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Biografia dell'autore
 

Claudio Vasi

 

 

 

PER SEMPRE

 

Guardo l'orizzonte. Il sole è poco sopra le montagne, sta scendendo rapidamente. Le ombre si allungano sul cimitero. Apro la porta della cripta e accendo la lampada ad olio, poi prendo i miei attrezzi. Scendo le scale buie, immerso in un odore di chiuso e terra. Per un istante ricordo l'odore del prato fiorito, quando io e Bea correvamo sui prati tenendoci per mano, ridendo. Eravamo felici e innamorati, follemente. Quando guardavo i suoi bellissimi occhi azzurri il mio cuore sospirava. Certe volte ridevamo senza motivo e in quei prati, baciati dall'erba, spesso amoreggiavamo.

L'ultima volta lei mi aveva detto: «Voglio rimanere con te... per sempre».

Io l'avevo baciata e poi avevamo fatto l'amore.

Ora questi ricordi di sole e felicità sono coperti dal buio della cripta e dal suono dei miei passi sugli scalini scivolosi. Un odore di decomposizione arriva dal basso. Arrivato nella cripta giro la rotella della lampada e la luce si intensifica, assieme al tanfo di morte. Da una finestrella si vede che la luce del giorno si è abbassata, e di molto. In mezzo alla stanza, su un tavolo di marmo, sta la bara di pietra di Bea. La sua vita si è spenta un mese fa, dopo essersi persa col cavallo nel bosco. Bea.

Era sorella di Danita, una delle ragazze più antipatiche del villaggio. Spesso quest'ultima mi prendeva in giro per la mia bruttezza. A Bea questo difetto non le era importato quando mi aveva chiesto un giorno di accompagnarla oltre il bosco. Aveva paura dei briganti, di giorno i vampiri non vagano tra gli alberi. Ci eravamo conosciuti e da lì era sbocciato il fiore dell'amore, calpestato crudelmente dal destino.

Ora illumino la pesante copertura della bara, spostata. Ciò facilità il lavoro che devo fare col mio leverino. Appoggio la sacca con gli altri strumenti e la lampada lo inserisco tra coperchio e bara. Non penso che sia venuto un trafugatore di tombe, ho paura che il mio sospetto sia fondato. Tiro il leverino e sposto il coperchio. Un rumore gracchiante, fastidioso, echeggia nella cripta. La copertura cade producendo un forte boato e alzando della polvere. Guardo verso le scale. Qualcuno avrà sentito? Ho lasciato la porta aperta. Eventualmente ci penserà il reverendo Voicu a distrarre l'occasionale visitatore del cimitero. Il tanfo di decomposizione aumenta. Guardo il corpo della mia amata. Mentre prendo la lampada noto che la finestrella proietta una luce dorata. Sta tramontando, devo sbrigarmi. Illumino Bea. La sua pelle è bianca come il latte ma, come il resto del corpo, è integra. Capitano casi simili di lenta decomposizione, lo so io che sono un dottore, ma penso che la causa sia dovuta a qualcos'altro. Guardo il suo corpo aggraziato, che accarezzavo e palpavo; i suoi grandi e magnifici occhi aperti, cui dietro non scorgo più la felicità che la caratterizzava; il suo collo che baciavo, nel quale si vedono nettamente... Avvicino la lampada. Sì, ci sono due piccoli fori, segno che la sua anima non è in paradiso ma è stata rubata dal diavolo. Continuo l'esplorazione del suo corpo, dimenticando che il tempo scorre. Ora mi fermo sulle sue labbra, dal gusto della pesca, nel cui angolo spiccano delle gocce di sangue rappreso. I suoi capelli, neri come la notte, con i quali giocavo, i suoi... denti, che ora si vedono tra le labbra dischiuse. I canini scendono fin sotto il labbro inferiore. Prendo velocemente il mio punteruolo di faggio e glielo appoggio sul suo cuore, infranto come il mio, poi alzo la mano destra, brandendo un mazzuolo. C'è un'alternativa a quello che sto per fare? Distruggendo il suo corpo non cancellerò l'immagine che avevo di lei? Potrei scappare, e se lei mi lascia stare quando si alzerà da questo letto eterno, potrei uccidermi lanciandomi dal ponte sulla gola. Solo così la mia pena finirebbe realmente.

Abbasso il martello.

Dalla cripta esce un urlo tanto straziante che un lupo che girava tra le tombe scappa terrorizzato.

 

Voicu mi vede arrivare con il paletto in una mano e il mazzuolo nell'altra.

«L'hai fatto... Ora la sua anima non è persa. Ricorda che ha ucciso già sua madre e Danita», dice.

«Ma è perduta la mia».

«Uccidere un angelo del diavolo non ti sporca l'anima»

«Ma mordere un prete, sì», dico.

«Cosa stai dicend...»

Sorrido, mostrando i miei lunghi canini. Solo ora il reverendo, bianco in volto e con gli occhi strabuzzati, nota che il paletto che ho in mano non è sporco di sangue. Rido.

La mia voce echeggia nella foresta, come un demone infuriato.

«Era l'unico modo per stare con lei per sempre», dico.

Voicu è ancora paralizzato dalla paura. Mette una mano nella tasca per prendere una croce ma una mano forte gli blocca il braccio. E' quella di Bea, che è accanto a lui.

Nella cripta ho lasciato cadere dalla mano il mazzuolo all'ultimo istante, colpendo il corpo ed evitando il mazzuolo. Bea si è alzata a sedere e io mi sono lasciato mordere sul collo. La sensazione all'inizio è stata di un fortissimo dolore, tanto che mi ha portato ad urlare. Ma pochi secondi dopo questo è scomparso sostituito da una sensazione di benessere, rilassamento e eccitazione tale da bagnarmi i pantaloni. Ora sono come lei.

Il nostro amore ora, è eterno.