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Biografia dell'autore
 

Francesco Fatigati
 

 

 

 

NOTTE DI CACCIA

 

Stava fermo davanti alla finestra. Tutto quello che aveva era il suo coraggio e il suo fucile. Nient’altro per difendersi da loro.

Era in possesso di un numero sufficiente di cartucce per poter restare vivo fino all’alba, l’unico sopravvissuto della sua famiglia. A parte lui non c’era più nessuno.

Erano stati i vampiri a fare la strage, cogliendo tutti impreparati e affondando i canini nel collo di ogni umano si trovasse nelle vicinanze.

Ma luì si era salvato grazie alla sua superstizione, la stessa che gli aveva fatto caricare le cartucce del suo fucile da caccia con scaglie d’argento, un’azione fatta qualche mese prima, un po’ per gioco e un po’ per ricordare a se stesso che nessuno ha mai dimostrato che i vampiri non esistono.

Aveva sempre creduto alle creature della notte e ora si trovava faccia a faccia con loro.

Tutto era cominciato a mezzanotte in punto, con uno strepitare proveniente dalle case circostanti. Urla laceranti che avevano scosso la casa e messo in guardia i capifamiglia. Poi le finestre si erano infrante e ne erano sbucati i vampiri. Li vide passare sul suo letto e uccidere sua moglie a pochi metri da lui, tramortito da uno di loro. Erano velocissimi e fortissimi, e i loro passaggio generava uno spostamento d’aria incredibile. Non morì sul colpo e rinvenne poco dopo, soccorse la sua consorte ma era troppo tardi: dissanguata. Corse nella cameretta di suo figlio e lo trovò esangue. Scese in soggiorno, trasse dalla cassaforte il fucile con le cartucce (prese anche quelle con scaglie d’argento) e si precipitò in giardino. Si guardò intorno e non vide nulla però sentì delle urla da una finestra di una casa di fronte alla sua e sparò quasi istintivamente. Dopo la detonazione lo vide: era enorme e teneva la testa china sul collo di una donna ormai inanimata. Riusciva a vedere la scena solo perché in quella stanza la luce era accesa e faceva da contrasto all’oscurità regnante.

Lo aveva colpito, si, doveva essere così perché stava troppo fermo per essere un vampiro in fuga, e si stava accasciando. Vide distintamente che i due corpi (la donna e il vampiro) si staccavano e cadevano in direzioni opposte. Udì un grido quasi animale e voltandosi vide alla sua destra una macchia scura che correva veloce verso di lui. Ora sono morto, pensò puntando il fucile e, senza pensare ad altro, sparò due volte. Il vampiro non si fermò e gli piombò addosso, in modo lento per la velocità che stava tenendo prima. L’uomo fu scaraventato al suolo e sentì l’alito gelido soffiargli sul collo. Il fucile gli era caduto a qualche centimetro dalla mano e riuscì a riprenderlo per le canne, l’afferrò meglio e diede una gran mazzata alla faccia della bestia che già gli aveva bucato il collo. Il succhiasangue si girò sulla schiena a causa del colpo ricevuto e gemette come un cane.

Altri cinque secondi e sarei morto dissanguato. L’uomo si alzò, ricaricò il fucile con due cartucce che teneva nella tasche posteriori dei pantaloni e sparò una volta alla testa del vampiro uccidendolo. Sono troppo allo scoperto qua fuori, meglio rientrare in casa. E così fece. Non si rendeva conto che era circondato e se solo avesse alzato la testa avrebbe scorto, sui tetti dei palazzi, sagome tetre di vampiri che osservavano i suoi passi e pregustavano il suo sangue.

Giunse in soggiorno e posò il fucile sul tavolo, aprì la cassaforte e trasse un revolver, lo caricò e lo mise in vita, poi prese dodici cartucce con scaglie d’argento e le mise in tasca. Si avvicinò al bowwindow del soggiorno, appoggiò le spalle al muro e scrutò l’esterno attraverso i vetri. Non si accorse di nulla sino a quando non alzò la testa e vide che nella skyline dei palazzi di fronte c’era qualcosa di mobile: erano loro e lo stavano fissando come un cacciatore fa con la sua preda.  

Ora sono morto davvero, pensò e per la prima volta in quella notte si rese conto di essere disperato. Era solo contro quelle “belve” e la sua famiglia era stata sterminata senza pietà. Nemmeno lui avrebbe avuto pietà per loro e ne avrebbe uccisi il più possibile prima di perire a sua volta. Scrutò ancora i tetti e si accorse che le figure che aveva visto prima erano ferme e forse ce la faceva a colpirli.

Infranse un vetro del bowwindow con il calcio del fucile, si inginocchiò, prese la mira e sparò. Bang. Ne colpì uno alla testa e il corpo cadde come un birillo su una pista da bowling. Tutti gli altri scomparvero all’istante, come inghiottiti dall’oscurità.

Lo stavano braccando e non aveva scelta: doveva continuare a sparare, e a colpirli se ci riusciva. Udì un tonfo: era la porta d’ingresso che si spalancava e uno di loro gli andò incontro velocemente. L’uomo diresse le canne della sua arma e fece fuoco senza guardare. Lo colpì ma il vampiro non si fermò e in un attimo gli fu addosso e lo scaraventò al suolo con un colpo al viso. Aveva perso la presa del fucile e quella “bestia” lo aveva bloccato e cercava di morderlo; si ricordò del revolver, lo afferrò con la mano sinistra e sparò. Anche questo vampiro era liquidato.

L’uomo, ormai distrutto, si rialzò scrollandosi di dosso il cadavere, raccolse il suo fucile e meccanicamente sostituì la cartuccia esplosa. La porta era rimasta aperta e il primo pensiero fu di chiuderla, così stava per fare, ma prima che appoggiasse la mano sul pomello vide delle sagome nere saltargli addosso. Erano della stessa specie dei tre che aveva eliminato. Non capì bene quanti ne fossero, sapeva solo che l’indice della mano destra gli si era incastrato nel grilletto del fucile schiacciato al suolo sotto il peso dei suoi antagonisti e una piccola pressione sarebbe bastata a sparare.

 Bang. Sparò e si liberò di loro. Uno morì e gli altri scapparono, ma era ancora assediato.

Devo restare vivo. Vivo fino all’alba.