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NOTTE DI CACCIA
Stava
fermo davanti alla finestra. Tutto quello che aveva era il
suo coraggio e il suo fucile. Nient’altro per difendersi da
loro.
Era in
possesso di un numero sufficiente di cartucce per poter
restare vivo fino all’alba, l’unico sopravvissuto della sua
famiglia. A parte lui non c’era più nessuno.
Erano
stati i vampiri a fare la strage, cogliendo tutti
impreparati e affondando i canini nel collo di ogni umano si
trovasse nelle vicinanze.
Ma luì
si era salvato grazie alla sua superstizione, la stessa che
gli aveva fatto caricare le cartucce del suo fucile da
caccia con scaglie d’argento, un’azione fatta qualche mese
prima, un po’ per gioco e un po’ per ricordare a se stesso
che nessuno ha mai dimostrato che i vampiri non esistono.
Aveva
sempre creduto alle creature della notte e ora si trovava
faccia a faccia con loro.
Tutto
era cominciato a mezzanotte in punto, con uno strepitare
proveniente dalle case circostanti. Urla laceranti che
avevano scosso la casa e messo in guardia i capifamiglia.
Poi le finestre si erano infrante e ne erano sbucati i
vampiri. Li vide passare sul suo letto e uccidere sua moglie
a pochi metri da lui, tramortito da uno di loro. Erano
velocissimi e fortissimi, e i loro passaggio generava uno
spostamento d’aria incredibile. Non morì sul colpo e
rinvenne poco dopo, soccorse la sua consorte ma era troppo
tardi: dissanguata. Corse nella cameretta di suo figlio e lo
trovò esangue. Scese in soggiorno, trasse dalla cassaforte
il fucile con le cartucce (prese anche quelle con scaglie
d’argento) e si precipitò in giardino. Si guardò intorno e
non vide nulla però sentì delle urla da una finestra di una
casa di fronte alla sua e sparò quasi istintivamente. Dopo
la detonazione lo vide: era enorme e teneva la testa china
sul collo di una donna ormai inanimata. Riusciva a vedere la
scena solo perché in quella stanza la luce era accesa e
faceva da contrasto all’oscurità regnante.
Lo
aveva colpito, si, doveva essere così perché stava troppo
fermo per essere un vampiro in fuga, e si stava accasciando.
Vide distintamente che i due corpi (la donna e il vampiro)
si staccavano e cadevano in direzioni opposte. Udì un grido
quasi animale e voltandosi vide alla sua destra una macchia
scura che correva veloce verso di lui. Ora sono morto,
pensò puntando il fucile e, senza pensare ad altro,
sparò due volte. Il vampiro non si fermò e gli piombò
addosso, in modo lento per la velocità che stava tenendo
prima. L’uomo fu scaraventato al suolo e sentì l’alito
gelido soffiargli sul collo. Il fucile gli era caduto a
qualche centimetro dalla mano e riuscì a riprenderlo per le
canne, l’afferrò meglio e diede una gran mazzata alla faccia
della bestia che già gli aveva bucato il collo. Il
succhiasangue si girò sulla schiena a causa del colpo
ricevuto e gemette come un cane.
Altri cinque secondi e sarei morto dissanguato.
L’uomo si alzò, ricaricò il fucile con due cartucce che
teneva nella tasche posteriori dei pantaloni e sparò una
volta alla testa del vampiro uccidendolo. Sono troppo
allo scoperto qua fuori, meglio rientrare in casa. E
così fece. Non si rendeva conto che era circondato e se solo
avesse alzato la testa avrebbe scorto, sui tetti dei
palazzi, sagome tetre di vampiri che osservavano i suoi
passi e pregustavano il suo sangue.
Giunse
in soggiorno e posò il fucile sul tavolo, aprì la cassaforte
e trasse un revolver, lo caricò e lo mise in vita, poi prese
dodici cartucce con scaglie d’argento e le mise in tasca. Si
avvicinò al bowwindow del soggiorno, appoggiò le spalle al
muro e scrutò l’esterno attraverso i vetri. Non si accorse
di nulla sino a quando non alzò la testa e vide che nella
skyline dei palazzi di fronte c’era qualcosa di mobile:
erano loro e lo stavano fissando come un cacciatore fa con
la sua preda.
Ora
sono morto davvero,
pensò
e per la prima volta in quella notte si rese conto di essere
disperato. Era solo contro quelle “belve” e la sua famiglia
era stata sterminata senza pietà. Nemmeno lui avrebbe avuto
pietà per loro e ne avrebbe uccisi il più possibile prima di
perire a sua volta. Scrutò ancora i tetti e si accorse che
le figure che aveva visto prima erano ferme e forse ce la
faceva a colpirli.
Infranse un vetro del bowwindow con il calcio del fucile, si
inginocchiò, prese la mira e sparò. Bang. Ne colpì
uno alla testa e il corpo cadde come un birillo su una pista
da bowling. Tutti gli altri scomparvero all’istante, come
inghiottiti dall’oscurità.
Lo
stavano braccando e non aveva scelta: doveva continuare a
sparare, e a colpirli se ci riusciva. Udì un tonfo: era la
porta d’ingresso che si spalancava e uno di loro gli andò
incontro velocemente. L’uomo diresse le canne della sua arma
e fece fuoco senza guardare. Lo colpì ma il vampiro non si
fermò e in un attimo gli fu addosso e lo scaraventò al suolo
con un colpo al viso. Aveva perso la presa del fucile e
quella “bestia” lo aveva bloccato e cercava di morderlo; si
ricordò del revolver, lo afferrò con la mano sinistra e
sparò. Anche questo vampiro era liquidato.
L’uomo, ormai distrutto, si rialzò scrollandosi di dosso il
cadavere, raccolse il suo fucile e meccanicamente sostituì
la cartuccia esplosa. La porta era rimasta aperta e il primo
pensiero fu di chiuderla, così stava per fare, ma prima che
appoggiasse la mano sul pomello vide delle sagome nere
saltargli addosso. Erano della stessa specie dei tre che
aveva eliminato. Non capì bene quanti ne fossero, sapeva
solo che l’indice della mano destra gli si era incastrato
nel grilletto del fucile schiacciato al suolo sotto il peso
dei suoi antagonisti e una piccola pressione sarebbe bastata
a sparare.
Bang.
Sparò e si liberò di loro. Uno morì e gli altri
scapparono, ma era ancora assediato.
Devo restare vivo. Vivo fino all’alba.
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