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Biografia dell'autore
 

Walter Serra
 

 

 

 

OMBRE AL TRAMONTO

 

Osservo distratto il sole che scompare oltre i monti innevati all’orizzonte. La finestra rilascia spifferi gelati, artigli che affondano sulle mie mani appoggiate alla mensola, ma non è questo a soffocarmi il cuore.

Ancora non arrivano, che sarà successo?

Spio la tortuosa strada che dal paese sale fino a qui, attraverso le spire involute dei nudi alberi del parco.

Finalmente un’automobile colora di rosso il paesaggio cupo e supera gli ultimi tornanti, giungendo dabbasso. Con passo stanco scendo ad aprire, consapevole di accogliere l’ultima speranza.

«Buona sera, scusi il ritardo…» La donna allunga la mano, ma il suo sguardo già si spinge oltre le mie spalle, a caccia.

«Eh, sì, abbiamo forato!» Il sacerdote mi sorride, al di là degli occhiali da vista. Occhi attenti spiano i miei, pronti a cogliere ogni espressione.

«Entrate, fa freddo.» Richiudo e li accompagno nel salone. Ora sono qui, il più è fatto.

«Le cose sono peggiorate a tal punto?», mi chiede la donna.

«Purtroppo sì. Nonostante le messe di riposo che il parroco ha celebrato in queste settimane. Anzi…»

Nessuno mi toglie dalla testa che abbiano fatto peggio.

«Ci porti nella camera di sua figlia, allora.» Saliamo la scalinata interna, io davanti, il prete a chiudere. Lo sento mormorare oscure preghiere e ogni tanto aspergere acqua benedetta. Esito un attimo prima di afferrare il pomolo della porta, mi trema la mano.

«Lasci fare a noi.» Il prete mi scavalca all’ultimo. Grato, mi faccio indietro e trattengo il respiro.

La stanza è in ordine, pulita e silenziosa. Le luci stabili, la temperatura normale. Entriamo.

«Questa notte, come le dicevo per telefono, io e mia moglie siamo stati svegliati per l’ennesima volta da forti colpi alle pareti. Era successo tante volte. Assestamenti della struttura, scherzi di nostra figlia, uno scuretto che sbatte, insomma non ci aspettavamo di trovarla a dormire in cima all’armadio!» Mi corre lo sguardo in cima al mobile, è alto appena un paio di metri, ma una bambina di tre anni non ce la potrebbe fare ad arrampicarsi lassù, al buio e senza una scala o altro mezzo, che non c’era.

La donna s’irrigidisce e lancia un cenno d’intesa al prete.

«Da quanto tempo abitate qui?», chiede.

«Poco più di un anno, dal natale scorso. I lavori di ristrutturazione sono durati parecchio, mia moglie era ancora incinta.»

«Ho sentito dire in giro che comunque erano accaduti fatti strani, in quel periodo.» Lei rincalza, l’uomo sta zitto e mi guarda.

«All’epoca non ho dato peso a quelle storie, raccontate da operai albanesi senza arte né parte…»

«E oggi?»

Sbuffo. Gli operai si erano lamentati per strani incidenti. Una carriola era sfuggita di mano a uno di loro e dei mattoni erano rovinati addosso a un compagno, mandandolo all’ospedale. Un altro si era sentito male sopra un ponteggio ed era caduto, fratturandosi il bacino. Un imbianchino era scappato via, impaurito da certi affioramenti di colore, che tornavano a prendere il sopravvento nonostante mani e mani di vernice apposte. In due anni avevo cambiato impresa per tre volte. Ora questo…

La donna estrae la mano dal cappotto e rivela un crocifisso laccato di nero, col Cristo in argento. Il prete ha indossato la stola e si segna con la croce.

«In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti… »

«Si inginocchi, per favore…» Lei sussurra, ma per me suona come un ordine.

Eseguo di controvoglia, ma non me la sento di dire di no. Il sacerdote prega, ordina, esorta. La donna risponde alle invocazioni, guardandosi in giro.

«Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio…»

Sorrido, sapesse quante volte ho cercato anch’io di vedere un nemico che è fugace come un’ombra. Il prete prega più forte e mi scuote. La postura deve avermi estraniato. La temperatura è calata di botto, la luce del lampadario tremola.

L’armadio inizia a sobbalzare.

«Contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus supplices deprecamur…»

Un urlo soffocato pare perforare le pareti, o forse è solo dentro la mia testa. Fa davvero paura.

Tuque Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo divina virtute in infernum detrude

Dio mio, che sta succedendo? Qui, un esorcismo in casa mia, per scacciare demoni e Satana, nel luogo dove avevo deciso di crescere la mia famiglia. Sono ancora in ginocchio, infreddolito e con la schiena a pezzi, mi forzo per non farmi assalire dallo sconforto.

Amen. (§)

Amen…

La testa mi ronza e mi devono aiutare per alzarmi.

La donna mi fa avvicinare all’armadio.

«Occorre abbattere il muro.», sentenzia.

«Cosa?» Non ho parole.

 

 

 (§) San Michele Arcangelo, difendici nella lotta, sii nostro presidio contro le malvagità e le insidie del demonio. Capo supremo delle milizie celesti, fa' sprofondare nell'inferno, con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo per la perdizione delle anime. Amen.

«Dietro, c’è un passaggio, io l’ho visto. L’Entità si manifesta da là dentro e chiede aiuto. Non si rassegnerà…» Il prete annuisce.

 

 

Ci abbiamo impiegato poco più di un’ora ad abbattere il muro di laterizio e poi una porzione di quello di pietra sottostante, che divide in due la casa. Al suo interno è apparso un profondo pozzo, stretto come un camino, forse un tempo utilizzato per raccogliere l’acqua piovana.

È qui che mi stanno calando, ora, la donna e il prete…

«Ci passi?» Mi reggo alla corda, le braccia alzate. Il camino è vasto appena lo spazio necessario. Centimetro dopo centimetro scendo verso il fondo. Non so perché lo faccio, dovrei essere lontano, con la mia famiglia.

La luce della torcia illumina a stento la piccola campana dove sono arrivato. Ho i piedi immersi in una spanna d’acqua putrida. Di fronte a me una porta chiusa da un catenaccio. La curiosità è troppo forte, forzo il ferro corroso e la apro: dietro c’è una specie di pupazzo, vestito, capelli e ossa sporgenti. Sobbalzo, è il cadavere di una donna. Allungo la mano verso la stoffa leggera. Uno sbuffo e tutto finisce in polvere.

Arretro, spaventato, fino all’imbocco del pozzo.

Qualcosa cade verso di me, frammenti e ciottoli. Su, stanno murando la nicchia.

Un destino ineluttabile mi consola: è il mio turno di rimanere prigioniero, fino a che riuscirò a trovare la prossima vittima. Ben presto inizierò a bussare nei muri, a spaventare gente.

In fondo, siamo solo ombre al tramonto, e nulla più.