NOVE MAGNOLIE
Avevamo notato tutti in Pavel
Valsh un certo nervosismo,
durante l’ultima settimana,
ma lo avevamo attribuito alla
commissione d’inchiesta
sul suo operato in Russia
alcuni anni prima.
La tensione era comprensibile
e cercavamo di lasciarlo in pace.
I
petali del primo fiore di magnolia te li ho mandati lunedì da Vannes, dove ci
siamo incontrati. Era una sera d’estate, ma fresca, profumata dei fiori e dei
ceri della processione del Corpus Domini, io sul mio palco, attrice di un
giorno, tu, Pavel, nel tuo abito nero, attore consumato, tu fendevi
l’ammirazione della folla scivolando come un coltello tra i loro sguardi.
I petali del secondo fiore di magnolia te li ho mandati martedì da
Varsavia, dove mi hai chiamato per farmi recitare per te, solo una scusa per
avermi accanto. Bianchi, i petali, come il mio vestito di Ofelia e il pallore
del mio volto quando mi hai detto che mi amavi. Bianchi come la pagina del mio
futuro perché quel giorno ogni cosa ho lasciato per te.
Ogni
giorno di più Pavel impallidiva ed accusava malesseri insoliti per lui, un uomo
che tutti noi avevamo conosciuto come sempre impeccabile, attivo e determinato.
Ci guardavamo gli uni gli altri chiedendoci la causa di quel cambiamento così
repentino.
I petali del terzo fiore di magnolia te li ho mandati mercoledì da
Londra dove abbiamo vissuto l’estate del nostro amore. Il tuo denaro, il tuo
potere, la politica, nulla, Pavel, nulla ai miei occhi che contasse più del tuo
nudo viso di uomo e del tuo cuore che a me sola era stato rivelato. Di Londra
devi ricordare non gli alberghi lussuosi e la curiosità dei giornalisti, ma la
nebbia della ragione che velava ogni buon senso e la febbre che ancora ci
rapiva.
I petali del quarto fiore di magnolia te li ho mandati giovedì da
Parigi, dove ti ho seguito quando sei stato richiamato al tuo dovere
diplomatico. La mia fiducia mi rendeva cieca rispetto al tuo sorriso che era
ogni giorno più effimero, una farsa per i tuoi spettatori; ed inseguivo il
consenso dei miei, primo tra tutti tu, con una falsa gaiezza. Ma l’inverno ci
veniva dietro come un cane e, con lui, un profumo sottile, un sentore di
ghiaccio.
Che
cosa teneva Pavel Valsh tanto lontano dai suoi impegni? La contessa Kiubowitch,
in nome della gioventù trascorsa insieme, propose di andare a cercarlo. Pavel
aprì la porta della camera d’albergo a malapena, gli occhi segnati, la voce
roca, come se avesse passato la notte a gridare.
I petali del quinto fiore di magnolia te li ho mandati venerdì da Roma,
dove il tuo impegno ti ha reso una figura per me sempre più incomprensibile, e
quando ti buttavo le braccia al collo sentivo un freddo più acuto di quando
sfioravo la neve che, bianca, bianca, bianca ci inseguiva, rendendo l’estate
della nostra passione lontana, più che un ricordo, una leggenda ogni giorno più
vaga, come l’impressione di un sogno.
I petali del sesto fiore di magnolia te li ho mandati sabato
dall’Australia, dove ero andata a cercare di salvare la mia carriera , dove mi
hai lasciata. Bianchi, i petali, come il tuo viso stavolta, il tuo viso mentre,
voltato verso la finestra, mi dicevi con voce distante che un’attrice americana
mentalmente instabile non avrebbe mai potuto diventare la moglie di un politico
polacco, non in quel momento comunque, ed ero stata una bambina ad illudermi
perché tu non mi avevi mai promesso niente. Australia è ancora, per me, il nome
di una sensazione di addio.
“Non
ho nulla” ci disse, a dispetto delle nostre insistenze. “Voglio solo essere
lasciato in pace.” “Ma come”, si stizzì la contessa, “in un momento tanto
delicato, con tanti interessi in gioco, con quel che rischiate!”.
Ma
Pavel Valsh scosse il capo, lo sguardo fisso e allucinato. Guardava il muro alle
nostre spalle e in fretta aggiunse: “Andatevene, sto aspettando una visita.”
I
petali del settimo fiore di magnolia te li ho mandati domenica da Berlino dove
mi hanno mandato a curarmi, ma se ho accettato era solo un trucco per cercare di
avvicinarmi a te, Pavel. Ma tu non sei mai nemmeno venuto a trovarmi, i tuoi
impegni certo, e la dignità del tuo ruolo, eri di nuovo a Londra, lontano,
lontano, lontano. Con un’altra donna. Bianche, stavolta, le pareti delle stanze
dell’ospedale, uno schermo vuoto che coloravo proiettandovi la mia mania e il
tuo volto amato, inseguendo nel delirio se non nella realtà una parola d’amore
che non avrei mai più udito, che forse non era mia stata sincera.
I
petali dell’ottavo fiore di magnolia te li ho mandati ieri da Vienna, dove la
scorsa primavera mi sono uccisa, dove il mio vestito bianco si è aperto a
corolla intorno alla mia follia mentre dal ponte scivolavo nel fiume, e cercavo,
quanto inutilmente!, nell’acqua ghiacciata il sollievo al fuoco che mi bruciava
dall’interno verso l’interno, consumandomi.
Il
corpo di Pavel Valsh è stato trovato dalla cameriera la mattina successiva,
senza vita. La contessa Kiubovitch propende per il veleno, propinatogli da
qualche vecchio amico che voleva impedirgli di parlare davanti alla commissione
di inchiesta. Ma io non sono certo: nella vita di Pavel non c’era stato solo il
lavoro. E comunque niente è stato rilevato dall’autopsia.
I
petali del nono e ultimo fiore tra quelli che componevano la mia corona funebre
ti arriveranno da New York, la mia casa, dove le mie ceneri sono state disperse.
E quando ti arriveranno, ancora freschi dopo un lungo viaggio, e li stringerai
tra le dita, carnosi, il profumo che stordisce, ricorderai che sono quelli con
cui sono stata cremata. E dolcemente, credo, capirai che non è più possibile
nessuna separazione tra noi, non un altro autunno separati e un altro inverno di
gelo: e ti abbandonerai finalmente in pace sul mio petto, senza più cercare di
resistere all’amore, quando scivolerò nella stanza e verrò a prenderti.