Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo abbi pietà di noi…
Questo
ripeteva il prete spezzando l’ostia, un uomo gommoso, glabro, epa prominente e
dita corte e tozze.
resegrazia,spezzòilpaneeversòilvinoedisse”
questoéilmiocorpoeilmiosangueversatopervoiepertuttiinremissionedeipeccati,
fatequestoinmemoriadime...
In
chiesa, Anita tiene le mani giunte vicine vicine che sembrano incollate e così
gli occhi, stretti a fessura, inginocchiata dove le sue rotule da anni hanno
impresso un calco sul velluto consunto. Anita ha sessantacinque anni, di cui
quarantacinque trascorsi in chiesa, tra la canonica e le necessità del prete, i
servizi e i rosari della domenica. Quello nuovo, Don Faustino, e’ arrivato da
una settimana, un uomo grasso anche nei modi, untuoso, difficile da accudire. “Chiede
e comanda questo qua. Fai questo, fai quello, quasi che ti conta pure il tempo
mentre le fai le cose. Era meglio quell’altro, il paralitico, don Ottavio che,
gli ultimi tempi, se ne stava lì sulla sua sedia a rotelle e buonasera. L’hanno
confinato qui perché se lo volevano togliere dai piedi, magari e’ uno di quelli
che si mangia i bambini, ce l’ha scritto in faccia, il maiale…” si ripete.
Perché lì e’ una punizione del fisico e dello spirito. Isolati, in cima a una
rupe, sempre nebbia e freddo umido che ti ritaglia il respiro.
Questo
pensa Anita, mentre il sermone si dilunga più del solito. Sfugge l’attenzione
come i grani del rosario, si rintana tra i banchi della chiesa semideserta, tra
i pochi parenti dagli occhi gonfi, la bara in fondo alla navata centrale, la
lingua mobile del prete mentre solleva l’ostia. Sulle scale del sagrato,
all’aria, l’uomo delle pompe funebri si e’ acceso una sigaretta. Anita ha
riconosciuto l’odore di zolfo del cerino.
Andate in pace,
conclude il prete. Fuori li accoglie una giornata livida, stretti nei cappotti,
mani alla gola, i fedeli raggiungono l’uscita e s’incamminano giù per la
discesa.
Quella
sera don Faustino e’ più allegro del solito. Ha una strana luce negli occhi,
Anita l’aveva già notato in chiesa, durante la funzione. Forse per un colpo di
calore, Don Faustino ha le guance rubizze, e anche le labbra, di un bel rosso
acceso.
“Cosa
abbiamo per cena?”
“L’acqua e’ al bollo…”
secca aria l’Anita, pensando che quell’uomo tiene solo al cibo e a romperle le
scatole. Il prete scosta la sedia dal tavolo e ci si siede al contrario, con le
braccia penzoloni. Anita serve in tavola e prende posto sulla sua di sedia e,
dopo aver lasciato lo spazio agli scricchiolii di tarlo, e’ Don Faustino a
rompere il silenzio: “Non perdiamo tempo con le preghiere stasera” tuona
assestandosi sulla sedia, “ho una fame da lupi”.
Poi si
annoda il tovagliolo al collo e arrotola la forchetta negli spaghetti fumanti.
Anita sottovoce prega come al solito e conclude con un bacio alla medaglietta
della Madonna spillata sul golfino cammello.
Il
prete, la bocca grondante sugo, la interrompe:“Che fai vecchia? Preghi?”
Anita
infuocata non risponde. Stringe i denti e pensa: “Che uomo disdicevole,
peggio del morto di oggi pomeriggio. Quello picchiava la moglie e questo fa la
voce grossa con me. Aspetta di finire la pietanza. C’e’ tanto di quel veleno per
topi che…”
Al
terzo boccone, il prete si arrossa in volto. Preso da un improvviso tremore, Don
Faustino, come se il veleno avesse già cominciato a fare il suo lavoro, prova ad
alzarsi, ma le gambe non lo tengono.
“Il
signore ci ha dato i suoi buoni frutti…”
pensa Anita soddisfatta e fingendosi sorpresa per il malore dell’uomo, si alza
dalla sedia.
In
ginocchio, una mano alla fronte, il prete vomita sul pavimento con forti
convulsioni. La perpetua si avvicina per prestargli soccorso:
“Dio
mio, padre, state male?”.
Ma
proprio quando si aspettava di vederlo stramazzare al suolo, l’uomo si erge in
piedi. Non le era mai sembrato così imponente, un colosso.
Le luci
della stanza si abbassarono di colpo, come durante un temporale, ma al posto dei
lampi furono gli occhi del prete a illuminarsi sinistri. Anita non aveva mai
sentito ridere a quel modo, una risata acerba e perfida. Poi fu il verbo. Don
Faustino iniziò a recitare una strana litania, parole disarticolate si
rincorrevano senza senso. Anita spaventata, con le mani sulle orecchie per non
sentire, si schiaccio’ in un angolo.
“Ollenga id oiD ehc ilgot i itaccep lad odnom ibba àteip id ion...”.
L’ombra
del prete le fu sopra maligna. La perpetua cercò di raggiungere la porta, ma la
trovò sbarrata. Non c’erano altre vie di fuga. Anita tese le braccia e così le
gambe, sperando che finisse presto. Anita immagino’ le mani corte, le dita
tozze, le unghie lunghe squadrate, scivolarle sul corpo, mentre la lingua secca
e rasposa le lambiva il collo. Morso dopo morso, un dolore acuto alla base del
collo, morso dopo morso, come gli annegati, tutta la vita davanti, nebbia e
crocefissi, piastrelle e ottoni, morso dopo morso, quasi una liberazione. Poi
furono macchie scure sul pavimento e gli abiti del prete da sbiancare. Durante
la notte, le mani in ammollo nel lavandino, arrossate dalle strizzate di
stracci, Anita indispettita si chiedeva se si fosse trattato di dolore o
piacere. Mai Anita lo capì, ne’capì se il veleno per topi l’aveva poi aggiunto
alla pietanza o dimenticato nel fondo di un cassetto come il resto della sua
vita.