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Biografia dell'autore
 

Alessandro Napolitano

 

 

 

SASHA

I buchi neri nascono quando Dio divide per zero.

(Anonimo)

 

Ognuno dovrebbe perdonare i propri nemici, ma non prima che questi siano impiccati.

(Heinrich Heine)

 

 

Tutto ebbe inizio una mattina d'aprile, all'entrata della scuola. Furono tre quindicenni a erigersi a branco, a dare prova della loro vigliaccheria. Quella mattina aspettarono Sasha davanti il cancello, videro la madre andare via e diedero vita al loro solito gioco: lo spinsero, strattonarono la sua giacchetta e buttarono a terra i suoi occhiali dalle lenti spesse. Lo fecero per sentirsi superiori, per ottenere rispetto.

Sasha, un bambino autistico, irritante nelle sue frasi logorroiche ripetute all'infinito. Loro, le bestie, lo guardarono dall’alto verso il basso, carichi di supponenza, senza essere capaci di comprendere.

Gli strapparono dalle mani il suo orsetto, ci sputarono sopra, tutti e tre.

Sasha lo chiamava Polly, per loro era: l'orsetto frocetto di Sasha.

I tre si sentivano invincibili con i capelli imbevuti di gelatina e le sigarette dietro l'orecchio.

Quella mattina d'aprile era il compleanno del bambino e per l'occasione, le bestie, gli regalarono un ritornello: Sasha Sashino sei piccolo e cretino.

Il piccolo scoppiò a piangere, le labbra tremarono, i singhiozzi rimbombarono. Avrebbero dovuto  smettere, capire che era arrivato il momento di farla finita perché Sasha non piangeva mai. Ma non fu così: il piccolo si voltò verso la strada e scappò via verso la macchina che lo investì.

Sasha rovinò a terra e il tonfo azzittì i loro schiamazzi; le sue gambe fremettero. Morì dopo ore di agonia, mentre la pioggia batteva violenta e lavava i peccati commessi.

Sasha era morto per tutti, ma non per loro tre. Quando lo seppellirono, tra le mani aveva il suo peluche. Quando il becchino calò la cassa e gettò la terra nella fossa, chiusero gli occhi nella speranza di scordare quell'orrore. Si sbagliavano, Sasha trovò la strada per tornare.

Di quei tre ragazzi è rimasto solo Federico.

Edoardo è morto d'infarto; era grasso, quasi sempre ubriaco e aveva perso i capelli. L'ha trovato la puttana che andava a trovarlo a casa. Il suo corpo era riverso a terra, in un lago di urina, il cuore stroncato in due e una smorfia di terrore sul viso.

Marco si è tolto la vita l'anno scorso, nessuno ha capito il suo disagio e lui se lo è stretto al collo sotto forma di fune.

Resta Federico, oggi si è svegliato con l’incubo di ogni notte. Sogna Sasha che lo trascina con lui verso la macchina; il bambino con una mano abbraccia Polly e con l’altra lo tiene forte per un polso.

L’uomo riesce a liberarsi una frazione prima di essere investito. Sasha ha gli occhi gonfi d'odio e lacrima sangue. Lo fissa e gli tira l'orsetto prima di andare incontro al suo destino.

Federico ha capito che gli incubi non sempre finiscono al risveglio. Scalcia tra le coperte del letto e tra i suoi piedi sente qualcosa. Si alza e tira via le lenzuola. Dentro al suo letto c’è Polly, sporco di terra. Federico avverte una corrente d’aria gelida attraversare il suo corpo, fa un passo indietro.

La finestra è chiusa.

Sospesa sul letto una massa d'aria disegna un vortice e prende forma: Edoardo.

Federico resta immobile, l'aria nei polmoni, lo sguardo fisso.

- Non pensavi davvero che ti avremmo lasciato qui da solo? - dice Edoardo.

Federico rimane in silenzio, guarda quella figura appassita, fatta di energia e aria che accarezza Polly.

Un’altra folata, volta lo sguardo e appoggiato alla porta c’è Marco. Ha la stessa fioca luminosità di Edoardo e i segni della corda sul collo.

- Ti stiamo aspettando, Federico, guarda nel giardino.

Marco ha le labbra serrate ma la sua voce riempie tutta la stanza.

L’uomo in stato catatonico si avvicina alla finestra. Scosta la tenda e vede una grossa buca tra l’albero di quercia e lo steccato. Si gira verso i due spettri ma non li vede più. Torna a guardare fuori. Sono lì, sull'orlo dello scavo. Tra loro, un bambino di quindici anni con una pala in mano.

Federico sbarra gli occhi, esce dalla casa, attratto da una forza suprema.

Entra da solo nella fossa, guarda il bambino dal basso verso l’alto, indossa ancora gli occhiali con le lenti spesse ma non ha più lo sguardo impaurito.

Ora Federico sa cos’è la paura di morire.

Sasha fissa il condannato e inizia a ricoprire con la terra la buca. Federico è in posizione fetale, silenzioso assiste alla sua sepoltura. Marco prende Polly dalle mani di Edoardo e lo lascia cadere nella fossa, poi scende anche lui. Sasha continua a versare terra, palata dopo palata. Edoardo sorride e raggiunge i suoi amici. I loro corpi si toccano e le loro gambe s’intrecciano.

Sasha gira la pala e batte con forza sulla terra, per compattarla.

Il lavoro è finito.