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OMBRE AL TRAMONTO
Osservo distratto il sole che scompare oltre i monti
innevati all’orizzonte. La finestra rilascia spifferi
gelati, artigli che affondano sulle mie mani appoggiate alla
mensola, ma non è questo a soffocarmi il cuore.
Ancora non arrivano, che sarà successo?
Spio la tortuosa strada che dal paese sale fino a qui,
attraverso le spire involute dei nudi alberi del parco.
Finalmente un’automobile colora di rosso il paesaggio cupo e
supera gli ultimi tornanti, giungendo dabbasso. Con passo
stanco scendo ad aprire, consapevole di accogliere l’ultima
speranza.
«Buona sera, scusi il ritardo…» La donna allunga la mano, ma
il suo sguardo già si spinge oltre le mie spalle, a caccia.
«Eh, sì, abbiamo forato!» Il sacerdote mi sorride, al di là
degli occhiali da vista. Occhi attenti spiano i miei, pronti
a cogliere ogni espressione.
«Entrate, fa freddo.» Richiudo e li accompagno nel salone.
Ora sono qui, il più è fatto.
«Le cose sono peggiorate a tal punto?», mi chiede la donna.
«Purtroppo sì. Nonostante le messe di riposo che il parroco
ha celebrato in queste settimane. Anzi…»
Nessuno mi toglie dalla testa che abbiano fatto peggio.
«Ci porti nella camera di sua figlia, allora.» Saliamo la
scalinata interna, io davanti, il prete a chiudere. Lo sento
mormorare oscure preghiere e ogni tanto aspergere acqua
benedetta. Esito un attimo prima di afferrare il pomolo
della porta, mi trema la mano.
«Lasci fare a noi.» Il prete mi scavalca all’ultimo. Grato,
mi faccio indietro e trattengo il respiro.
La stanza è in ordine, pulita e silenziosa. Le luci stabili,
la temperatura normale. Entriamo.
«Questa notte, come le dicevo per telefono, io e mia moglie
siamo stati svegliati per l’ennesima volta da forti colpi
alle pareti. Era successo tante volte. Assestamenti della
struttura, scherzi di nostra figlia, uno scuretto che
sbatte, insomma non ci aspettavamo di trovarla a dormire in
cima all’armadio!» Mi corre lo sguardo in cima al mobile, è
alto appena un paio di metri, ma una bambina di tre anni non
ce la potrebbe fare ad arrampicarsi lassù, al buio e senza
una scala o altro mezzo, che non c’era.
La donna s’irrigidisce e lancia un cenno d’intesa al prete.
«Da quanto tempo abitate qui?», chiede.
«Poco più di un anno, dal natale scorso. I lavori di
ristrutturazione sono durati parecchio, mia moglie era
ancora incinta.»
«Ho sentito dire in giro che comunque erano accaduti fatti
strani, in quel periodo.» Lei rincalza, l’uomo sta zitto e
mi guarda.
«All’epoca non ho dato peso a quelle storie, raccontate da
operai albanesi senza arte né parte…»
«E oggi?»
Sbuffo. Gli operai si erano lamentati per strani incidenti.
Una carriola era sfuggita di mano a uno di loro e dei
mattoni erano rovinati addosso a un compagno, mandandolo
all’ospedale. Un altro si era sentito male sopra un
ponteggio ed era caduto, fratturandosi il bacino. Un
imbianchino era scappato via, impaurito da certi
affioramenti di colore, che tornavano a prendere il
sopravvento nonostante mani e mani di vernice apposte. In
due anni avevo cambiato impresa per tre volte. Ora questo…
La donna estrae la mano dal cappotto e rivela un crocifisso
laccato di nero, col Cristo in argento. Il prete ha
indossato la stola e si segna con la croce.
«In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti… »
«Si inginocchi, per favore…» Lei sussurra, ma per me
suona come un ordine.
Eseguo di controvoglia, ma non me la sento di dire di no. Il
sacerdote prega, ordina, esorta. La donna risponde alle
invocazioni, guardandosi in giro.
«Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio…»
Sorrido, sapesse quante volte ho cercato anch’io di vedere
un nemico che è fugace come un’ombra. Il prete prega più
forte e mi scuote. La postura deve avermi estraniato. La
temperatura è calata di botto, la luce del lampadario
tremola.
L’armadio inizia a sobbalzare.
«Contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus supplices deprecamur…»
Un urlo soffocato pare perforare le pareti, o forse è solo
dentro la mia testa. Fa davvero paura.
Tuque Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus
malignos qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo
divina virtute in infernum detrude
Dio mio, che sta succedendo? Qui, un esorcismo in casa mia,
per scacciare demoni e Satana, nel luogo dove avevo deciso
di crescere la mia famiglia. Sono ancora in ginocchio,
infreddolito e con la schiena a pezzi, mi forzo per non
farmi assalire dallo sconforto.
Amen. (§)
Amen…
La testa mi ronza e mi devono aiutare per alzarmi.
La donna mi fa avvicinare all’armadio.
«Occorre abbattere il muro.», sentenzia.
«Cosa?» Non ho parole.
(§) San
Michele Arcangelo, difendici nella lotta, sii nostro
presidio contro le malvagità e le insidie del demonio. Capo
supremo delle milizie celesti, fa' sprofondare nell'inferno,
con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti maligni che
vagano per il mondo per la perdizione delle anime. Amen.
«Dietro, c’è un passaggio, io l’ho visto. L’Entità si
manifesta da là dentro e chiede aiuto. Non si rassegnerà…»
Il prete annuisce.
Ci abbiamo impiegato poco più di un’ora ad abbattere il muro
di laterizio e poi una porzione di quello di pietra
sottostante, che divide in due la casa. Al suo interno è
apparso un profondo pozzo, stretto come un camino, forse un
tempo utilizzato per raccogliere l’acqua piovana.
È qui che mi stanno calando, ora, la donna e il prete…
«Ci passi?» Mi reggo alla corda, le braccia alzate. Il
camino è vasto appena lo spazio necessario. Centimetro dopo
centimetro scendo verso il fondo. Non so perché lo faccio,
dovrei essere lontano, con la mia famiglia.
La luce della torcia illumina a stento la piccola campana
dove sono arrivato. Ho i piedi immersi in una spanna d’acqua
putrida. Di fronte a me una porta chiusa da un catenaccio.
La curiosità è troppo forte, forzo il ferro corroso e la
apro: dietro c’è una specie di pupazzo, vestito, capelli e
ossa sporgenti. Sobbalzo, è il cadavere di una donna.
Allungo la mano verso la stoffa leggera. Uno sbuffo e tutto
finisce in polvere.
Arretro, spaventato, fino all’imbocco del pozzo.
Qualcosa cade verso di me, frammenti e ciottoli. Su, stanno
murando la nicchia.
Un destino ineluttabile mi consola: è il mio turno di
rimanere prigioniero, fino a che riuscirò a trovare la
prossima vittima. Ben presto inizierò a bussare nei muri, a
spaventare gente.
In fondo, siamo solo ombre al tramonto, e nulla più.
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