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Biografia dell'autore
 

Miriam Mastrovito

 

 

 

POCA ROBA

 

“Questa mattina è arrivato il corpo di una bambina, che ne facciamo? Deve essere cremata”.

Diego, titolare dell’agenzia funebre, sospira all’altro capo dell’apparecchio. “Niente cremazione” sibila. “E’ poca roba. Buttalo via nell’immondizia”.

“L’hanno vestita come una piccola sposa e le hanno messo un orsacchiotto nella bara” vorrebbe replicare Paolo, ma non discute.

Il capo detta le regole: più si risparmia, più si guadagna. Accendere il forno costa, spacciare ceneri anonime per quelle di un caro defunto, no ed è pratica che conviene ai vivi.

 

E’ tarda sera. Diego chiude a doppia mandata l’ufficio e si dirige verso l’auto parcheggiata. Le foglie recise dall’autunno gemono sotto il peso dei suoi passi.

“Smetti di uccidere i morti!”

Si volta di scatto, certo di aver udito una voce, eppure la strada è deserta.

“Troppo lavoro” pensa. “Avrei bisogno di una pausa”.

Apre la portiera della sua station wagon nuova di zecca e si fionda esausto sul sedile. Sussulta nell’avvertire un corpo estraneo sotto le sue abbondanti natiche. Si solleva a fatica e con un misto di orrore e sorpresa scopre di essersi seduto su un pupazzo di peluche.

Le hanno messo un orsetto nella bara.

“Se becco chi mi ha fatto questo scherzo…” borbotta sbarazzandosi dell’oggetto inutile. Lui non ha bambini.

Mette in moto e sgomma via, ma questa non sembra essere la sua serata fortunata. Percorsi pochi metri, la vettura si ingolfa e comincia a procedere a singhiozzi. Un terribile puzzo, come di carne bruciata, invade l’abitacolo costringendolo a tossire, mentre fili di fumo nero si diramano dal vano del motore.

Diego accosta, si precipita in strada e apre il cofano stizzito. Il portellone si spalanca con uno scatto violento e imprevisto, come fosse il coperchio di un giocattolo a molla. Ne salta fuori un orsacchiotto di peluche.

L’uomo avverte una fitta allo stomaco.

Le hanno messo un orsetto nella bara.

“Non è possibile” biascica atterrito. Rivoli di sudore gli disegnano una ragnatela sul viso.

Affonda la mano in tasca, afferra il cellulare e compone il numero di casa. Dapprima ode solo un fruscio sommesso, poi qualcuno risponde: “Smetti di uccidere i morti!”

Lascia cadere il telefono, indietreggiando in preda al terrore. Intanto sagome sgraziate prendono forma nell’oscurità. Corpi in  stato di decomposizione, dalle membra consunte e la pelle lacera procedono barcollanti verso di lui. Prima ancora che possa reagire o solo formulare un pensiero coerente, Diego si ritrova accerchiato. Sguardi famelici lo scrutano con evidente disprezzo, mani deformi si tendono pronte a ghermire il suo corpo. Sono decine, forse centinaia di morti risorti dalle fosse comuni in cui lui li ha gettati, sgusciati fuori dai sacchi al pari di macabre farfalle.

“Cosa ne facciamo?”. Uno di loro si discosta dal branco e viene avanti. Ha le sembianze di una bimba. Una metà del cranio è scarnificata, ma l’altra metà riluce ancora di riccioli d’oro. Ha un vestito di pizzo, ora macchiato di fango e liquame, ma originariamente bianco come un abito da sposa.

“Deve essere cremato” suggerisce qualcuno in tono canzonatorio.

“Vi prego, abbiate pietà” implora Diego, le membra scosse da un violento tremito, i pantaloni bagnati.

La bambina ignora le sue preghiere. Gli si avvicina silenziosa, gli afferra un braccio con forza inaudita e affonda i suoi piccoli denti nella carne.

“Lasciane un po’ anche a noi” reclama un coro di zombie affamati.

La piccola scuote il capo. Le labbra imbrattate di sangue si distendono in un sorriso. “E’ poca roba”.