gemiti che avevo sentito.

Con uno sforzo, sollevai una mano per accarezzare la mia creatura dalla pelle diafana e trasparente, ancora sporca della placenta nera ed infetta che appestava lo spazio attorno a me.

Il morso sulla spalla pulsò, dopo tanto tempo. Strinsi forte al petto la piccola creatura, ciò che mi restava dell’uomo che avevo amato, la sua eredità lasciatami prima di morire per mano mia.

Come se mi avesse fecondata per la seconda volta.

Strinsi il mostro.

Strinsi mio figlio.