A nove anni ero già goloso
come adesso. Ricordo divoravo innumerevoli quantità industriali dei miei
biscotti preferiti, quelli al cioccolato con i disegnini sopra degli animaletti
allo zucchero; Li mangiavo a colazione, a metà mattina me li portavo nello
zainetto a scuola e li conservavo avidamente da Cicciochiodo il bullo di classe,
inutile evidenziare che li trangugiavo a merenda, li spilluzzicavo a cena e me
li finivo prima di andare a dormire.
Mio nonno Edoardo, mi diceva sempre che sarei diventato un grasso, grosso
bambino infelice, che i miei denti sarebbero diventati come i suoi, neri e
gialli e perlopiù assenti. Mi terrorizzava minacciandomi mentre fumava i suoi
tossici sigari dall’odore nauseante:”O la smetti quando sono ancora vivo di
ingozzarti di schifezze, oppure ti costringerò con la forza lui da morto! “
Nonno Edoardo morì
nell’aprile che io avevo raggiunto la tanto aspirata età di nove anni e tre
quarti e per festeggiare mi mangiai un pacco e mezzo di biscotti in meno di
quaranta minuti. Mi spiaceva per il nonno, in realtà, e quando fui costretto ad
andare al suo funerale, non piansi, ma sfogai la mia tristezza mangiando
schifezze di qualunque tipo, senza pensarci troppo, avvertendo l’essenza
zuccherina nella bocca, limitandomi a quelle autistiche consolazioni che mi
accompagnano anche ora da adulto. Alle 10 e mezza di sera, un’ora veramente
tarda, afferrai Burroschino per la zampa (Burroschino era il mio orsacchiotto
tarocco Chicco regalatomi alla nascita) e mi avviai verso il mio letto caldo.
Mamma mi diede il bacio della buona notte e prima di spegnermi la luce sospirò
guardando verso la sala dicendo : “ Credo che il Nonno sia ancora qua con noi,
da qualche parte.”.
Non so perché ma non lo
trovai particolarmente rassicurante. Faticai a prendere sonno stringendomi a
Burroschino, alla fine, dopo qualche tentativo vano, ci riuscii.
Urgeva un bisogno
irrevocabile: Pipì.
Mi svegliai assonnato e
scesi dal letto abbondando il mio fido compare fra le lenzuola. Varcai la soglia
di camera per andare in bagno quando mi ritrovai davanti all’immenso orologio a
pendolo nella sala. Lui mi guardava, io lo guardavo. Illuminato da una striscia
verticale della luce arancione giallastra del lampione della strada, avvertivo
la sua potenza nell’ipnotico movimento del pendolo e nel suo incessante rumore
ritmico. Cullato da quella visione grandiosa ed inquietante, non seppi bene
decifrare quello che mi passò per il cervello e per lo stomaco, so solo che,
all’improvviso, quel bestione di legno smise di dare cenni di vita bloccandosi
nel silenzio totale della casa. Aprii la bocca, mi guardai attorno. Le pareti
alte delle porte gigantesche, come bocche d’infernali demoni, mi accoglievano
nel labirinto simbolico di quella casa: Le foto, i quadri, i gattini polverosi
di ceramica, tutto aveva un macabro senso e qualsiasi cosa era fermo, morto, mi
guardava, guardava me vivo. Vivo oppure anche io morto? Osai, avanzando,
calpestai una mattonella malmessa rompendo quella quiete soprannaturale.
Sobbalzai e iniziai ad avanzare più velocemente, accecato da un certo timore
lampante, dai mostri che vedevo dietro i mobili e le sedie e giravo invano nel
buio ritrovandomi ogni volta, dopo aver brancolato come la vittima di un
assassino, davanti all’imponente pendolo Immobile. Mi arresi e cascai a terra,
in ginocchio davanti al mobilio dominatore. Lo fissai con terrore.
“Filippo, Filippo…”
Lo sentii, io lo sentii.
Mio nonno mi chiamava. Dalla cucina. Gattonai per un metro circa rialzandomi
lesto in lacrime terrorizzato. Mi stavo per gettare dentro la cucina gridando
“nonno, nonno!” Quando avvertii da essa il rumore di sedie infuriate, battere
contro il pavimento, grattare su di esso. Mi accoccolai contro la parete
attendendo che tacessero. Piansi piano, a occhi stretti, stretti, invocando la
presenza di mio nonno, mia mamma e papà e di Burroschino finchè non sentii il
caos scemare. Dopo qualche attimo di quiete decisi di farmi coraggio ed andare a
vedere. Entrai:
L’odore penetrante e
tossico del sigaro faceva da sfondo all’atmosfera serena della cucina, sul
tavolo un pacco di biscotti al cioccolato con i disegnini sopra degli animaletti
allo zucchero ed un biscotto mangiucchiato sulla tovaglia gialla.