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Biografia dell'autore
 

Cristò

 

 

 

 

 

PRENDIMI

 

Monica poggiò le sue labbra sul mio orecchio e lo baciò come fosse una bocca. La conoscevo da una settimana. Una bellezza imbarazzante, un sorriso da televisione. Sboccata e puerile. Fantastica. La ragazza più bella che avessi mai avuto. La più giovane. Usciva da un supermercato con due grandi buste. Io ero fermo, come al solito, niente da fare. Fumavo. Mi aveva  chiesto una sigaretta e aveva poggiato le buste per terra. Io avevo preso le buste “Ti accompagno, pesano troppo per te”. Lei aveva riso “Come vuoi, casa mia è da quella parte”.

Le buste erano pesantissime. Troppo anche per me.

“Dai sali – aveva detto – sei tutto sudato. Ti meriti un bicchiere d’acqua.”

Avevamo fatto l’amore (lei l’aveva fatto con rabbia). Sul tavolo della cucina. I suoi guardavano la televisione nella stanza accanto, potevo vederli, la porta era solo accostata. Non staccavano gli occhi dallo schermo. Avevamo fatto l’amore fino in fondo (lei l’aveva fatto con violenza). Poi aveva riso

“Adesso sei più sudato di prima.”

Non sembrava stanca.

“Quanti anni hai?”

Lei rispose piano “Ventuno”.

Non ci scambiammo il numero di telefono, né ci promettemmo di rivederci. Mi accompagnò alla porta e mi spinse delicatamente sul pianerottolo. Mi salutò con la mano e chiuse la porta.

Tornai a casa con i tendini ancora indolenziti per il peso delle buste. Ero vuoto (lei l’aveva fatto con avidità).

Il giorno dopo mi svegliai di soprassalto. Monica. Avevo bisogno di lei. Mi preparai uno spinello per calmarmi. Ne fumai solo metà. Scesi le scale due alla volta. Dovevo trovarla (lei l’aveva fatto con passione).

Nessuna ricerca disperata. Mi aspettava davanti al portone di casa mia. Sorrideva. Non le chiesi come mi aveva trovato. Mi prese per mano e mi portò via. Mi lasciai trascinare.

Aveva gli occhi verdi. Facemmo l’amore nei bagni della stazione senza dire una parola. Lei rise e andò via (l’aveva fatto con prepotenza).

Rimasi a guardare i treni per un’ora. Da solo.

Per una settimana, ogni volta che la desideravo lei c’era. Compariva non appena la sentivo necessaria. Mentre camminavo per strada lei era dietro un angolo, seduta ad un bar, china su una fontanella in un parco, in bicicletta nel traffico. Sempre come fosse per caso. Facevamo l’amore e poi spariva ancora. Aveva i capelli neri (lei lo faceva con ferocia, con forza, con orgoglio). Senza darmi il tempo di fare domande. Aveva le mani piccole.

La desiderai in piena notte, avevo gli occhi chiusi. Lei mi fu accanto nel letto. Le sue dita scorsero brevemente i miei capelli. “Monica?” chiesi senza aprire gli occhi. “Eccomi” rispose lei.

 “Come fai?” chiesi.

Lei non rispose. Mi poggiò una mano sul braccio e scese delicatamente verso il polso. Come una carezza. La prima (l’aveva fatto con dolcezza). Mi prese la mano e la strinse per qualche secondo. La lasciò.

“Sono morta – disse con serenità – sono ovunque.”

Aprii gli occhi solo allora. “Non dire stronzate Monica.”

Lei si irrigidì. Si morse le labbra. Sembrava una bambina colta in fallo. Aveva gli zigomi pronunciati.

“Dimmi come fai.”

“Te l’ho detto.”

Mi alzai dal letto con uno scatto nervoso.

“Sei una cretina – gridai – sei una bambina cretina. Non mi faccio prendere per il culo da te. Come puoi pensare che io ci creda?”

Lei si mise di faccia sul cuscino. Cominciò a piangere piano. La lasciai così e me ne andai in cucina. Preparai un caffé e accesi la televisione. Una vecchia puntata di Harnold stemperò il nervosismo. Due sigarette dopo il caffé. I singhiozzi di Monica sembravano essersi calmati.

Tornai in camera. Monica era in ginocchio sul letto. La faccia tra le mani. Nuda nella penombra.

“Scusami – dissi – però anche tu…”

Alzò la testa e mi guardò. Aveva il volto segnato da lacrime scure. Sembrava sangue. Avrei voluto scappare ma i suoi occhi imploravano comprensione. Guardai il cuscino, poi il letto e il pavimento. Il sangue era dappertutto. Dal mento lente gocce scure le cadevano sul seno e scivolavano sulla pancia fermandosi nei radi peli del pube o continuando giù sulle cosce e poi dalle ginocchia sul materasso.

“Che cazzo…”

“Zitto! – disse lei – Non voglio piangere più. Vedi cosa hai combinato?”

Mi sorrise.

“Adesso spogliati e vieni accanto a me.”

Fui nudo e steso in un letto di sangue freddo senza averne coscienza. Lei mi salì addosso e mi prese dentro. Le sue mani sul mio petto mi tenevano immobile.

“La morte è un gioco divertente – disse con un filo di voce – la carne è la tomba. Posso liberarti dall’oscena commedia della tua mortalità. Ho la facoltà di renderti eterno, forte, inespugnabile. Vuoi, amore mio?”

“No!” risposi.

Monica poggiò le sue labbra sul mio orecchio e lo baciò come fosse una bocca. Non avevo scelta. La sua lingua penetrò nel mio orecchio a colpetti decisi e regolari. Il suo bacino cominciò a seguirne ritmicamente il movimento. Le sue mani mi tenevano incollato al letto pieno di sangue. Mi penetrava a fondo. Presto avrebbe leccato il mio cervello. Il suo regalo, l’immortalità.

Quando ebbe finito mi addormentai profondamente (l’aveva fatto con perizia).

La sua voce mi svegliò. Era pomeriggio.

“Uno zombi ricorda sempre alla perfezione quello che sogna. Lo ricordi vero?” fu la prima cosa che mi disse.

“Si – risposi – preparami un caffè.”

Lei non si mosse.

“Preparami un caffè, Monica. Muoviti.”

“Hai mentito vero? – chiese – volevi che lo facessi.”

L’avevo voluto dal primo momento. Essere uno zombi è un privilegio.

“Al serpente bisogna dare il topo vivo – le dissi – dovevi combattere per avermi.”

Lei mi guardò.

 “Ti amo. Ti amerò per sempre.” disse.

“Finché morte non ci separi?” chiesi.

Lei rise.