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Biografia dell'autore
 

Giusy Tolve
 

 

 

 

NECROFAGIA

 

Questo è un resoconto di viaggio, l'ultimo compiuto su commissione della mia agenzia. L'ultimo prima che cominciassi ad interrogarmi sulla natura umana e le sue stranezze. Questo viaggio è stato l'inizio della mia fine.
Venni mandato due mesi fa a Chiangali, un paesino di montagna, desolato e quasi del tutto sconosciuto, abitato da poco più di duemila anime e costruito sulla cresta più appuntita dell'Appennino. Un luogo assurdo in cui vivere.
William, il direttore della Agii, mi comunicò la sua decisione il lunedì mattina intorno alle 9. Mi chiamò nel suo studio e mi disse di sedermi, poi mi offrì un caffè e in ultimo mi domandò se avevo concluso la mia indagine per la signora Favini. Un po' perplesso e con fare sospettoso dissi di sì, che tutto era andato come al solito e che la donna, prove alla mano, aveva iniziato la causa di divorzio dal marito fedifrago. William annuì, soddisfatto come al solito per il mio lavoro, e tenendo gli occhi bassi e il tono della voce controllato e remissivo, mi chiese se ero disposto ad andarmene nuovamente in missione.
«Che cosa?»
«Guarda che lo so che non hai ancora iniziato le tue vacanze.»
«Perfetto, allora sai che ne ho diritto. Sono due anni che lavoro senza sosta».
«Ti pagherò di più».
William non era un uomo comprensivo, né paziente ma più di ogni altra cosa non era generoso. Se mi stava offrendo più denaro è perché qualcuno ne aveva offerto di più a lui.
Respirando in modo forzato, chiesi: «Chi vuole sapere cosa e perché. Hai cinque minuti per rispondermi e se la cosa non mi piace, rifiuto e do inizio alle mie ferie».
William assentì, prese posto dietro la sua scrivania e mi gettò davanti la foto di una giovane donna, con i capelli rossi come il fuoco e uno sguardo tanto intenso da mettermi paura. La guardai mostrando indifferenza e aspettai che il mio capo mi raccontasse di lei.
«I suoi genitori mi hanno chiesto di riportargliela a casa».
«Se sanno già dove si trova allora possono chiedere aiuto alla polizia, non a noi».
William, con le mani conserte all'altezza dello stomaco, mi pregò ancora di accettare quell'incarico.  Per un lungo momento rimasi in silenzio, riflettendo seriamente sulla possibilità di risolvere in breve quell'impiccio.
«Che cosa devo pensare William?»
«Sinceramente non lo so. Questo dovrai dirmelo tu».
Organizzai in meno di 6 ore la mia scampagnata nel sud del Paese: partii prendendo il primo aereo che da Roma faceva scalo a Bari. Lì noleggiai un Freelander con i soldi dati in anticipo all'agenzia. E in meno di due ore raggiunsi quella cittadina dimenticata da Dio. Le case, piccole, dall'intonaco scuro e forme assai bizzarre, avevano le pareti ornate da strani fregi con finestre decorata da vetrate a piombo sulle quali capeggiavano strane figure. Ciascun edificio, quasi incastonato nella roccia, era posto l'uno di seguito all'altro mentre una stradina, l'unica che ci fosse, conduceva fino al picco più alto, dove si trovava una vecchia chiesa dalle alte e scure guglie.
Raggiunta la piazza principale pensai bene di cominciare a mostrare in giro la foto di Fara ma, bizzarria di quel luogo, l'unico ufficio aperto a quell'ora era quello del cimitero. Qui, poco dopo l'ingresso, una donnina molto magra, mi venne incontro offrendosi di aiutarmi.
«Buon pomeriggio, signora. Senta, avrei bisogno di chiederle un favore».
Con disinvoltura le misi sotto gli occhi la foto che avevo con me mentre la tisica donnina mi guardava con occhi vacui. Fissò per qualche secondo il volto ovale e piacevolmente ambrato di Fara poi scosse il capo in segno di diniego.
Quella sera, dopo aver mandato giù un boccone, consumato di fretta e anche mal volentieri, telefonai ad un mio vecchio collega della polizia.
«Antonio, non so perché ti trovi lì, ma non girano voci rassicuranti in proposito. Quel posto ha la percentuale più alta di sparizioni dell'intera regione».
La notizia non mi rassicurò, tuttavia decisi di uscire per continuare la mia indagine. Ripercorsi a ritroso la strada di quella mattina e mi fermai ancora vicino al piccolo cimitero, circondato da alti cipressi e illuminato da migliaia di lumi. Mi stupii quando notai che la cancellata d'ingresso era ancora aperta, così decisi di entrare.
Camminai per qualche minuto, vagando senza meta, e mi arrestai solo quando, a pochi metri da me, scorsi tra le lapidi una costosa macchina fotografica. Dopo averla accesa iniziai a far scorrere le immagini e tutte ritraevano Fara insieme ad un gruppo di giovani escursionisti.
Quella scoperta poteva voler dire solo una cosa e William doveva esserne informato. Presi il cellulare dalla tasca interna della giacca e composi il suo numero in attesa di sentire qualcosa. In quel mentre, uno strano scricchiolio, più simile ad un fastidioso stridio di denti mi fece raggelare il sangue. Avanzando attraverso i bagliori dei loculi, scorsi un'intera sezione del cimitero divelta, e parti di corpi in avanzato stato di decomposizione sparse un po' ovunque.
Mi avvicinai disgustato e incredulo mentre i muscoli si irrigidivano per l'agitazione e un funereo presentimento si faceva largo nella mia mente. Quella massa di carne lasciata sulla nuda terra non era il frutto di una cattiva manutenzione bensì rappresentava il lauto pasto di un gruppo di uomini dalle fattezze inumane, raggomitolati come topi su quei corpi marcescenti. Quando uno di quegli strani esseri si accorse della mia presenza il mio cuore perse un battito.
«Antonio, sono William. Perché non rispondi? Dove ti trovi?»
Mi affrettai a tornare sui miei passi correndo a perdi fiato, ma uno di quei necrofagi mi afferrò per la gola prima che potessi oltrepassare il cancello d'ingresso. Poi con un morso mi strappò via un pezzo della faccia. Subito il sangue scendere caldo e copioso a bagnarmi il colletto della camicia mentre il dolore divenne così intenso da farmi perdere i sensi. Mi ripresi solo qualche tempo dopo, quando ormai era già l'alba e il mio corpo era per metà seppellito sotto un cumulo di terra.